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La dimora di Antonello - Alessandro Fumia

   Nella storia di questo scavo, s'inseriscono voci contrastanti che a vario titolo e in momenti diversi, hanno espresso perplessità e disappunto. Quello che per alcuni, è senza ombra di dubbio il posto giusto, per tanti altri è il posto sbagliato. Un luogo, quello del casale di Santa Maria di Gesù superiore che gli ultimi documenti fin qui prodotti, non lo riescono a trovare, identificandolo nelle mappe. Le carte che segnalo invece, possono essere strategiche per lo scavo che si vuole intraprendere, dalle quali si possono estrarre numerosi fattori ambientali, descrivendoci fisicamente l’ubicazione originaria del monumento. La singolare storia di questo complesso per troppo tempo è stata ricordata, attraverso le pagine di un solo autore, il gesuita Placido Samperi. Dalla penna di Placido, apprendiamo soltanto minute generiche informazioni sulla contrada di Ritiro. Mantenendo su questa posizione un’attenzione morbosa, ci si è lasciati prendere la mano. Invece come capita molto spesso in una ricostruzione storica, basta distogliere lo sguardo da quelle pagine per scoprire altri fondi e altre verità, puntualmente coinvolgenti e chiarificatrici. Una ricerca orfana di tutto il materiale più antico non può dare, il risultato a cui si spera di giungere. Questo modo di operare ha generato due correnti di pensiero. Il dilettante punta al percorso più facile, quello meno faticoso, che possa dare i risultati immediati. Chi invece conosce la materia, si affida al sentiero di montagna: magari passando dalla strada più tortuosa e più lunga per giungere in ritardo, ma con una conoscenza dei tempi e dei luoghi, altrimenti impossibile da immaginarsi.  

Io e gli amici che abbiamo trattato quest'argomento in diversi appuntamenti, siamo del parere opposto: il luogo del cantiere di scavo, oggetto di indagine archeologica, non crediamo sia quello giusto. Non crediamo alle fanfare di questi ultimi anni e non ci facciamo abbagliare, da rovine che non raccontano da sole, tutta la storia della contrada, men che meno, delle volontà di un pittore; di cui si sono perdute le tracce dopo la sua dipartita da questa terra. Il territorio, invece, può ancora raccontarci questi luoghi. Non importa se siano passati secoli; la dove s'immagina impossibile la memoria, questa è più forte e radicata. Il territorio mi ripeto, possiede nelle sue balze quella memoria che vorremmo raccontare.                          

   Un elemento questo non riscontrato in nessuna delle recenti ricognizioni storico-documentarie rivolte a quello scavo archeologico. Un quartiere quello di Giostra e una strana sepoltura, sotto le insegne di un grande pittore, sembra il titolo di un giallo da colorarsi a tinte fosche, quello che si vuole raccontare da alcuni anni a Messina. Il tempo passato da quel 14 febbraio del 1479, é ancora celebrato come l’inizio di un mistero, quello che ricorda la sepoltura del più grande pittore che Messina abbia mai avuto. Un luogo, quello che ha accolto i resti mortali del famoso artista ancora da scoprire, ricco di sfumature nascoste, di retroscena mai raccontati che merita le pagine delle maggiori riviste e quotidiani specializzati. Un luogo dicevo, avvolto dal più completo mistero, cercato come un ago in un pagliaio, fra le pagine della storia, fra le righe di mille autori che non hanno saputo spiegare, dove mai sia stato riposto il corpo mortale del grande Antonello. Negli ultimi anni, la memoria è riapparsa nelle discussioni di molti testimoni, forte e dirompente come le acque che dal cielo, cercano la terra e nella terra travolgenti, passano velocemente. Nella precipitazione di fatti, valori, documenti e opinioni, la tomba di Antonello si è trasformata in un argomento avvincente, sempre vivo, sempre in voga qui nelle case di Messina. Fra i banchi di scuola, fra la gente in fila ad attendere qualcosa, ad aspettare gli eventi, ricordando di quel morto, che fa discutere da generazioni il suo popolo, nella assolata terra dello stretto. L’entusiasmo provocato da quella fossa che ritorna quotidianamente nei pensieri di tanta gente, spiazza per certi versi gli astanti nelle infinite discussioni: immaginando soluzioni già scontate, già previste nelle ingenue riflessioni. I recenti fatti, le intromissioni col geo radar, vogliono nelle intenzioni tagliare i tempi, accelerando nel tentativo di promuovere l’indagine archeologica. Il luogo scoperto, in quel di Ritiro, é annunciato da possenti fanfare. Gli olé si sprecano, il vanto si tocca con mano quasi fosse cosa viva, quasi fosse materia conosciuta. Sappiamo invece, cosa è accaduto negli ultimi anni sul tema: si conosce la tesi formata da un racconto che non possiede carattere d'indagine storico-documentale. Un luogo quello dello scavo, dei resti di Santa Maria di Gesù il superiore, che ritorna prepotentemente alla ribalta, ogni volta che qualcosa spezza la quiete del posto, l’equilibrio del paesaggio. Intenerisce osservare quanta gente, celebri Messina attraverso un fosso, un deposito di pietre e di sabbie come se ne vedono tanti in giro per questa disgraziata città. Questo posto però a differenza di altri ricettacoli ha assunto per mandato divino, una potenza invincibile, quella della memoria delle glorie cosiddette patrie.

   Dove appare immutabile l’inerzia delle cose messinesi, nel sito della tomba di Antonello tutto è possibile, e nulla rimane immobile. La fantasia per esempio, galvanizza chi la culla: immaginando scoperta quella salma, già si pontifica sul sito, si accumulano le benefiche idee, si gonfia il petto orgogliosi di un simile trofeo. Come fare a svegliare gli ignari? Come scuoterli dal gioco? Rabbiosa la voce che celebra la memoria, infuocata e spasmodica l’attesa a dispetto del risultato, veicolato dalle carte che non celebrano quel posto. Che non lo ricordano come quello giusto. Che continuano a rinnegare un'assonanza in termini, di cifre e di argomenti. Non diverte il ruolo del guastatore, quando deve risvegliare la memoria, quella vera e mai immaginifica; quella che non deve rivolgersi al sognatore ma necessaria al burocrate, all’esperto, all’amministratore più pratico e proiettato al risultato dei fatti. Non diverte fare il bastian contrario, quello che spariglia le carte, quello che indugia sui documenti e non sulle ciarle vuote non di sentimento. Il prodotto della sepoltura di Antonello da Messina deve vincere un rodaggio, quello dei documenti, dei riscontri, delle verifiche tecnico-storiche.

   Da alcuni anni mi ritrovo sul baluardo opposto, insieme a tanti altri che conoscono la materia. Celebrando documenti indigesti, motivando le trovate e gli stratagemmi col peso di certificazioni presenti nella memoria, nelle pietre oserei aggiungere, quelle che sono state testimoni di accadimenti, che possono ritornare a esserlo di nuovo. In fondo, cosa segnalo di così sbagliato? L’archeologo chiede prove e riscontri; io cerco di portarlo sul luogo, quello del misfatto nulla di più e nulla di meno. L’avventura partita fin dal 2006 con la promettente opera, pubblicata sotto il titolo di “Antonello a Messina” affascinava già allora, come affascina ancora oggi, ogni giorno di più. In quel fondo si rispecchia una lodevole posizione sulla verità storica. Il risultato però, verso il quale ci si è indirizzati in prima battuta, non ha avuto soluzione. Da quel punto di partenza, tanti risultati sono saltati fuori: molti dei quali importanti, dove la sua gente ha dimostrato di rispondere prontamente. Da quelle posizioni piano piano, sono emersi toni contrastanti, puntando al recupero di una zona: il fondo che tutti o quasi, sono pronti a scommettere, è quello in cui fu sepolto Antonello da Messina, risulta essere per i più un fatto conosciuto. Il mio studio però, mette al bando quelle certezze, segnalando allo stesso tempo, che le fonti in oggetto al sito di Ritiro, sono troppo limitate e scarne in contenuto, quando si vuole individuare nello scavo, i resti originali del complesso di Santa Maria di Gesù superiore.

   Tante carte recuperate, sono emarginate rispetto alla storia così come c’è stata raccontata. Troppi sono gli elementi non valutati per certificare che quei ruderi, da soli bastano a testimoniare vicende lontanissime. Il mio studio, ha da subito puntato il dito verso una società, quella del XV secolo, e verso le passioni condivise da quella genie i populares che motivarono, le azioni di tanti seguaci degli Osservanti e dello stesso pittore. In quella mischia, si trovano numerosi personaggi radicati sul territorio di Ritiro.     I loro beni in parte recuperati nei registri degli ordini religiosi che hanno gestito il monumento oggetto d'indagine, permettono di leggere i limiti del casale e allo stesso tempo, identificano il sito in cui il primo convento dei Carmelitani è stato costruito. Le scelte mai facili d'indagine, hanno generato un percorso filologico, proveniente dagli atti notarili, necessari per individuare l’organizzazione delle singole proprietà e relativi confini del casale in quel territorio. Dalla raccolta di nuove carte, salta fuori una verità inattaccabile. Queste prove, si riflettono attraverso quei testimoni insediati sul territorio del casale, formatosi attorno alla comunità degli Osservanti. I suoi discepoli e fra essi lo stesso pittore, ci raccontano una realtà che travalica il tempo e tramite questo movimento, giunge a tutte le generazioni che vogliono raccogliere quelle testimonianze. I luoghi frequentati da Antonello da Messina possono svelarsi, vivendoli come quella gente li praticava negli atti più antichi. Le contrade e le balze, le case, i rispettivi terreni, i fondi nascosti alla storia, adesso ritornano prepotentemente a svelarci fatti che si credevano perduti. La relazione che ho prodotto in questo lavoro, parziale in verità, limitata a una parte del materiale scovato in polverosi scaffali, crea il precedente necessario per identificare il sito originario del complesso di Santa Maria di Gesù superiore. Attraverso il contenuto di alcuni atti notarili, ho potuto individuare il perimetro che conteneva l’antico convento del XIII secolo, che accoglierà in tempi diversi, gli ordini religiosi che si sono insediati nel casale di Ritiro.

   La cadenza temporale in rapporto agli ordini conventuali e monastici, che hanno abitato le mura dell’antico complesso religioso, favorisce tutta una serie di valutazioni, fino a questo momento, rimaste fuori dalla storia di questi luoghi. In fondo, il quartiere che oggi si chiama La Giostra, è stato il palcoscenico presso il quale, attraverso una particolare storia, si sono determinati gli avvenimenti principali della storia di Messina nel quattrocento. Quello che oggi è sinonimo di degrado un tempo, era accostato a posizioni contrapposte. Un giardino fresco e vivace in piante e arbusti di vario genere, di varie fragranze e qualità, faceva da cornice a un paesaggio mozzafiato. Una selva strettissima, popolata di cipressi, di noccioli, di vite e frutteti cingevano isolate abitazioni, sulla bassura dei declivi collinari o vicina alle sponde delle fiumane. Tanti corsi d’acqua oltre il principale fiume accarezzavano le pareti della vallata. Il mormorio dei ruscelletti provenienti dai colli, secoli dopo conosciuti come contrade: san Jachiddu, Tremonti, Poggio, San Michele, Scala e Ritiro faranno da sfondo, ai visitatori che frequentarono queste terre, ricordati come i luoghi in cui Antonello è cresciuto, e dove ha espresso la volontà di riposare in pace.

Alessandro Fumia

Ultima modifica il Domenica, 16 Ottobre 2016 19:20
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