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Sabato, 12 Agosto 2017 22:00

La Vara di Messina

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 - di Mirella Formica -

La Vara di Messina è una enorme machina di forma piramidale che illustra plasticamente il momento dell'assunzione in cielo della Vergine Maria. Nella prima delle piattaforme che compongono la sua struttura, collocate su di un ciclopico ceppo munito di slitte, trovano infatti posto le raffigurazioni della Vergine morta circondata dagli apostoli, secondo l'iconografia bizantina della dormitio virginis o Koimesis, mutuata dalle svariate redazioni apocrife del transitus Mariae, e salendo verso l'alto dei sette cieli che l'alma Maria doveva attraversare per giungere all'Empireo; questi cicli sono tutti sintetizzati dalla cortina delle nuvole che, dipartendosi dalla base della machina ú mo' di' baldacchino della "Bara", si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepií:i come nel sistema tolemaico; ancor più su, in una terza piattaforma, troviamo un globo celeste con stelle dorate, raffiguranti forse le stelle fisse, ed infine alla sommità, dopo l'ennesima cortina di. nubi, costellata come le altre da schiere di angeli, 1'effige di Gesù Cristo che tiene sulla mano destra l'Alma Mater, l'anima della Vergine assunta in Cielo.

All'interno della Vara, la struttura metallica campaniforme che ne costituisce l'ossatura ospita unaserie di ingranaggi i quali, azionati manualmente da persone a ciò addette, determinano il movimento rotatorio, in orizzontale e in verticale, di tutte le figure ed i personaggi, un tempo viventi, ora statue, che affollano questa grande piramide rituale.

La devozione dei messinesi per la Madonna della Lettera, ha origini antichissime.

La tradizione popolare, che naturalmente accettiamo come atto di fede e non come fatto reale, vuole che nell'anno 42, circa 9 anni dopo la morte di Gesù, sia passato da Messina l'apostolo Paolo, diretto a Roma.

In quella circostanza egli predicò la religione di Cristo e invogliò una delegazione di fedeli ad andare in Palestina, a trovare Maria di Nazareth.DSC 3514

La delegazione, della quale la tradizione ricorda i nomi di Geronimo Origliano, Marcello Benefacite, Centurione Mulè e Bruzio Ottavia, vi andò e ritornò a Messina l'8 settembre dello stesso anno, dopo aver avuto in dono da Maria una sua lettera di benedizione, nel cui testo figura la frase oggi r:portata a lettere luminose sul basamento che regge la colonna con la statua della Madonnina del Porto di Messina: "Vos et ipsam civitatem benedicimus".

Dal giorno di quel ritorno sino ai tempi nostri, si può dire che la Chiesa messinese non ha mai smesso di dedicare, ogni anno, almeno alcuni giorni di festeggiamenti sacri e profani alla santa Patrona della città. Purtroppo non abbiamo fonti antiche originali che possano illuminarci sui festeggiamenti tenuti in Messina nei primi anni dell'avvento del cristianesimo e sulla stessa processione dell'Assunta che i messinesi celebrano festosamente e fastosamente il 15 agosto di ogni anno. Francesco Maurolico, nel 1550, la definiva di antiquissima consuetudine, ma è probabile che essa possa aver avuto origine in epoca normanna, cioè almeno mille anni dopo l'assunzione in cielo di Maria. Non esistono testi che la ricordino in epoche più antiche.

II 12 agosto 1086 Ruggero d'Altavilla, dopo aver debellato gli Arabi, tornò. a Messina, da dove era partito nel 1061 per liberare la Sicilia dalla loro dominazione. Vi tornava con due precise intenzioni, per ringraziare la Vergine Maria, alla quale era particolarmente devoto per averlo assistito nella lunga guerra contro gli infedeli e per celebrare la sua gloria e il suo trionfo di conquistatore. Accompagnato dai baroni e dai dignitari della sua corte e preceduto da una esultante folla di seguaci, entrò in città venendo dalla parte dei monti, a cavallo di un cammello, alla maniera araba segui­to, come scrive il Buur_figlic: "dà cammelli barbareschi carichi di spoglie". F poiché aveva fatto prigionieri il principe musulmano governatore di Messina e sua moglie, li obbligò ad attenderlo a cavallo dei loro destrieri davanti alla porta del Duomo.

DSC 3517Al corteo prendevano parte sia il clero che le autorità civili e militari, tutti in abiti sontuosi, ordina­ti in una lunga processione, recando croci, urne e gonfaloni. In testa al corteo sfilava un'imponente ed elegante statua di donna a cavallo, fatta di cartapesta, pettinata e adorna come una gran dama, e il Buonfiglio afferma che "tenevasi per simil conto un caval leardo, la cui stella trionfale, di vellu­to cremisino ricamata d'oro à tronconi, si conserva per fin' al di d'hoggi nel luogo nomato il Tesoro". Essa rappresentava la Vergine Maria "nel momento in cui faceva il suo ingresso in paradi­so" e cioè nell'atto della sua assunzione in cielo.

Dietro questa statua veniva il clero, poi il ceto nobiliare e quello militare con in testa il Conte fiera­mente eretto sul suo cammello e circondato da uomini che cantavano inni di guerra e innalzavano lodi di ringraziamento ai santi e alla Madonna. In coda al corteo, ben guardati da molti uomini arma­ti, si trascinavano i prigionieri di guerra che con lamenti e lacrime maledicevano la loro triste e ver­gognosa sorte.

Da questo episodio nacque l'usanza, a partire dal 22 settembre 1197, giorno della consacrazione al culto del Duomo di Messina, di porcare in giro per la città statue del conquistatore, dei vinti e dell'Assunta, in mezzo ad una grande folla festante ed ai ciuri di pipi, specie di poeti estemporanei che andavano in giro vestiti di bianco e con pendenti rossi al cappello, battendo tamburi.

Durante questo festino i sovrani del tempo offrivano alla cattedrale due grandi torce, cilii, che col­locate su apposite basi di legno, trasportate a spalla da quattro uomini in costumi speciali, precede­vano nelle processioni il simulacro della Madonna.DSC 3539

Per l'occasione la città veniva addobbata a festa e mentre per le vie sfilavano carri allegorici, nelle piazze e nei quadrivi s'innalzavano bellissimi ed artistici apparati, si costruivano porte ed archi di trionfo e, a sera, su alte piramidi dette baccalari, venivano illuminate figure fantasiose e storiche. Si trattava, quindi, a quel tempo, di una festa più trionfalistica che religiosa incentrata sul ricordo della vittoria riportata dal conte Ruggero sugli Arabi, e non di una vera festa di fede popolare. La città par­tecipava a quel tripudio festaiolo mangiando e bevendo, stendendo ai balconi damaschi, gonfaloni e bandiere, allestendo sontuosi apparati e trasformando le vie in gallerie piene di luminarie e di festo­ni colorati.

L'usanza di portare in processione un simulacro della Madonna dell'Assunta pare che sia nata in un antichissimo villaggio dell'Asia Minore, vicino ad Efeso, dove la tradizione cristiana vuole che abbia soggiornato Maria di Nazareth dopo la morte di Gesù e dove, sin dai primi tempi del cristianesimo, il 15 agosto di ogni anno, si soleva portare in processione per le strade della città un simulacro della madre di Gesù nell'atto di ascendere in cielo. Non è quindi improbabile che il conte Ruggero, più che istituire l'usanza della processione dell'Assunta, abbia continuato una tradizione già conosciuta altrove, ma adattandola al suo trionfo e alla sua gloria.

DSC 3541Fu il papa Sergio I ad ordinare l'istituzione di solenni processioni per le principali ricorrenze mariane. E quindi probabile che l'usanza della processione messinese dell'Assunta sia nata tra i1687 e il 701, periodo appunto del pontificato di Sergio I, e sia stata resa più solenne durante la monarchia normanna.

Verso la fine del '400 0 l'inizio del '500, in sostituzione della statua in cartapesta della Madonna, forse perché divenuta logora o degradata dal tempo, cominciò a portarsi in giro un Ritratto della Madonna, sistemato in groppa ad un somarello bardato con drappi dorati.

Secondo qualche autore questo quadro potrebbe essere stato quello stesso che Maria regalò alla delegazione messinese. Houel afferma: "Io ho visto quel ritratto e quei capelli...". La tradizione cristiana afferma che di Maria esistevano sette ritratti eseguiti da S. Luca. Anche se l'ipotesi 'e suggestiva, appare azzardato affermare che possa essere stato uno di essi. L'ultimo ritratto della Madonna, pervenuto a noi attraverso i secoli e sopravvissuto allo stesso terremoto del 1908, bruciò nell'incendio del 1943.

Il cerimoniale di questa processione si ripeté per diversi anni e una prima modifica si ebbe solo nel 1535 quando il Senato peloritano, per festeggiare l'arrivo in città di Carlo V reduce dalle vittorie di Tunisi sul pirata Ariadeno Barbarossa, diede incarico ad un architetto di nome Radese, di costruire una machina portentosa capace di rappresentare l'idea dell'Assunzione in Cielo di Maria Vergine in maniera più gloriosa.

II Radese costruì un marchingegno mobile in cui angeli e santi erano rappresentati da oltre 100 tra giovani e giovanette riccamente vestiti, agghindati DSC 3568con fiori e nastrini e legati in precarie condizioni di equilibrio a cerchi girevoli, tanto da destare ammirazione e timore insieme per l'audacia della costruzione e la visione fantasmagorica dei personaggi. "... Et d'hallora in poi in cambio della statua si conduce questa al dì solito, ogni anno" Secondo il Buonfiglio, nel 1535, in sostituzione del Padreterno e dell'Alma Maria, figurò la statua dell'imperatore Carlo V con in mano un'aquila, simbolo delle sue vittorie.

Questa composizione piramidale, che per quasi quindici metri di altezza si elevava da terra su tre ordini di piani, aveva per base una piattaforma circolare che durante il trasporto veniva sorretta a spalla da molte persone, vestite con paramenti religiosi, guidate da un capopopolo che, ad intervalli regolari, ordinava a sosta o la ripresa della marcia, mentre la gente intorno danzava ed elevava al cielo canti di gloria e di ringraziamento. Qualche anno dopo, questa estrosa piramide fu perfezionata da Giovannello Cortese, genero del Radese e da tal mastro Jacopo che la munirono di ruote. A proposito di quest'ultimo, le varie ipotesi fanno supporre che possa trattarsi di Jacopo del Duca o di Jacopo Scicli.

Dopo il 1565 le ruote furono sostituite da scivoli in legno, ora sono in acciaio, per consentire il trascinamento sui selciato. Qualche fonte afferma che consigli e suggerimenti sulle figurazioni allegoriche, tendenti ad esaltare la resurrezione e l'assunzione in cielo della Madonna e su meccanismi girevoli, furono dati da Francesco Maurolico.

DSC 3574Samperi ricorda che dinanzi ad ogni chiesa, tra il giovanetto che impersonificava il Padreterno e la ragazza che impersonificava la Vergine Maria, si svolgeva il seguente dialogo, in dialetto storpiato: Padreterno: "Virgini di li Virgini ab eternu / Eletta e poi criata Matri Santa, / A possidiri lo regnu supernu / Di lu mia Patri cu gloria tanta, /Veni filici pianta, picchì hai misu /Paci fra l'homu e Diu, che l'Havi offisu. / Veni, triunfanti Imperatrici, a dari /Riposi all'infiniti toi tormenti, /Chi suppur¬tasti per in riscattari / L'homu dall'infirnali focu ardenti. / Veni, climenti Maria, alma Regina, / Prega per la divota tua Missina". .

Maria: "Milli gratii ti rendu, Eternu Patri, / Chi di l'ancilla tua ti ricurdasti. / A tia duci Figghiu, che a la Matri / La tua cità fidili accumandasti, / Pirchì ordinasti ch'io li sia Avucata, / Pri l'amor miu ti sia ricumandata".

La processione della Vara è sempre stata una delle più belle tradizioni perpetuate dalla città per diretto sostegno del popolo. La fede popolare ne ha esaltato la simbologia soprattutto in termini di fede, tanto che fino al tempo del duca di Laviefuille e del marchese di Fogliani la giovane che impersonificava la Vergine Maria godeva della prerogativa di liberare un condannato a morte. Successivamente essa, nei giorni seguenti alla processione, girava di casa in casa recitando versi del suo dialogo col Padreterno ed impartiva la benedizione, ricevendo in cambio doni.

Nonostante la Vara rappresentasse un pericolo incombente, a causa dei precari sostegni ai quali erano assicurati i giovanetti che componevano la piramide, nel corso della sua lunga storia ebbe a subire due soli incidenti. II primo quando nel 1861 si spezzò il perno che sosteneva il globo e sei ragazzi precipitarono tra la folla senza che alcuno di loro restasse ferito o contuso, e l'altro nel 1738 quando, a causa della rottura dell'asse attorno al quale girava il simbolo del sole, quattro bambini precipitarono da un'altezza di circa 54 palmi, restando illesi.

Sul finire del XVIII secolo la Vara si presentava molto ricca e pomposa. Il poeta inglese Patrick Brydone, che nel 1770 si trovava* a Messina, pur non avendola vista di persona e conoscendola quindi solo per sentito dire, così la descrive: "È di gran mole e percorre le vie della città con enorme pompa e cerimoniale. Al centro si trova l'immagine principale che rappresenta la Vergine e un po' più in alto girano diverse ruote che a dir di tutti sono di fattura. molto originale. Ogni ruota contiene uno stuolo d'angeli aggiustati in ordine di precedenza, ossia serafini, cherubini e potestà. Li impersonano tanti bellissimi bambini, tutti luccicanti nelle tuniche di stoffa d'oro e d'argento, con ali di penne dipinte applicate sulle spalle. Quando la macchina si mette in moto, tutte le ruote cominciano a girare e i vari cori di angeli continuano a cantare Alleluja in un incessante battito d'ali intorno alla Trinità ed DSC 3602alla Vergine e così per tutta la processione, con effetto magnifico ...."

La Vara avanza mostrandosi. La peculiare caratteristica è quella di essere un asse del mondo in movimento che consente, a chi al suo seguito compie il percorso processionale, di muoversi guadagnando nuovi spazi, pur tuttavia rimanendo al centro del proprio universo.

Tale esigenza di domesticazione rituale del territorio, propria di tutte le società tradizionali, ha determinato, in aree rientranti nell'orbita culturale di Messina, la elaborazione di analoghe macchine trionfali che sono state certamente modellate sull'archetipo messinese, come ad esempio la Vara di Randazzo e la cosiddetta Varia di Palmi.

Esempio, sia pur sofisticato, di macchina professionale, in ciò simile alle innumerevoli Vare e Varette utilizzate in tutte le feste meridionali per portare in giro il simulacro della divinità, la Vara ha sempre colpito la fantasia di quanti, viaggiatori italiani o stranieri, si sono nel corso degli ultimi due secoli volti a fissare lo sguardo sulla città di Messina e le sue tradizioni.

Dopo aver attraversato sostanzialmente indenne le varie vicende sismiche e belliche che hanno irrimediabilmente cancellato alcune testimonianze della storia della città, la Vara ha varcato indenne la soglia del Duemila mantenendo intatta la capacità di coagulare intorno a sé le aspettative, la devozione, la fede ed anche i sogni di tutta una comunità.

Pubblicato in Comunicati stampa
Sabato, 12 Agosto 2017 22:00

Il cammello

- di Mirella Formica -

Non si può parlare dei giganti messinesi senza richiamare alla memoria l'ultima machina festiva della rassegna: il Cammello, o Cammiddu o Cammellaccio che delle due statue equestri costituiva una sorta di appendice.

 u cammeddu

La sua presenza nelle feste di mezzagosto è attestata già nel 1606 da Giuseppe Buonfiglio che scrive in una popolare celebrazione: " ...della vittoria ottenuta dal conte Ruggeri, il quale, fugati i Mori, entrò trionfalmente a Messina coi suoi soldati bagordando, e coi cammelli barbareschi carichi di spoglie". Placido Samperi, nel 1644, ne fornisce questa descrizione:

"Và per tutto quel dì (14 agosto), e nè seguenti ancora, per le pubbliche strade ballando, e scherzando con la plebe minuta, un finto Camelo, accompagnato da alcuni mascherati, come Saraceni; usanza, ch'à men periti sembra una inettia plebea, é una stolta melansagine, al parere però de' Savij, e degli Eruditi, una pia, e religiosa rimembranza della vittoria del Conte Ruggieri, quando scacciati con l'aiuto de' Messinesi, li Saraceni, entrò nella Città di Messina trionfante, nell'anno 1061, come alcuni vogliono, non su l'ampia schiena di smisurato Elefante, ò d'orgoglioso Leone, come i Cesari, e i Pompeí tirati da questi animali, mà sopra il dorso d'un barbaro Camelo guernito all'Arabesca.

Quindi e che gli antichi Messinesi nell'anniversaria solennità della Vergine, per la memoria immortale di quella Trionfale giornata, fabricarono un finto Camelo che andasse attorno per la Città, e destasse gli animi alla ricordanza della ricevuta libertà, per opera della B. Vergine... ".

Nel 1888, L'Illustrazione popolare di Milano fornisce questa descrizione con dovizia di particolari:

"Il secondo giorno usciva il cosidetto camiddu: cammello. Era una costruttura in legno che imitava la forma dell'infatícabile quadrupede del deserto. Camminando apriva e chiudeva la bocca, e da essa l'uomo che era nell'ordegno, allungava la mano per ghermire tutto ciò.che gli veniva fatto trovare; cosicché allo spettatore ingenuo riusciva completa l'illusione che il camiddu mangiasse davvero. E mangiava voracemente.

Nessuna bottega era risparmiata. La bestia rapace gironzolava qua e là rompendo con moti repentini il cerchio fitto, ondeggiante della folla che, ai tiri astutissimi, si smascellava dalla risa. Pane, bottiglie di vino, chincaglie, formaggi; tutto ciò che i bottegai mette vano in bella mostra presso l'ingresso del negozio, era trangugiato dalla bocca vorace. Il primo a ridere dei tiro era il bottegaio derubato".

Intuibile da queste descrizioni la reale struttura del Cammello: una leggera ossatura in legno, sulla quale si adattava una pelle completa di dromedario. Sotto l'ossatura erano i due facchini, le gambe dei quali, visibili, erano ricoperte dalla pelle predetta. Tra i due portatori era legato un sacco dove si riponeva il ricavato della visita ai rioni della città. Attorno al Cammello erano un suonatore di cornamusa ed altri fanciulli mascherati, come li presentano antiche stampe. Con grande capacità di sintesi, l'etnoantropologo siciliano Giuseppe Pitrè definì la pantomima del cammello "scena abissina" , mettendola in relazione con quella del Serpente di Butera, `u sirpintazzu, che sciama per le strade del paese in occasione della festa di San Rocco.

Analogo cammello rituale, anch'esso vorace ma con diverse motivazioni di nascita rispetto a quello messinese, è il camiddu di Casalvecchio Siculo che sfila accompagnato da tamburini e da un cammelliere durante la festa di S. Onofrio. Anche nel comprensorio calabrese, a S. Costantino di Briatìco, è il cammello con la sostanziale funzione di machina festiva attraverso la quale è possibile lecitamente procedere ad un esproprio di beni. La strana effige del cammello insomma si cónfigura, nelle sue modalità fruitive popolari, come machina esemplare atta a porre in essere rituali di disordine controllato, attraverso la temporanea ridistribuzione dei ruoli e dei beni che possono essere assegnati in modo differente che nella realtà ordinaria.

L'insaziabile fame e la irrefrenabile rapacità del cammellaccio, divennero proverbiali tanto che un tempo, a Messina, di persona arraffatrice si era soliti dire: "Fa comu `u camiddhu!".

Pubblicato in Comunicati stampa

 

Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Giovanni Ardizzone, terrà una conferenza stampa domani, lunedì 14 agosto, alle ore 10.30, nella sala consiglio di Palazzo dei Leoni a Messina. Nel corso dell’incontro con i giornalisti, il presidente Ardizzone illustrerà i provvedimenti più significativi riguardanti la città metropolitana di Messina, approvati dall’Ars in questi 5 anni.

 

                        Fabio De Pasquale   Portavoce del Presidente dell'ARS

 

                   

 

ARS: DOMANI A MESSINA CONFERENZA STAMPA DEL PRESIDENTE ARDIZZONE

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- di Marcello Crinò -

Il 12 agosto, come ogni anno, si ricorda l’anniversario del bombardamento di Barcellona avvenuto nel 1943 ad opera degli alleati. La città di Barcellona Pozzo di Gotto, oltre a settantaquattro civili morti durante i bombardamenti, e numerosi feriti, pagò un tributo di sangue attraverso centinaia di militari morti nelle due guerre mondiali. I nomi di tutti i caduti, civili e militari, delle due guerre, sono incisi sulle lapidi poste accanto al Monumento ai caduti, purtroppo in parte illeggibili perché sbiaditi dal tempo e senza manutenzione. Si tratta di circa 365 militari morti nel primo conflitto mondiale, e di circa 207 militari morti dal 1935 al 1945, per un totale di circa 572.

Gli alleati, quel 12 agosto del 1943, secondo informazioni errate, cercavano i tedeschi (che non c’erano), ma bombardarono e spararono deliberatamente sui civili innocenti e disarmati, accanendosi soprattutto sul centro di Barcellona. Colpirono anche l’ufficio postale, nei cui pressi cadde il dottor Gaetano Bavastrelli mentre si recava a prestare la sua opera all’ospedale, compiendo

quella che è ricordata da Carmelo Bilardo, nel libro Amo, la mia città (edito dalla Corda Fratres nel 1993), come “una strage inutile”. Le case distrutte, riferisce Nello Cassata nella storia di Barcellona

(vol. III, p. 17, 1982) furono 154, le danneggiate 287, circa duemila sinistrati senza tetto.

Di prima mattina l’Amministrazione comunale ha fatto deporre una corona d’alloro sulla lapide che ricorda il tragico avvenimento, senza la manifestazione pubblica come avveniva fino allo scorso anno, quando un piccolo corteo (di anno in anno sempre più ridotto) dal Municipio raggiungeva il Monumento ai caduti. In un comunicato il sindaco Roberto Materia scrive: “Nella consapevolezza che la memoria, seppur dolorosa, dell’evento mantenga sempre vivo il ricordo dei nostri concittadini e rinnovi l’importante valore dell’amor di Patria e la motivazione al perseguimento della pace e della tolleranza tra gli uomini, l’Amministrazione comunale ha predisposto per il giorno dell’evento un doveroso tributo floreale”.

Questi i nomi dei caduti civili così come riportati sulla lapide: Aliberti Santa, Aliquò Erminia, Aliquò Rosaria, Aliquò Santa, Anastasi Michele, Barresi Margherita, Battista Agata, Dott. Gaetano Bavastrelli, Benedetto Giovanni, Biondo Carmelo, Biondo Francesca e Flavia, Biondo Maria, Brigandì Angelo, Brigandì Giuseppe, Brigandì Salvatore, Brigandì Santo, Bucalo Rosa, Bucolo Tindaro, Bucca Sebastiano, Calabrò Giuseppe di Mariano, Calabrò Giuseppe di Salvatore, Caliri Domenico, Caliri Francesco, Cicciari Domenico, Cipriano Salvatore, Conti Salvatore, Cortese Agnese, Currò Salvatore, Currò Sebastiano, Cutropia Filippo, Cutugno Carlo, Cutugno Francesco, Cutugno Salvatore, Cutullo Sebastiano, D’Amico Carmelo, Di Bartola Angela, Fazio Angela, Genovese Antonio, Genovese Lorenzo, Genovese Santo, Guido Antonino, Iannello Attilio, La Motta Carmelo, Lazzaro Alfredo, Leotta Giuseppina, Longo Giuseppe Garibaldi, Lo Presti Mariano, Mazza Eugenia, Mazzeo Angelo e Fortunato, Mazzeo Giuseppa, Merenda Grazia, Pandolfo Giuseppe, Perdichizzi Giovanni – Giov., Petrella Michele, Pino Sebastiana, Pittari Santo, Presti Francesco e Sebastiano, Rotella Vittorio Emanuele, Scarpaci Caterina, Scollo Paolo, Scopelliti Carmela, Siracusa Vincenzo, Siracusa Vito, Sortino Carlo, Spada Antonino, Trattaro Luigi, Trimboli Antonino, Triolo Nunziato, Trovato Caterina, Trovato Giovanni, Perdichizzi Giovanni – Ant.

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Messina. Piazza Duomo gremita, per la devozione della Madonna Assunta e la tradizione della VARA, tra Ave Maria scandure dal prete...tra il sacro e il profano...tra le bancarelle di torroni dalle fragranze inebrianti e i palloncini raffiguranti i piu nuovi cartoons. Seguitissimi, con notevole commozione, i tiratori della Vara, in bianco, a piedi scalzi.Toccante il discorso dell'arcivescovo  S.E. Benigno Papa, prima di dare avvio alla benedizione dei fedeli. Seguiva una Messa cantata, in cattedrale e un concerto per organo.

fgghas

Fuochi d artificio hanno preceduto l arrivo della Madonna Assunta. Luminarie animate hanno fatto da sfondo scenografico all evento religioso e profondamente sentito dai messinesi: una festa unica e spettacolare, nel Mediterraneo...la tradizione vuole, a seguire....tutti...lungo i padiglioni fieristici che pur impoveriti di parecchi stands, esercitano un sicuro richiamo per la massa...considerato il fatto che si puo' fruire a titolo gratuito, di qualche ora di passatempo e di divertimento, oltre che di wine and food, tra pizza verace napoletana  e Braciolando con le tipiche bracioline messinesi ....gustosissime...dei fratelli Fabiano.

Pubblicato in Comunicati stampa