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“Da mozzo sui velieri eoliani a nocchiero della Chiesa messinese”

- di Giuseppe Pracanica - 

  

   La mattina del 17 agosto del 1943 gli americani, comandati dal gen. George Patton, occupavano Messina, seguiti, nel pomeriggio dello stesso giorno, dagli inglesi di Montgomery. Gli alleati, appena arrivati a Messina, in seguito alle informative del servizio segreto inglese, misero agli arresti domiciliari l’arcivescovo Angelo Paino, accusato di essere fascista ed amico personale di Mussolini. In quella stessa occasione corse anche voce che il bombardamento della cattedrale fosse stato intenzionale, al fine di punire il vescovo fascista. Il prefetto di Messina, nominato dagli Alleati, l’avv. Antonino Stancanelli, ricorda che dopo aver fatto visita al vescovo di Patti mons. Ficarra, avrebbe dovuto compiere quella all'Arcivescovo mons. Paino, ma poiché sapeva che questi, per avere avuto rapporti con Mussolini, era stato relegato dagli Alleati nel seminario di Giostra, si recò invece a far visita al notissimo Padre Nalbone, già Vicario Generale della Compagnia di Gesù, a cui spiegò il motivo della visita.  

Successivamente, poiché furono messe in giro, da parte dell'entourage arcivescovile, voci in merito all'appartenenza alla Massoneria del Prefetto, cosa peraltro vera, quest’ultimo, a mezzo del suo segretario, l'ing. Nino Abbadessa, dell'Azione cattolica diocesana, chiese di incontrare mons. Paino per una spiegazione. L'Arcivescovo, come prima richiesta, invitò il Prefetto ad includere nell'elenco dei lavori di ricostruzione il Duomo, e solo successivamente un suo intervento presso gli Alleati per toglierlo dalla attuale segregazione e permettergli di rientrare in città, nel palazzo Arcivescovile.

Ma chi era mons. Paino, che, ancor prima di essere liberato dagli arresti domiciliari aveva chiesto alle autorità alleate la ricostruzione del duomo di Messina? Era nato a S. Marina Salina il 21 giugno 1870 e, prima di entrare in seminario a Lipari e poi a Catania ed Acireale, aveva fatto il mozzo a bordo dei velieri del padre, piccolo armatore marittimo. Nell’archivio della Curia, abbiamo trovato, con mons. De Domenico, il libretto di navigazione di mons. Paino, dal quale risulta che fece, per due volte, il mozzo sui velieri di suo padre, nella tratta S. Marina Salina-Napoli, per cui potremmo così, icasticamente, sintetizzare la sua vita: da mozzo sui velieri eoliani a nocchiero della Chiesa peloritana.

 Dopo il servizio militare, aveva conseguito la licenza liceale ed aveva frequentato teologia a Napoli, per poi diventare sacerdote il 16 settembre 1894. Nel 1898 venne chiamato dal vescovo di Anglona e Turi, mons. Carmelo Puija, per insegnare teologia presso quel seminario, e diventarne, poi, rettore. Fu anche nominato canonico teologo della cattedrale e promotore di Giustizia di quella diocesi. Dopo un breve permanenza a Trapani ed a Bari, ed essere stato preconizzato prima come successore del cardinale Lualdi nella cattedra che quest’ultimo aveva tenuto nell’Istituto Leonino di Roma e poi come vescovo di Patti, sede che il segretario di Stato, cardinal Mariano Rampolla del Tindaro, non gli assegnava perché lo considerava molto giovane, mons. Paino aveva allora solo 32 anni, il 20 aprile 1909 veniva nominato vescovo di Lipari. Consacrato vescovo, ad Acireale, il 22 agosto 1909 prendeva possesso della diocesi, sede che, in seguito alle vicende legate alle rivendicazioni da lui sostenute contro il comune di Lipari, circa il possesso e lo sfruttamento delle risorse pomicifere da parte dell’autorità ecclesiastica, era costretto ad abbandonare il 2 novembre 1913. Ed anche se mantenne la titolarità di tale sede vescovile fino al 1921, non volle tornarvi mai più.

Il PPI, fondato da Luigi Sturzo e da Alcide De Gasperi nel 1919, ottenne, nello stesso anno, al primo impatto elettorale, un grosso successo in tutta Italia, con oltre il 20% dei voti e l’elezione di 100 deputati. Messina diede un contributo molto modesto, circa il 6%, mentre nel resto della Sicilia si superò, quasi dappertutto, il 12%.

Pesava, a Messina, oltre alla tradizionale debolezza organizzativa del laicato cattolico, anche la scarsa credibilità politica dei dirigenti del movimento che erano gli stessi che dal 1906 al 1919, con l'avv. Giuseppe Fortino in testa, erano stati all'amministrazione con le forze libe­rali e massoniche, contro cui oggi avrebbero dovuto schierarsi. Tale debolezza organizzativa veniva confermata, nelle elezioni del 1921, in cui il bacino elettorale cattolico si ridusse ancor più, nonostante alcune significative presenze, Attilio Salvatore, Giuseppe Romano, Francesco Fucile che, tuttavia, non erano ancora riusciti a modificare lo statu quo ante .

“L'avvento al potere di Mussolini, quindi, colse il PPI a Messi­na in una fase di riorganizzazione e di rilancio che trovava proprio nel nuovo governo una sponda efficace per la propria attività locale in quanto i popolari facevano parte del nuovo governo e fra questi l'on. Micheli in particolare, molto conosciuto a Messina per il ruolo svolto nella ricostruzione dopo il terremoto del 1908, che aveva mantenuto contatti con i cattolici locali. Per cui l'at-teggia­mento dei popolari e dei cattolici, in generale, a Messina, nei con­fronti del nuovo governo fu improntato ad espressioni favorevoli di prudente e "fiduciosa attesa" .

Questa volta la notizia venne resa pubblica, ma mons. Paino era già Vescovo Coadiutore, nominato, su proposta dell'Arcivescovo mons. D'Arrigo, in data 7 ottobre 1916, con lettera riservata del cardinale De Lai, Segretario della Sacra Congregazione Concistoriale, all'epoca Prefetto era lo stesso Sommo Pontefice, Benedetto XV, ma a condizione che la nomina rimanesse segreta. Infatti nella lettera venne posta la condizione di evitare "ogni apparenza esterna che potesse dar pretesto ai nemici di dire che mons. Paino non è più Vescovo di Lipari, ma Ausiliare di Messina. Quindi egli dovrà bensì dimorare a Messina, come la S.V. Ecc.ma mi ha indicato; ma ivi dovrà curare le cose della Diocesi di Lipari e l'andamento della nota causa (la controversia con il Comune di Lipari per il possesso delle terre pomicifere, n.d.r.), facendo anche ad essa risalire la necessità della sua permanenza a Messina”. Sono venuto in possesso della minuta di tale lettera, conservata presso la Congregazione dei Vescovi, grazie a mons. Cesare di Pietro. 

 L’on. Ludovico Fulci, che aveva cominciato a capire quale piega andavano prendendo gli avvenimenti esprimeva, su Mussolini e sul fascismo, giudizi

tutt’altro che teneri. Mussolini, infatti, in piena sintonia con il ministro dei Lavori Pubblici, il catanese Gabriello Carnazza e con l’Arcivescovo mons. Angelo Paino, aveva programmato di liquidare tutti gli strumenti di controllo dell’attività economica e politica che avevano consentito, per decenni, a Fulci ed ai suoi amici, sia pure con alterne fortune, una lunga egemonia politica sulla città.

Particolare attenzione aveva attirato l’attività dell'Unione edilizia, erede di quel Consorzio dei danneggiati dal terremoto che Fulci si era inventato con la legge del 15 luglio 1910. Alla fine di gennaio del 1923, il ministro Carnazza aveva, infatti, per la prima volta, anche se in via del tutto privata, manifestato l’intenzione di sciogliere l'Unione Edilizia, e poco più di un mese dopo aveva incontrato mons. Paino a Messina.

 Il 5 febbraio 1923 il sindaco Oliva si dimetteva per cedere il posto al commissario fascista.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

 L’arcivescovo Paino il 13 marzo dello stesso anno prendendo possesso della Diocesi, aveva mandato dalla Cattedrale, ancora in baracca, il suo messaggio di saluto a Mussolini, inneggiando a "Colui che indirizza l'Italia sulla retta via, a Colui che dà nuovo vigore alla nazione".

 Mons. Giuseppe Foti, il segretario dell’Arcivescovo, ha sempre sostenuto che nonostante la vicinanza a Mussolini mons. Paino non fu mai fascista militante. A riprova ricordava che durante la crisi, agli inizi degli anni trenta, tra la Chiesa ed il Fascismo, a motivo dell’Azione Cattolica, quando Mussolini gli fece discretamente sapere di volerlo mettere a capo di una chiesa nazionale, lui con molta fermezza rispose che sarebbe rimasto, assieme a tutti gli altri vescovi italiani, sempre vicino al papa. Dopo l’enciclica di Pio XI, del 5 luglio 1931, Non abbiamo bisogno, la vertenza sull’Azione Cattolica si ricompose il 2 settembre dello stesso anno.

 L’Azione Cattolica si salvò ma, per sopravvivere, dovette sottostare ad una serie di condizioni. Una di esse riguardava il divieto, per i vescovi, di nominare dirigenti dell’Azione Cattolica i vecchi esponenti dei partiti antifascisti, ma mons. Paino non tenne in alcun conto tale ingiunzione e affidò l’A.C. di Messina all’avv. Giuseppe Fortino che era stato, anche se per breve periodo, segretario provinciale del Partito Popolare e candidato alle elezioni nazionali.

Tra il 28 marzo e la prima quindicina di aprile del 1923 era avvenuto il primo incontro a tre, Mussolini, Carnazza e Paino, ed il 22 giugno successivo, in occasione della visita a Messina di Mussolini, un lungo colloquio del duce con Paino nello studio del prefetto (molto più lungo di quello concesso alla deputazione messinese, pur essa presente, ricevuta collegialmente e per pochi minuti), aveva sancito l'intesa definitiva.

Quando ancora la stampa, nonostante l’avvento al potere del Fascismo, manteneva ancora una sua vivacità di iniziativa, un coraggioso giornalista della Gazzetta di Messina e delle Calabrie, Giuseppe Vinci, iniziava un’intensa campagna di denunzia contro le malefatte dell’allora dirigenza politica e burocratica, in ordine alla zona industriale, alla zona Falcata ed alla zona commerciale. In particolare denunziava, in base agli elementi raccolti, che le aree della zona industriale erano state assegnate dall’Unione Edilizia, che definisce non lacrimata e poi anche famigerata, non agli aventi diritto, in quanto esercenti attività imprenditoriali, ma agli amici. Infatti tale Ente, controllato fino al 1923, dagli accoliti del sen. Fulci, era servito per appagare le clientele, soprattutto quelle massoniche. Scrive Vinci “La massima parte dei concessionari ha così deviato dai fini veri della concessione. Vi sono stati dei fortunati che hanno saputo strappare  un’area ad un prezzo irrisorio nel cuore della nuova città sfruttando tutti i benefici di legge, promulgati per gli intraprendenti, costruito con poche migliaia di lire edifici importanti, e qual­cuno è arrivato a costruire un castello medievale per poi finire nella più, usuraia delle speculazioni. […] Si può quindi calcolare che le aree comprese tra il torrente Portalegni fino al curvone ferroviario di Gazzi siano costate agli utenti dalle 12 alle 13 lire al mq e quelli oltre il curvone da 4 a 16 lire. […] borghesi abitano, nel centro della città sfruttando anche loro per abitazioni - che altrimenti dorrebbero pagare migliaia di lire al mese - locali che per il loro esiguo costo avevano altra utile destinazione”.  Altrettanto scandalosa appariva, a Vinci, la situazione esistente nella zona Falcata, dove il Comune di Messina aveva dato in concessione ben 29000 mq, degli 86000 di cui disponeva, alla Società Italo-Americana per i petroli “ad un prezzo ‘tenue’, per 29 anni, concessione che, peraltro, non poteva essere rilasciata in quanto l’attività svolta dalla società richiedente era commerciale e non industriale e ne ricordava anche le tappe. Il 9 aprile 1919 concessione di 19.000 mq a fronte di un pagamento di 4500 lire, cioè 10 centesimi al metro quadro, elevata a 29000 mq, con un ulteriore canone di 8000 lire l’anno. A fronte di tale scandalosa concessione invitava l’Intendente di Finanza ad intervenire, ma, ovviamente, quest’ultimo si guardò bene dal fare alcun che. Giunsero, quindi, contemporaneamente, il decreto di scioglimento dell'Unione Edilizia, che comportò l’immediato licenziamento di tutti gli impiegati, e quello che sbloccava la pratica di finanziamento per la riedificazione della Cattedrale. Ma già il 29 luglio Mussolini inviava all’Arcivescovo un telegramma in cui era scritto “Desidero sapere se lavori incominciati e numero operai”.

Dalla data del telegramma si evince chiaramente che Mussolini aveva autorizzato l’Arcivescovo ad iniziare i lavori prima che il Consiglio Superiore dei LL.PP., il successivo 27 agosto 1923, approvasse il progetto di ricostruzione del Duomo, redatto dal prof. ing. Aristide Giannelli, docente di scienze delle costruzioni presso l’Università La Sapienza, per la parte statica e dall’arch. Francesco Valenti, Sovrintendente ai Monumenti per la Sicilia, per la parte artistica. Due furono le ditte incaricate dei lavori: Domenico Vitali, per il transetto e le navate ed i fratelli Cardillo. Direttore dei lavori fu l’ing. Francesco Barbaro, dell’Ufficio Tecnico della Curia.

 Paino non rispose direttamente al telegramma di Mussolini. Infatti non aveva iniziato i lavori perché era ancora alla ricerca dei soldi necessari per la realizzazione delle “opere di decorazione”, che erano escluse dal finanziamento statale.  

 Poiché per prendere tempo l’Arcivescovo aveva inviato a Mussolini un generico comunicato stampa senza fornire le notizie richieste, il 31 agosto successivo Mussolini telegrafava ancora: “Approvo testo suo comunicato stampa per quanto riguarda cattedrale voglia dirmi se lavori iniziati e quanti operai impiegati“.

Così, Guido Ghersi, molto vicino agli ambienti della Curia messinese, immaginò, nel suo libro La città e la selva, ma essendo molto addentro alle segrete cose della Curia è molto probabile che quanto ha scritto non sia solo frutto della sua immaginazione, che l’Arcivescovo vi sopperisse: ”«Credo che lei sappia» disse monsignore «quali sono le condizioni che noi facciamo, prima di prendere ogni altro accordo. » «Provvigione?» fece con un sorriso d'intelligenza l'im­prenditore giunto quella mattina dal nord. « Il governo ci da quanto basta a fabbricare le chiese; ma a decorarle e ad arredarle ci dobbiamo pensare noi. » «Allora? » «Noi domandiamo il venti per cento sulla spesa totale.» «E così per un lavoro di tre milioni io dovrei sborsare l'inezia di seicentomila lire.» L'imprenditore lanciò al vescovo un'occhiata, tra rabbio­sa e ammirativa. Con un largo fazzoletto si asciugò il sudo­re che imperlava la sua calvizie, rimise il fazzoletto in tasca e appoggiò le grosse mani pelose sulle ginocchia, piegando il capo da un lato come per sentir meglio. Ma tanto sua eccel­lenza quanto il piccolo e pallido segretario se ne stavano zit­ti e immoti nelle loro poltrone, quasi che la faccenda non li riguardasse e, anzi, quel discorso li infastidisse un poco. Finalmente si trovò il modo di accordarsi, e i volti sacer­dotali, lasciata la maschera dura dell'indifferenza e della noia, si rianimarono, si colorirono di sorrisi. La conversa­zione col grosso e rozzo appaltatore giunto in treno, e anco­ra male odorante di fumo, venne chiusa con ogni cordialità. Sua eccellenza, in piedi nel mezzo dell'ampio salotto, squadrò alle spalle il signore che usciva preceduto dal se­gretario, e la sua bocca ebbe una mossa evidente di nausea. Certo non era un piacere per lui doversi abbassare al livello di tali individui”.

 Intanto continuavano gli incontri tra Paino e Carnazza per concordare le iniziative al fine di estromettere i liberal-massoni dal potere. I due si trovarono subito d’accordo con Mussolini: erano, infatti, portatori di interessi coincidenti o, comunque, non conflittuali. Ha scritto Marcello Saija, che dopo la Marcia su Roma, Pietro Frigerio fu l'unico, tra i sette prefetti dell’Isola, a non essere rimosso, nonostante avesse chiesto insistentemente di essere trasferito ad altra sede, nel Nord del Paese. Il suo amico Finzi, sottosegretario al Ministero degli Interni lo aveva infatti invitato a pazientare, giacché la sua presenza a Messina era necessaria per inventare il fascismo.

 “Rassegnato e lusingato nel contempo, il prefetto si era messo all'opera, ma non aveva ricevuto direttive precise sulla strada da percorrere e, naturalmente, gli interrogativi erano tanti. Che cosa fare di quelle quattro marionette che da un anno circa si autodefinivano fascisti, agitandosi in modo da sembrare folla? Ci doveva essere una linea di demarcazione e quale nei con­fronti del vecchio establishment di potere cittadino? Ed infine, se bisognava operare una apertura verso i notabili, era necessario cooptare tutti o bisognava escludere qualcuno? Erano quesiti ai quali era necessario rispondere con urgenza, tentando anche di capire se la presenza nella compagine di governo del deputato locale Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, come Ministro delle Poste, fosse già una risposta a gran parte di queste domande. Non sappiamo se verbalmente una qualche direttiva a Frigerio venga impartita, rileviamo, però, che egli avvia la sua azione come se la circostanza della presenza in provincia di un ministro fosse del tutto ininfluente. Anzi, prima ancora che nei confronti degli altri, il prefetto prende le distanze dallo stesso duca Colonna di Cesarò, lamentandosi apertamente con Finzi che il Ministro delle Poste pretendeva di instaurare con l'autorità prefettizia rapporti di subordinazione "millantando di essere in loco l'unico rappresentan­te degli interessi politici del governo e di S.E. Mussolini".

 Al momento in cui scrive queste cose, Frigerio ha già adottato i primi provvedimenti di epurazione del personale "esuberante, incapace o comunque improficuo", previsti dalla legge delega al governo per il riordino del pubblico impiego. E se tra i licenziati parecchi appartenevano alla massoneria giustinianea, controllata politicamente dal sen. Ludovico Fulci, come Natale Scaffa, vice segretario generale del comune di Messina, altri erano, invece, dell'Or­dine ferano, strettamente legato agli interessi politici del di Cesarò. Si comprende perfettamente, allora, come, pur nell'assenza di un beneficiario dell'azione prefettizia, Frigerio avesse deciso, intan­to, di togliere agli esponenti della classe dirigente messinese tutti gli strumenti per organizzare il consenso, ed in primo luogo, le leve del potere comunale, strettamente connesse con gli interessi che ruotavano intorno alla ricostruzione della città”.

 Ma Frigerio andò ben oltre e, pur in assenza di precise direttive, ritenne che fosse necessario individuare, nella vecchia dirigenza politica, qualcuno che avesse la capacità e l’animo di organizzare il partito fascista in provincia di Messina, anche se questo avesse comportato la sconfessione dei fascisti della prima ora.

 Il prefetto individuò tale personaggio, e quindi la responsabilità della scelta fu esclusivamente sua, nell’on. Michele Crisafulli Mondio, che era, peraltro, in quel momento, il perno dell’organizzazione partitica dell’on. Giovanni Colonna di Cesarò, in provincia di Messina.

 Lo scioglimento delle Camere del Lavoro e dei partiti socialista e comunista consigliò, anche a Messina, i dirigenti della sinistra del tempo a cercare di organizzare una rete che partendo dai posti di lavoro si raccordasse a livello provinciale e regionale, e da qui anche con Roma. Ma i maggiori rappresentanti della sinistra e dei sindacati, dopo l’emanazione delle leggi repressive e l’istituzione del Tribunale Speciale, furono condannati al carcere, come Francesco Lo Sardo, morto in carcere nel 1931, ed Umberto Fiore, mentre altri venivano mandati al confino o diffidati. Anche i vecchi massoni, sia di tradizione giustinianea che ferana (massoneria di Piazza del Gesù, n.d.r.), vennero tenuti sotto controllo, anche se non vennero mai assunti provvedimenti particolari nei loro confronti. 

 Secondo Cicala, per comprendere il rapporto tra cattolici e fascisti, a Messina, è necessario descrivere, ruolo e consistenza, del laicato cattolico, prima della marcia su Roma.

 La riforma universitaria, fatta approvare da Giovanni Gentile con il R.D. 30 settembre 1923, n. 2102, classificò l’Università di Messina, in base al numero degli studenti, tra le  università di tipo B, per le quali lo Stato concedeva un milione e venti mila lire annue di contributo. Poiché il bilancio era di duemilioni duecentottantamila lire annue, alla differenza doveva provvedere la stessa Università con i propri mezzi. Era necessario, quindi, per non chiudere l’Università, reperire oltre il cinquanta per cento per far fronte alla spesa annua prevista. Venne costituito, proposto dalla stampa, un Comitato siculo-calabro, oltre che per reperire le somme necessarie alla continuazione della gestione, anche per predisporre una Relazione a corredo dello schema di convenzione per il mantenimento della R. Università di Messina, secondo quanto previsto dall’art. 141 della citata legge. Il provvedimento legislativo prevedeva, inoltre, la soppressione delle Facoltà di Medicina e di Lettere e Filosofia. Mentre la prima fu facilmente salvata, al posto della seconda il Consiglio Superiore della P.I. istituì l’Istituto Superiore di Magistero, a totale carico dello Stato.

 Mons. Paino, coinvolto nel Comitato, contribuì direttamente con 100.000 lire, mentre si impegnò a reperirne altre 300.000. Alla fine si superò il milione. Ma occorreva avere la certezza che i contributi fossero annuali. Per questo mons. Paino incontrò Mussolini a cui prospettò la soluzione del problema: “disporre che la Commissione Reale per l’assegnazione dei fondi sulle addizionali quale contributo annuo continuativo a favore dell’Università”. Mussolini convenne con tale proposta ed incaricò il presidente della predetta Commissione, senatore Pironti, di provvedere in tal senso. Determinante fu anche l’intervento del prefetto Frigerio.

 Per giungere a tale risultato intenso fu il rapporto, anche epistolare, del rettore, prof. Giovan Battista Rizzo, con l’Arcivescovo Paino. Il 7 luglio 1925 il rettore inviava all’Arcivescovo un telegramma di ringraziamento, preannunziato con lettera autografa al segretario, mons. Antonino Barbaro.

Nello stesso periodo mons. Paino fu particolarmente vicino a padre Gemelli, ma lo sarà sempre, e lo aiutò molto concretamente nelle sue intraprese, “Offro per l'Università del S. Cuore lire 100.000, di cui la metà per borse di studio di uno o due giovani che designerò io e poi i miei successori”. Sapendo poi del desiderio di quest’ultimo di istituire a Roma la facoltà di Medicina gli mise a disposizione un palazzo, di cui possedeva tutte le quote azionarie, ma non se ne fece niente giacché i tempi non erano ancora maturi. Per ringraziarlo personalmente padre Gemelli venne a Messina, nel 1930, proprio il giorno della giornata universitaria, per predicare nel ricostruito duomo.   

Alle elezioni del 6 aprile 1924 il listone fascista conseguì, in Sicilia, 481.811 consensi, pari ad oltre il 70% dei voti validi espressi, ottenendo 38 seggi. Democrazia Sociale, con 79.303 voti, si classificò al secondo posto, ottenendo 7 seggi, con il miglior risultato elettorale in provincia di Messina, dove conseguì 20.377 voti.

Nelle 77 sezioni del comune di Messina la lista Nazionale, che aveva come simbolo il Fascio Littorio, raccolse 8801 voti, poco più del 40% dei consensi, mentre al secondo posto si classificarono, con 3.693 voti ed il 17%, i demolaburisti di Ettore Lombardo Pellegrino. Ottimo anche il risultato conseguito dalla lista Falce Martello e Spiga di Francesco Lo Sardo, invece modesto, rispetto ai voti raccolti complessivamente nella provincia, fu il risultato della lista Democrazia Sociale del duca Colonna di Cesarò, che aveva come simbolo la Fiaccola. Insignificante, infine, il consenso raccolto dal PPI: 479 voti.

In particolare, mentre per le Cattedrali e gli Episcopi delle Archidiocesi di Messina e Reggio Calabria, era prevista, a carico dello Stato, una somma pari a 7/9, che poi sarà portata a 8/9, della spesa complessiva, sempre escluse le opere di decorazione, per le Chiese parrocchiali, il contributo, a carico del bilancio del Ministero dei LL. PP.,  era pari alla metà della spesa prevista, elevabile al 75% qualora le costruzioni fossero state ultimate entro il 1923, mentre i Comuni potevano contribuire, utilizzando i fondi delle addizionali, con i due terzi della somma residua, senza tuttavia superare, complessivamente, le 35.000 lire. Ma quando mons. Paino cominciò ad occuparsene si accorse che non solo non erano state stanziate le relative somme, ma non erano stati neppure previsti interventi a favore delle chiese succursali, delle case canoniche e delle svariate opere di assistenza e di beneficenza esistenti prima del terremoto del 1908 nella Diocesi di Messina.

 Approfittando dei buoni rapporti che intratteneva con Mussolini, ottenne subito il finanziamento, come si è visto prima, per procedere alla ricostruzione della Cattedrale, facendo inserire nel decreto, 10 settembre 1923,  le somme necessarie anche per il restauro e la ricollocazione in situ delle opere d’arte preesistenti al terremoto, mentre per quanto riguardava gli 8/9 fece togliere qualsiasi limite al contributo.

Ai fascisti messinesi, indubbiamente, dava molto fastidio che l’arcivescovo diventasse, ogni giorno di più, non solo la forza economica e finanziaria più forte della città, ma che crescesse, minacciosamente, anche sul piano delle organizzazioni sociali.

Non tenendo in alcun conto le minacce dei fascisti, mons. Paino, il 23 febbraio 1930, inviava una lettera pastorale al Clero dove, dopo aver ricordato che il Papa, Pio XI, considerava l’Azione Cattolica la pupilla dei suoi occhi, affermava “… a tutti, poi, vorrei ricordare che a nulla var­rebbe che ci fossero in ogni parrocchia i quadri completi dell'Azione Cattolica nei vari rami maschili e femminili se questi non dovessero avere quel funzionamento voluto dal Papa e pre­cisato negli Statuti da lui stesso approvati: non sarebbe davvero Azione Cattolica quella che si volesse fare fuori di quel binario, […]

se vogliamo cementare le file dei nostri con quella salda disciplina che nell'organizzazione nazionale loro assicura la compattezza di un esercito invin­cibile”.

Ed ancora, il 5 ottobre dello stesso anno, si rivolgeva ai giovani dell’Azione Cattolica invitandoli a mettersi, “con lena rinnovata all’opera, perché rifiorisca quel fervore di vita e di opere che era, e deve tornare ad essere, il contrassegno delle nostre associazioni”.     

 Sempre nel 1924 ottenne, per il Clero italiano, l'esenzione dal Servizio Militare meritandosi il plauso di Pio XI, che ne parlò nel Concistoro Segreto del 24 marzo dello stesso anno.

 Mons. Paino, fin dal 1925, fu anche impegnato a far ritornare, a Messina, congregazioni prestigiose come i salesiani e le suore di S. Anna ed a ricostruire la chiesa del Monastero di Montevergine, la cui fondatrice, Eustochia Smeralda Calafato godeva, da sempre, di grande carisma in città.

 Poiché le Clarisse disponevano del terreno su cui era costruito il loro monastero solo in comodato d’uso, dopo l’esproprio imposto dalle leggi eversive, mons. Paino chiese ed ottenne la restituzione di tale terreno nell’ambito della convenzione firmata, il 5 febbraio 1925, con il Fondo per il Culto.

 Ottenutolo, convinse Mussolini a finanziargli anche la ricostruzione dell’Episcopio dell’Archimandrita, della Cattedrale dell’Archimandritato e del seminario per i futuri sacerdoti di rito greco e fu accontentato con l’emissione di un decreto, che finanziava tali opere, con 14 milioni.

Il fedele segretario dell’arcivescovo Paino, mons. Giuseppe Foti, a proposito della ricostruzione dell’Archimandritato ha scritto “Quanto di discussioni, di opposizioni, di trattative costasse tale pratica non è facile esporre. Sembrò pressocché un miracolo il vedere, in fine, dal Ministero dell'Interno accolta l'istanza dell'Arcive­scovo Paino e, con decreto legge 5 Aprile 1925, accordato per i tre edifici un sussidio di 14 milioni. In realtà i tre edifici esistevano prima del terremoto nella spia­nata di S. Salvatore, ma da tempo erano stati incamerati dallo Stato unitamente all'area circostante, e destinati al Museo. […] Il nuovo sussidio statale consentiva il ripristino della Cattedrale archimandritale, che venne a sorgere sull'area della ex Chiesa S. Teresa, integrata da altri acquisti operati da Mons. Paino; dell'Episcopio archimandritale, sulla area del Monastero di Montevergine, ottenuta dallo Stato con la con­venzione citata dei 5 febbraio 1925; e il Seminario Archimandritale, al quartiere Lombardo, oggi sede dell'Istituto Don Bosco, su area acqui­stata dall'Arcivescovo”.

 Anche il monastero di Montevergine aveva subito gravi conseguenze in seguito all’applicazione delle cosiddette leggi eversive: Impallomeni le chiamò le leggi che uccidono. Infatti il Ministero delle Finanze aveva autorizzato la Deputazione degli asili d’infanzia di Messina, controllata dai massoni, ad occupare una porzione notevole di Montevergine, per far posto all’asilo Garibaldi. Addirittura l’area corrispondeva ad 11 finestre, ridotte a 6 dopo la decisa opposizione, della badessa del Monastero, di fronte alla Corte di  Cassazione.  

 Di quello che avvenne a Montevergine in occasione del terremoto e negli anni successivi esiste una puntuale cronistoria, sotto forma di diario, dovuta a suor Angelica Maria Rigolizzo. Suor Angelica era dotata di viva intelligenza, di grande sensibilità e della capacità di trascrivere fedelmente i fatti così come erano accaduti ma, purtroppo, il suo italiano era molto improbabile. Oggi riusciamo a capire cosa ha scritto grazie all’attenta “traduzione” della prof.ssa Rosa Gazzara Siciliano.

 Comunque il testo, intriso di un’aura intensamente mistica, consente di partecipare, con dolce commozione, ai momenti più significativi che le buone clarisse vissero in quel periodo: il dramma del terremoto, la speranza della ricostruzione, lo sconforto che le colpì quando videro notevolmente ridimensionato il Monastero, la gioia per il ritorno della Santa nella Sua chiesa.

 Suor Angelica, con gioia quasi fanciullesca, ricorda anche un simpatico episodio, l’invito della superiora delle suore di S. Anna, rivolto alle clarisse, ad andare nel vicino istituto per giocare a tombola, durante le feste di Natale.

Naturalmente il progetto, che doveva essere presentato al Consiglio Superiore dei LL.PP., su precise disposizioni di Mons. Paino fu predisposto come se si trattasse effettivamente di ricostruire la sede dell’Episcopio dell’Archimandritato.

 Pertanto giustificabile fu lo sconcerto del prof. Impallomeni quando ebbe modo di esaminare la relazione ed il progetto relativi alla ricostruzione del monastero e della chiesa redatti dall’ufficio tecnico della Curia. Nel progetto, in corrispondenza del frontespizio, al di sopra del portone centrale, vi era scritto Archimandritato e, sopra, veniva riprodotto lo stemma dell’Archimandrita, mentre nella relazione venivano descritti gli uffici dell’Archimandrita, del suo Vicario, altri uffici, gli appartamenti privati, mentre quella che sarebbe diventata la chiesa di Montevergine, veniva descritta come la cappella privata dell’archimandrita. L’unico ad aver intuito le effettive intenzioni dell’Arcivescovo fu il prefetto dell’epoca che, con molta ironia, il 28 agosto del 1926, gli scrisse una lettera per sapere se, nelle spese previste per il progetto dell’Episcopio, circa sei milioni di lire, erano comprese anche quelle per il seminario e per la cattedrale dell’Archimandritato. Senza scomporsi, mons. Paino gli rispose di non preoccuparsi, perché la spesa per le altre opere era già stata prevista nel decreto ministeriale, come certamente era a sua conoscenza. Dalle carte della prefettura, conservati all’Archivio di Stato, non risulta che il prefetto informò Mussolini di quanto aveva intuito. Molto probabilmente sapendo dei buoni rapporti che intercorrevano tra i due, non ritenne opportuno mettere a rischio la propria carriera con iniziative avventate. Quindi, non sappiamo se Mussolini si fece prendere in giro intenzionalmente o meno, anche se era molto attento all’attività di mons. Paino, come si è ricordato prima, a proposito dei due telegrammi, inviati in occasione della ricostruzione del Duomo.

Ulteriore prova che mons. Paino non pensava di rimettere in vita l’Archimandritato, cioè la Chiesa di rito greco di Messina, a prescindere dal fatto oggettivo che non ne esistevano le condizioni, giacché mancavano, nella diocesi, assolutamente, sia il clero che i credenti di tale rito, si ha dal fatto, inoppugnabile, che attese oltre trent’anni, fino al 1963, per ricostruire il capitolo archimandritale. Solo, infatti, in tale anno nominò rettore e canonico della Cattedrale Archimandritale del SS. Salvatore, il salesiano don Francesco Ferlisi, nonché altri 11 canonici e 6 mansionari, come ricorda don Santo Russo nel bel libro che ha dedicato al SS. Salvatore. Naturalmente nessuno dei prescelti seguiva il rito greco! La motivazione effettiva fu dettata dalla necessità di poter far assegnare, ad un buon numero di sacerdoti, la congrua da parte dello Stato, secondo quanto mi ha confidato uno degli interessati.

 Fece ritornare a Messina anche molte altre Congregazioni che erano andate via in seguito alle leggi eversive o dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. La sede dell’Archimandritato, come abbiamo visto, la spartì tra le suore Figlie di S. Anna e le Clarisse della Beata Eustochia; costruì e consegnò case e chiese ai Minori Conventuali, S. Giuliano e S. Francesco all’Immacolata; ai Gesuiti, S. Maria della Scala e l’Ignatianum; ai Salesiani, la Cattedrale dell’Archimandritato ed il Domenico Savio, la chiesa di S. Leonardo in S. Matteo della Gloria ed alle Figlie di Maria Ausiliatrice, il Don Bosco; ai Domenicani, la chiesa di S. Maria del Graffeo, oggi S. Domenico; ai Camilliani, S. Camillo di cui l’annessa canonica fu poi trasformata in Clinica; ai Frati Minori, Porto Salvo e S. Maria del Gesù; ai Rogazionisti, l’orfanotrofio Cristo Re e l’Istituto per sordomuti; ai padri del Terz'Ordine Francescano, S. Andrea Avellino; agli Orionini (Piccola Opera della Divina Provvidenza) l’istituto don Orione e la Chiesa S. Maria Consolata; ai padri Redentoristi il Santuario di Montalto; tre case alle Ancelle Riparatrici.

 Mons. Paino aveva più volte sostenuto che se il Clero era il braccio destro del Vescovo nel governo delle anime, l'Azione Cattolica era senza dubbio alcuno il braccio sinistro. Ecco perché, fra i primi problemi che Egli impostò, fu quello di dare alle Organizzazioni di Azione Cattolica una sede. Prima dell'ultima guerra essa era in via S. Filippo Bianchi e dopo la guerra fu trasferita nell'altra ala del Palazzo Arcivescovile, in modo da occupare tutto il piano terreno del Seminario, con due ampi saloni e numerose sale per i vari rami maschili, mentre quelli femminili ebbero la loro sede negli appositi locali predisposti accanto alla Chiesa di S. Caterina. E non semplicemente l'Azione Cattolica, ma anche le Organizzazioni affini trovarono in mons. Paino il padre generoso ed ospitale. Nel Palazzo Arcivescovile ebbero infatti la loro sede, oltre le Organizzazioni maschili di A. C., propriamente dette, le A C L I, l'Associazione Artigiani Cristiani, l'Apostolatus Maris, il CIF, il Comitato Civico, l'Ufficio Diocesano Missionario, la presidenza del comitato cittadino delle Dame di Carità e delle conferenze di S. Vincenzo dei Paoli. In altri locali, pure dell'Arcivescovato, sorse la scuola per Assistenti Sociali.

L’Arcivescovo si impegnò anche, tenacemente, perché la Corte d’Appello ritornasse a Messina, alla fine avendola vinta. Il declassamento della Corte d’Appello di Messina a Sezione di quella di Catania, sancito con il regio decreto 28 giugno 1923, n.1360, fu motivato dal fatto che, in seguito alle conseguenze del terremoto, le cause in trattazione erano notevolmente diminuite.

 Tali dati furono duramente smentiti, il 26 febbraio 1925, dagli Ordini degli Avvocati di Messina e di Reggio Calabria, che inviarono un memoriale, firmato anche dal sen. Ludovico Fulci, al ministro della Giustizia, che documentava l’attività svolta dai Tribunali di Messina, Reggio Calabria e Patti, nonché dalla Procura della Re e dalla Corte d’Appello, paragonandola con altre Corti d’Appello. Le motivazioni del provvedimento legislativo, pertanto, andavano ricercate altrove, forse nella resistenza dimostrata dalla magistratura messinese nel dare corso alle pressanti richieste avanzate dai gerarchi fascisti e dallo stesso Mussolini, specie in occasione di un evento che si era verificato all’inizio di quell’anno, come sostiene Marcello Saija, nel suo volume Un “soldino” contro il fascismo.

 Comunque, a prescindere dalla motivazione effettiva che aveva portato al declassamento della Corte d’Appello di Messina, il 28 ottobre 1928, quando si inaugurò il nuovo palazzo di Giustizia progettato da Marcello Piacentini, Messina era ancora sezione della Corte d’Appello di Catania.

 All’inaugurazione intervenne, in sostituzione del ministro Rocco, impegnato altrove, il sottosegretario di Stato al ministero di Grazia e Giustizia ed, anche, agli Affari del Culto, on. Paolo Mattei Gentili, un deputato popolare che aveva aderito al fascismo.

 Ad accoglierlo, alla stazione marittima, alle 7 del mattino, era  presente, oltre alle autorità cittadine ed ai magistrati, anche mons. Angelo Paino, che aveva lunga dimestichezza con il sottosegretario per aver trattato con lui, dopo il via libera di Mussolini, tutte le pratiche relative al patrimonio edilizio ecclesiastico della Diocesi di Messina, dalla ricostruzione del duomo alla costruzione delle nuove chiese.

 Ed appunto come sottosegretario degli Affari del Culto, secondo quanto riferito dai giornali dell’epoca, finita la cerimonia ufficiale, Mattei Gentili, accompagnato dall’Arcivescovo, volle visitare il Duomo e la chiesa di S. Francesco all’Immacolata, i cui lavori erano in fase di ultimazione e dove ritornò anche il pomeriggio. Visitò anche la chiesa di S. Lorenzo, più nota come Madonna del Carmine, i cui lavori di costruzione, su progetto dell’architetto Bazzani erano iniziati da qualche giorno. A proposito di Bazzani, che tra l’altro da poco aveva realizzato il Palazzo del Governo, mons. Foti mi ha raccontato che in un colloquio con mons. Paino si era lamentato che, in seguito alla politica antimassonica portata avanti da Mussolini e dai fascisti in genere, lui non riusciva a trovare lavoro. Paino lo rassicurò che lui non subiva imposizioni da parte di nessuno e che anche la famiglia dell’architetto aveva diritto a mangiare, per cui commissionò la realizzazione di due chiese, S. Lorenzo, meglio nota come Madonna del Carmine, e S. Caterina Valverde.   

 Fu durante uno dei sopraluoghi, ricordati sopra, che mons. Paino ebbe a dire, scherzosamente, all’on. Mattei Gentili “Lei non partirà di qua se non ci assumerà formale impegno di ridarci la Corte d’Appello.” E Mattei Gentili mantenne l’impegno, anche se, nominato senatore, non era più sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia. Infatti, con il decreto 23 ottobre 1930, n. 1428, che riordinava gli ambiti delle Corti d’Appello, Messina ritornava ad essere sede di Corte d’Appello con competenza sui tribunali di Messina, Reggio Calabria e Patti.

 Ha scritto, ancora, mons. Foti che “sarebbe incompleto, però, fin troppo, questo profilo che abbia­mo tentato di abbozzare se non mettessimo in rilievo un altro aspetto della poliedrica figura: l'istinto delle cose grandi. Mons. Paino non sapeva concepire le cose limitate e tanto meno fatte a metà. […] E basta del resto guardare alcune sue opere per convincersene. Quando volle dare un organo alla sua Cattedrale, volle che fosse il più grande d'Italia. Quando volle dare un orologio, questo fu il più complesso di quanti ne esistano nel mondo, tanto da essere degno di essere riprodotto in miniatura al museo della tecnica di Berlino. La biblioteca di cui dotò il suo Seminario, con i suoi 150.000 volumi è tra le più grandi per un seminario diocesano. Il campanone di Cristo Re doveva essere il più grande d'Italia. I suoi Istituti, vedi Collereale, Don Bosco..., sono gli isolati più vasti di Messina, ed anche la sua beneficenza non conosce le mezze misure”.

La storia del “Collereale” è una storia bellissima di altruismo e di carità per cui merita senz’altro di essere ricordata. Dopo la Restaurazione sancita a Vienna, un decreto di Ferdinando I° di Borbone, nel 1817, diede il colpo di grazia alle languenti attività del porto di Messina ed a quelle industriali e commerciali cittadine in genere.

Inoltre, in seguito al Concordato sottoscritto nel 1818 tra i Borboni e la Santa Sede, anche l’Arcidiocesi messinese subiva un severo ridimensionamento: perdeva il territorio di Enna, dove veniva istituito il Vescovato di Nicosia, ed anche la zona di Acireale che solo diversi decenni dopo, per la decisa opposizione dei catanesi, sarebbe stata elevata a Vescovato. Era costretta anche a cedere oltre una ventina di parrocchie alla diocesi di Patti. 

L'opposizione al regime borbonico trovava quindi terreno fertile e buoni motivi per essere alimentata, e proprio attorno a quegli anni sorse anche a Messina, importata da Napoli, la Carboneria e si costituirono numerose vendite. Fu la vendita carbonara “La Virtù premiata”, a promuovere ed a partecipare, all’ammutinamento  dei militari borbonici, che erano in buona parte carbonari, il 2 luglio 1820.

Rientrato l’ammutinamento, il 25 marzo 1821, il comandante della piazzaforte di Messina, Generale Giuseppe Rosseroll, che era stato ufficiale nell’esercito di Gioacchino Murat, si mise a capo dei costituzionalisti e, dopo avere fatto abbattere la statua e gli stemmi del Re in Piazza Duomo, proclamò la rivoluzione.

  Ma la maggioranza degli ufficiali rimase fedele al Re e tra essi il Principe di Collereale, che era il vice comandante della piazzaforte. Questi, prendendo in pugno la situazione, impedì che scoppiasse la sommossa, ed evitò così inutili eventi luttuosi alla città:“Ottimi e leali Messinesi – si legge nel proclama riportato dagli “Annali della Città di Messina” di  G. Oliva – rasserenate pure i vostri cuori, ritornate tranquilli alle vostre case, in mezzo alle vostre care famiglie, riprendete le vostre giornaliere occupazioni. L’intera tranquillità vi è alla fine da tutti i lati assicurata. Le truppe, la flottiglia, la cittadella, le fortezze e le armi tutte sono rivolte al mantenimento dell’ordine e della pubblica quiete oggetto sacro per il cui conseguimento si sono sin’oggi i bravi Messinesi distinti”. Si incontrò anche con l’esautorato Rosseroll e sapendolo privo di mezzi, gli fornì i necessari aiuti finanziari per mettersi in salvo.

   Negli “Annali di Messina” si legge anche che nel 1823 una grave alluvione si abbatté sul messinese, sommergendo numerosi villaggi, in particolare S. Stefano, con molte perdite umane ed il Principe di Collereale fu tra i primi a correre in aiuto degli alluvionati per organizzare i soccorsi.

   Giovanni Capece Minutoli, Principe di Collereale, oltre che militare di sicura fede borbonica, era membro di  una nobile famiglia. Secondo Giuseppe La Farina era “Bello nella persona, piacevole ed arguto nel conversare, pronto a soccorrere gli infelici e a riprendere i malvagi, odiatore delle ingiustizie, di probità senza macchia, assoluto nei modi, e animoso sino all’audacia”.

   Non sono molti i documenti da cui trarre notizie certe sulla biografia del Principe di Collereale, ma molto valido, a tal fine, è l’articolo scritto da un suo discendente, Fabio Scannapieco Alì Capece Minutolo di Collereale, dal titolo "IL PRINCIPE BUONO. Un aristocratico Siciliano in Epoca Napoleonica", da cui emerge il profilo  di un uomo che esercitava la vera carità cristiana. 

    Da Scannapieco sappiamo che “Era nato il 23 aprile 1772 da Andrea e da Antonia Vianisi Porzio di Montagnareale. Dopo la prima educazione ricevuta nel real convitto delle Scuole Pie, entrò nell’Accademia e percorse con rapidità i vari gradi della carriera militare. A 25 anni è colonnello e lo si ritrova impegnato nei vari fatti d’arme che opposero i Francesi ai Borboni, prima nel Napoletano, poi nel Messinese, sulle spiagge di Mili e di Galati, dalle quali ricacciò i 3.000 uomini che Gioacchino Murat aveva fatto sbarcare agli ordini del Generale Cavaignac”.

  Il Collereale, ancor giovane, alcuni mesi dopo veniva colpito da paralisi agli arti inferiori, per cui dovette dimettersi dall’esercito. Costretto a vivere tra il letto e la poltrona, a chi andava a fargli visita diceva di rammaricarsi pensando a coloro che, trovandosi nelle sue stesse condizioni, vivevano nell’indigenza, impossibilitati a curarsi ed a procurarsi il cibo.

   Pertanto decideva di istituire suoi eredi universali “li poveri di questa città (Messina) e suoi casali, che sono paralitici, stroppi, zoppi, e che hanno altro male, o vizio nell’organizzazione del corpo per cui non possono lavorare, o procacciarsi il pane, sino a quel numero che soffre il frutto annuale della mia eredità come infra si espressero per alimentarsi e vestirsi ad necessitatem”, come aveva scritto nel testamento olografo, che venne letto il giorno della sua morte, il 20 marzo 1827.

   “La sua morte fu pianta in Messina come pubblica calamità: si chiusero le botteghe e quel segno di mestizia, nelle vie più vicine al suo Palazzo, durò tre giorni” scrisse Giuseppe La Farina. Secondo il desiderio da lui stesso espresso nel testamento, fu seppellito nella Chiesa dei Cappuccini, vestito col saio francescano.

   La somma lasciata in eredità era di 100.000 onze. A quel tempo 1 onza corrispondeva a 30 tari di Sicilia, 1 tari a 20 grana ed 1 grano a 6 piccioli o denari. Al momento dell'Unità d'Italia, 1 onza venne equiparata a lire piemontesi 12.75.

   Il 23 gennaio 1828 veniva quindi inaugurato, con tale cospicua dote,  l'ospizio da lui istituito, ancor oggi attivo in via Catania con il nome di "Casa di ospitalità Collereale".

  Nasceva così, a Messina, una grande istituzione umanitaria, che nel tempo sarebbe stata battezzata con il nome del suo fondatore: COLLEREALE. Qualche anno dopo, ricalcando gli stessi intendimenti e con le stesse motivazioni, nasceva a Torino, fondata da un povero prete, Benedetto Cottolengo, la Piccola Casa della Divina Provvidenza, ed anche quella istituzione, nel tempo, sarebbe stata chiamata semplicemente, dal nome del fondatore, COTTOLENGO.

  Distrutto l’ospizio dal terremoto del 1908, gli amministratori del Collereale che si erano succeduti nel tempo non erano riusciti a ricostruirlo nonostante fossero trascorsi vent’anni e questo  nonostante che il progetto elaborato  dall’ing. Pasquale Mallandrino fosse stato appro­vato dalla Commissione Edilizia Comunale in data 5 Dicembre 1915. Decisivo pertanto fu l'intervento di mons. Angelo Paino,  il quale, proprio nel 1928 si accin­geva a stipulare con il Governo Nazionale la più importante delle sue convenzioni per la ricostruzione di tutti gli edifici di culto, di assistenza e di istruzione della Diocesi di Messina. Egli pro­pose allora all'Amministrazione dell'Ospizio di includere la ri­costruzione dello stabilimento nei suoi programmi, addossando­sene tutti gli oneri, ponendo però le seguenti condizioni:

1  - Che non  si  apportassero  innovazioni   allo  statuto  nel punto che riguardava la nomina degli amministratori.

2  - Che non si modificassero i  regolamenti che assicura­no la presenza e l'assistenza delle Suore.

3  - Che non venisse mutato il servizio religioso senza previa intesa con l'Ordinario di Messina.

4  - Che l'assistenza non fosse più limitata ai soli poveri del Comune di Messina, ma fosse estesa anche a quelli, residenti

 Proposte che furono accolte e successivamente inserite nella delibera di concessione dei terreni approvata dal consiglio di amministrazione del Collereale.

  Naturalmente la città di Messina non ha trovato nemmeno un vicolo da dedicare a questo grande personaggio che tanto ha fatto per la città.

  Moltissimi furono i progetti che mons. Paino tentò di portare a conclusione, non sempre riuscendovi. Per sfamare i messinesi, in quei primi anni dalla fine della guerra, tentò di acquistare 3.080 ettari con 15 fattorie, 400 bovini, 400 suini e 40 cavalli in contrada Badiole, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, ed altri 1400 ettari a Palazzo d'Ascoli, in provincia di Foggia. Nell’Archivio della Curia sono conservati i compromessi di vendita, ma non è stato possibile reperire gli atti pubblici conclusivi, per cui é probabile che la trattativa non sia andata a buon fine. Acquistò anche 28 permessi di ricerca di giacimenti di fosfati, su un’area di 56000 ettari, nel Marocco Occidentale, che avrebbero potuto dare una produzione annua di circa due milioni di tonnellate di fosfati. Ma al momento di iniziare l’attività la Francia, che esercitava il protettorato sul Marocco, per tutelare il monopolio che esercitava in tale settore, si oppose. La questione fu portata innanzi alla Corte Permanente di Giustizia Internazionale dell'Aja, ad iniziativa del Governo Italiano sollecitato dall’on. Martino, ma questa dichiarò la propria incompetenza giacché i permessi erano stati rilasciati in epoca anteriore all'adesione della Francia ai giudicati della Corte.    

 Anche i suoi debiti esulavano dal comune. Impegnato a ricostruire tutto il patrimonio edilizio diocesano e tanto altro, e non sempre essendo sufficienti le elargizioni governative, mons. Paino, alle prese con appaltatori, progettisti, fornitori vari, etc fu, ben presto, sommerso dai debiti ed inseguito dai creditori, ma non se ne preoccupava granché, anche perché riusciva sempre ad escogitare le soluzioni utili per onorarli.

 Vendette la pinacoteca dell’Arcivescovato, sculture, mobili antichi, ma anche il suo anello pastorale e la croce pettorale che gli aveva regalato Pio XI, ma anche tutto quanto poteva trovare di appetibile, sotto il profilo finanziario, nelle parrocchie e nei monasteri, comprese le doti che le suore avevano portato al momento della loro entrata in convento. Quando chiese aiuto a padre Annibale, quest’ultimo mise in guardia il suo economo dicendogli che l’Ordinario voleva “gavazzare” nei loro soldi.

 Pur non mancando le leggi, T.U. 19 agosto 1919 e successivi decreti attuativi, non erano stati mai assunti i necessari provvedimenti amministrativi che avrebbero dovuto garantire la copertura finanziaria e dare così il via effettivo alla ricostruzione del patrimonio edilizio ecclesiastico.

 L’ultima battaglia che il federale Crisafulli Mondio condusse contro mons. Paino, senza riuscire a concluderla, a questo pensarono i suoi successori, riguardava la realizzazione delle necessarie ed indispensabili strutture al servizio del porto. Il Presule messinese “per ben due volte, predispose un piano di completo finanzia­mento, per il quale Messina avrebbe avuto tutte le attrezzature portuali, bacino di carenaggio e magazzini generali compresi. Lo espose al capo del Governo, Mussolini, che dopo averlo ascoltato, fortemente mera­vigliato, perché la cosa non avrebbe presentato oneri neppure per lo Stato, lo rinviò all'On. Michele Bianchi, (allora ministro dei LL.PP.), che pur ammalatissimo, volle ricevere l'Arcivescovo e restò entusiasta delle sue proposte. Ma le ge­rarchie locali del Partito videro nel fatto una menomazione del loro prestigio e fecero di tutto per mandare a monte ogni cosa..... e Messina attende ancora  la sistemazione definitiva del suo porto”.

 Complesso e, per certi versi, difficile era, in quegli anni, il rapporto, a livello nazionale, fra fascisti e  mondo cattolico, nonostante la normalizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa, avvenuta con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi nel 1929. A Messina, grazie ai buoni rapporti intrattenuti direttamente con Mussolini l’arcivescovo Paino, aveva ottenuto notevoli finanziamenti per la riedificazione i luoghi di culto e quelli dedicati all’educazione dei giovani. Ma l’arcivescovo tentava anche di riorganizzare le associazioni cattoliche, a cominciare dall’Azione Cattolica, suscitando la reazione dei fascisti più intransigenti: "In tanto nullismo - scrivevano ad esempio alcuni "squadristi messinesi" a Starace - il Partito è a terra; si erge invece la mastodontica intelligenza del più grande camorrista della provincia del solo uomo che governa la provincia di Messina: l'arcivescovo Paino!!! Strappati al Duce 150 milioni, ha ricostruito le chiese, ma soprattutto il Partito Clericale colle sue organizzazioni palesi ed occulte fatte sul serio", non esitando ad affermare, attraverso la "Gazzetta" che "se il duce ci ordinasse di fucilare tutti i vescovi non esiteremmo un istante”.

 Dava, infatti, molto fastidio, ai fascisti messinesi, che l’arcivescovo diventasse, ogni giorno di più, non solo la forza economica e finanziaria più forte della città, ma che  crescesse, minacciosamente, anche sul piano delle organizzazioni sociali.

 Non tenendo in alcun conto le minacce dei fascisti messinesi, mons. Paino, il 23 febbraio 1930, inviava una lettera pastorale al Clero dove, dopo aver ricordato che il Papa, Pio XI, considerava l’Azione Cattolica la pupilla dei suoi occhi, affermava “… a tutti, poi, vorrei ricordare che a nulla var­rebbe che ci fossero in ogni parrocchia i quadri completi dell'Azione Cattolica nei vari rami maschili e femminili se questi non dovessero avere quel funzionamento voluto dal Papa e pre­cisato negli Statuti da lui stesso approvati: non sarebbe davvero Azione Cattolica quella che si volesse fare fuori di quel binario, […] se vogliamo cementare le file dei nostri con quella salda disciplina che nell'organizzazione nazionale loro assicura la compattezza di un esercito invin­cibile”.

 Ed ancora, il 5 ottobre dello stesso anno, si rivolgeva ai giovani dell’Azione Cattolica invitandoli a mettersi, “con lena rinnovata all’opera, perché rifiorisca quel fervore di vita e di opere che era, e deve tornare ad essere, il contrassegno delle nostre associazioni”[1]. riprendere il cammino   

 Gli atteggiamenti, pesantemente assunti, dai fascisti messinesi nei confronti di Paino, fanno dubitare, molto concretamente, dell’accusa di fascismo, che è stata rivolta, da più parti, all’arcivescovo.

 ARCHITETTURA, la Rivista del Sindacato nazionale fascista architetti, nel novembre 1932, pubblicava un fascicolo speciale dedicato al Concorso per le Chiese della Diocesi di Messina, concorso che aveva rappresentato, come si leggeva nella presentazione, un avvenimento artistico di primissimo ordine, al quale avevano partecipato oltre 100 architetti, ai quali erano andati 32 premi per complessive 149.000 lire.

 “Ad evitare risultati unilaterali aveva provveduto già la composizione stessa delle giurie, ove si può dire fossero rappresentate tutte le tendenze”. Le commissioni erano così composte: S. E. Arch. Marcello Piacentini, Accademico d'Italia, presidente - Ing. Arch. Pietro Aschieri - Arch. Prof. Arnaldo Foschini – Ing. Ugo Gennari – Ing. Architetto Prof. Gustavo Giovannoni – Ing. Prof. Puglisi-Allegra – Ing. Francesco Barbaro, Capo dell'Ufficio tecnico dell'Arcivescovado di Messina - Mons. Barbaro, Delegato dell'Arcidiocesi di Messina - Ing. Arch. Prof. Roberto Marino, relatore. Per la seconda serie: Ing. Arch. Prof. Enrico Calandra, presidente - Ing. Arch. Prof. Francesco Fichera - Arch. Professor Arnaldo Foschini - Ing. Prof. Puglisi-Allegra - Arch. Prof. Enrico Del Debbio - Ing. Prof. Roberto Marino - Ingegner Francesco Barbaro - Mons. Barbaro - Ing. Arch. Gaetano Minnucci, relatore.

 Dopo aver dato merito all'Arcivescovo di Messina “di aver fatto sorgere tanto fervore di opere nella sua bella e sfortunata diocesi” si affermava “che il complesso dei concorsi aveva avuto un esito di gran lunga superiore ad ogni aspettativa” essendo riuscito a coinvolgere i più grandi nomi dell’architettura e dell'arte contemporanea: Bargellini, Piacentini, Milani, Valenti, Samonà, La Padula, Paniconi, Montuori, Sat-Sas, Ridolfì, Sartorio, Villani, Gaudenzi.

 I concorsi non riguardavano soltanto la progettazione delle chiese ma anche i grandi mosaici che dovevano decorare tutte le pareti del Duomo, laddove erano libere da opere marmoree. Vi parteciparono i migliori mosaicisti del momento, tra i quali si impose, soprattutto, Giulio Bargellini.

 Inspiegabilmente nessuno dei progetti premiati, nonostante le ingenti somme impegnate, venne utilizzato per la realizzazione  delle chiese e questo nonostante che le Commissioni avessero lavorato, con molto impegno, per evitare derive di vario segno, come si legge puntualmente nelle loro relazioni. Perché? Cosa era accaduto? All’epoca e fino a pochi anni fa, i messinesi non ne hanno saputo niente.

Guido Ghersi, nel romanzo La città e la selva, che fece pubblicare solo dopo la sua morte al prof. Francesco Mercadante, dopo aver fatto pronunciare ad alcuni suoi personaggi giudizi pesanti sulla validità artistica delle nuove chiese che l’arcivescovo andava realizzando, attribuisce al presule, a giustificazione di tali scelte, queste motivazioni, molto probabilmente per avergliele sentire dire direttamente: “Le chiese, poi, devono essere, né più né meno, quelle che tutti hanno sempre chiamato così fin da quando il catto­licesimo ha operato alla luce del sole. Bisogna bene che il popolo le riconosca per tali e abbia una piena sensazione della loro importanza, se vogliamo che il detto insegnamen­to raggiunga l'estensione e l'efficacia che domandiamo ad esso”. Ed inoltre “non ho che un programma rispose il vescovo, alzando un dito, che nella mezza luce sembrò la canna di una pistola. Cercare il dignitoso e, se possibile, il grandioso; ma evitare qualunque novità come la peggiore delle malattie”.  

 La realtà era invece molto diversa ed il buon Arcivescovo Paino aveva dovuto far buon viso a cattiva sorte, assumendo come proprie scelte non sue e mettendo definitivamente in cantina il suo sogno di rinnovamento dell’architettura delle nuove chiese di Messina.

Era invece accaduto che il papa, Pio XI, aveva avuto modo di vedere sul quotidiano di Roma, Il Messaggero, le foto dei progetti premiati delle chiese della Diocesi di Messina, rimanendone negativamente colpito, per cui diede incarico alla Sacra Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, il cui responsabile era l’allora Arcivescovo Giuseppe Pizzardo, che diverrà uno dei più autorevoli cardinali della Curia romana, di scrivere all’Arcivescovo Paino, per invitarlo, anche se in forma benevola, curiale diremmo, a desistere dalla realizzazione di tali progetti.

 A prescindere dai concorsi,  Mons. Paino fece costruire, nella diocesi, 132 chiese, ne fece restaurare ed ampliare 72, realizzò 7 istituti di istruzione media e superiore; 12 grandi istituti ed ospizi di beneficenza e assistenza; 9 asili infantili.

La ricostruzione delle vecchie chiese del centro urbano di Messina fu reso particolarmente difficile anche dal piano regolatore Borzì, che prevedeva una sola chiesa, il Duomo, mentre non teneva in alcun conto le aree dove insistevano le altre chiese, talvolta, divise in quattro isolati diversi. Ed è per questo che nessuna delle chiese del centro urbano hanno il sagrato. 

 Ma si rivelò anche organizzatore sistematico della vasta Archidiocesi, assecondato da intelligenti Vicari Generali, tra i quali primeggiò mons. Pio Giardina, che fu poi Vescovo di Nicosia. Sua cura fu, fin dai primi tempi dell’Episcopato Messinese, istituire i Vicariati foranei nei punti nevralgici della Diocesi. Anche le circoscrizioni parrocchiali  furono rivedute e il loro numero, nel corso del lungo episcopato fu raddoppiato.

 Dopo il terremoto del 1908, per la mancanza di chiese o, comunque, di locali  adatti, nella Diocesi di Messina, non si impartiva la necessaria istruzione religiosa ai fanciulli ed agli adulti e difettava anche la preparazione religiosa, stabilita dal Concordato, nelle pubbliche scuole. Bisognava preparare anche i docenti, Sacerdoti e laici. A tutto questo provvide l’Arcivescovo.

E’ stato scritto “Accanto alle solenni manifestazioni di fede e di pratica religiosa promosse durante l'Episcopato di Mons. Paino, non è fuor di luogo menzionare quel grande richiamo di pietà che è costituito dalla Madonnina del porto. Essa, mentre da una parte è uno degli elementi decorativi più fascinosi dello Stretto di Messina, dall'altra parte è un costante invito alla preghiera. Chi può dire quante Ave Maria sono state recitate dinanzi a quella stele dalle migliaia di passeggeri che approdano nel porto di Messina e che, passando dinanzi ad essa, la mirano in contemplazione devota? […] Mons. Paino, che aveva decorato le colline della città con le Chiese di Montalto, Cristo Re, Madonna di Pompei, Montepiselli, non poteva trascurare il mare di Messina, e nella sua Madonna della Lettera volle dargli una Regina. L'ing. Francesco Barbaro disegnò li basamento, lo scultore Tore Calabrò modellò la figura, ispirandosi all'immagine argentea di Lio Cangeri che viene portata in processione ogni anno il 3 giugno, la ditta Cerri di Milano la tradusse nel bronzo ed il 12 Agosto 1934, il Papa Pio XI la presentò da Roma, illuminandola, ad una folla di 200.000 persone che assiepava tutti i moli e le banchine de! porto. Fu quello un avvenimento che destò larghissima eco anche al di là dei confini della Nazione. Ecco la viva descrizione che dell'avvenimento fece il « Times » di Londra, nel numero del 12 settembre 1934: « Ai popoli nordici potrebbe riuscire difficile immaginare la scena che si svolse durante la cerimonia dell'inaugurazione. Apparecchi radiofonici adattati per ricevere le onde ultracorte della speciale stazione Vaticana impiantata a Castelgandolfo, sotto la direzione del Sen. Marconi, furono posti lungo il mare costeggiante, che era gremito di vapori mercantili, provenienti da Oslo e New York e altri porti, come anche da navi da guerra italiane. Parecchie centinaia di migliaia di spettatori ingombravano le strade, le piazze e i moli. Essi erano accorsi da tutti i punti di Sicilia e d'Italia, per vedere il faro illuminato da un bottone premuto a centinaia di miglia sul continente. Per parecchi minuti prima dell'ora stabilita, il silenzio della folla era intenso. Quando la radio annunziò: « Attenzione! parla il Papa », quelli che erano seduti nelle tribune si alzarono, molti si inginocchiarono nelle strade, e gli uomini si levarono il cappello. Il profondo silenzio fu interrotto dalla voce chiara del Papa, che pronunziava nella sua villa nel centro d'Italia, la benedizione in latino: «Benedictio Dei Omnipotentis descendat super vos et maneat semper». Dopo un breve momento la colonna fu illuminata, come dall'ora in poi, sarà ogni notte.”

Ma a quella immagine, che pur era della Regina del mare, mancava la corona, e Mons. Paino non era uomo da trascurare la cosa. L'incoronazione avvenne venti anni dopo, il 16 settembre 1954, e la data non fu scelta a caso, perché quel giorno ricorreva l'anniversario sia della partenza da Messina dell'armata di Don Giovanni d'Austria, la quale doveva fiaccare nelle acque di Lepanto la potenza mussulmana che il 60° dell’ordinazione sacerdotale dello stesso mons. Paino. L'avvenimento fu preparato da un invito dell'Arcivescovo e da due appelli lanciati dall'apposito comitato alle popolazioni di Sicilia e di Calabria. La cerimonia fu compiuta dal Card. Ernesto Ruffini, mentre squillavano le campane di tutte le Chiese, sibilavano le sirene di tutte le navi ancorate nel porto, tuonavano i cannoni del forte S. Salvatore e centinaia di natanti, riccamente pavesati e illuminati rendevano omaggio alla Regina dello Stretto. A tarda sera sulle colline di Messina e delle Calabrie fuochi venivano accesi per continuare la festa e l'omaggio. La Madonna del Porto non fu un qualunque episodio splendido nella vita dell'Arcivescovo Paino. Si può dire che essa sia stata la nota dominante del lungo episcopato. Era la devozione alla Madonna sotto il titolo « della Lettera » che veniva esaltata e predicata. Egli non sapeva chiudere la sua giornata senza averla salutata e averle chiesto dalla finestra la benedizione per sé e per i Messinesi”.

Il prof. Camillo Giardina, professore presso l’Università di Palermo e che nel dopoguerra sarà deputato democristiano e Ministro della Sanità, negli anni antecedenti la guerra civile spagnola, finanziato da mons. Angelo Paino, si era recato in Spagna per cercare i Capitoli e Privilegi di Messina che il Senato gelosamente custodiva nell campanile del duomo e che gli spagnoli avevano trasferito in Spagna dopo la rivolta del 1674. Ad uno sconsolato Giardina che gli riferiva che quasi tutti i documenti che aveva trovato erano dei falsi, mons. Angelo Paino rispose di pubblicarli lo stesso, a sue spese. Nino Cortese, presidente della Regia Deputazione di storia patria della Sicilia, quando pubblicò l’opera, nel 1937, nella presentazione scrisse “La presente raccolta dei “Privilegi e capitoli di Messina” […] fu resa possibile negli anni passati da S.E. Mons. Angelo Paino, arcivescovo ed archimandrita di Messina, che al prof. Camillo Giardina, ideatore dell’opera, fornì i mezzi per condurre a termine le ricerche. E per questo aiuto e per il cospicuo contributo che ha voluto dare per la stampa del volume, vada all’eminente presule la gratitudine di noi tutti.”    

   Un’altra grande realizzazione si deve a mons. Paino, il Sacrario di Cristo Re, dedicato a tutti coloro che avevano perso la vita in guerra per servire la patria. Progettato nel 1937 dall’ing. Francesco Barbaro, il tempio, che ricorda la Basilica di Superga di Juvara, occupa un’altura panoramica, su cui sorgeva l’antico castello di Rocca Guelfonia che ospitò Riccardo “Cuor di Leone” con i suoi uomini diretti in Terrasanta ed, in seguito, molti altri personaggi tra cui

il futuro Federico III d’Aragona ed i suoi familiari. Alla fine della scalinata d’ingresso si ammira la statua di Cristo Re, opera dello scultore Tore Calabrò, mentre accanto al Tempio, sulla torre ottagonale dell’antico castello, è stata collocata una campana di 130 quintali, fusa con il bronzo dei cannoni sottratti all’esercito austro-ungarico, alla fine della Prima Guerra Mondiale, e che mons. Paino aveva chiesto ed ottenuto da Mussolini. All’interno del Sacrario sono custoditi i resti di caduti della prima e della seconda guerra mondiale mentre una lapide ricorda i marinai morti nella battaglia navale di Punta Stilo.

 Sul Bollettino Ecclesiastico MESSINESE PER L'ARCHIDIOCESI   E  L'ARCHIMA-NDRITATO N. 8, Agosto 1946, si legge “S.E. E. De Nicola, Capo dello Stato, accogliendo l'invito del Pre­sidente della VII. Fiera di Messina e di tutte le Autorità Cittadine., il 10 Agosto ha dato alla cittadinanza messinese l'alto onore di inaugurare la VII. Fiera dette Attività Sicilia­ne che con sforzo titanico e con vo­lontà tenace, in meno di due mesi si è potuta allestire ed imporsi al­l'ammirazione dei visitatori. Salutato da entusiastica folla i cui sentimenti espressero nei loro discorsi il Sindaco di Messina, Avv. Ignazio De Salvo ed il Presidente della Fiera Avv. Giuseppe Romano, S.E. De Nicola tagliò il simbolico nastro che chiudeva l'ingresso alla Fiera e si diresse al Salone centrale della Direzione ove S.E. Mons. Paino, Arcivescovo ed Archimandrita, pri­ma di compiere il sacro rito della benedizione Gli rivolse il Suo salu­to ed il Suo ringraziamento, rile­vando l'alto significato dell'interven­to del Capo dello Stato alla mani­festazione di volontà e di attività di Messina di riprendere il suo posto nella ricostruzione della vita nazio­nale. Messina, la grande distrutta dalla guerra, disse l'illustre Presule, in tulli i settori della sua vita lavora. Mercé gli aititi del Governo: tutta la Città è un cantiere: si ri­para il suolo, le strade, l'acque­dotto, le abitazioni private, gli edi­fici pubblici, le Chiese, il Duomo, il più grande mutilato, che in meno dì un anno dovrà riaprirsi al culto. Espone a volo quanto Messina aspetta ancora dallo Stato - Ma sopratutto, Egli disse, chiede che all'unione, alla fusione degli spiriti tra nord e sud, tra le isole ed il continente risponda l'unione mate­riale delle due terre con il proget­tato ponte o con un tunnel che unisca la Sicilia all'Italia continen­tale, sogno dei nostri padri, oggi speranza in maturazione”.

     Ha scritto mons. Letterio Gulletta che “La guerra, con le sue distruzioni creò nuovi problemi: un immenso patrimonio era stato travolto, solo poche chiese erano state risparmiate, e prima di tutto c'era il Duomo che doveva essere restituito al suo splendore poiché la notte del 13 giugno 1943 era stato sotto il martellante fuoco dell'aviazione americana. […]  Una piccola folla muta e smarrita fece ala al suo passaggio quando giunse su quella piazza: il silenzio era rotto solo da qualche crepi­tio di fiamma. Più nulla dello splendore che al Duomo era stato dato in tre lustri di amorevoli e tor­mentose cure.

 Distrutti gli splenditi mosaici di Sartorio e Bargellini, il grandioso organo, le statue dell'Apostolato che mano sapiente aveva ricostituito dai mille frammenti in cui il terremoto le aveva ridotto. Scomparso pure il grandioso Cristo dell'abside che il disastro del 1908 aveva risparmiato. Il Pastore istintivamente, con un gesto caratteristico che gli era abituale quando una triste notizia veniva a colpirlo, si coperse il volto con le mani; poi alzò gli occhi al ciclo, e, con decisione, disse al suo segretario, mons. Barbaro che gli stava accanto: "Ricominceremo daccapo". Il programma dei prossimi anni era così fissato.

 Il 30 giugno era a Roma dopo un viaggio pieno di peripezie, condotto in tre giorni su di una trabal­lante automobile. Ma che cosa si poteva sperare dalle amministrazioni dello Stato in quei mesi di con­fusione e di dolore? Mons. Paino capì ben presto che l'attesa sarebbe stata lunga e che la sua Catte­drale sarebbe rimasta per molti anni ancora cumulo di macerie. Non si smarrì tuttavia e nello scoraggiamento generale egli solo ebbe fede. Cercò e trovò una ditta coraggiosa, vendette tutto quello che di prezioso aveva accumulato per il decoro della città: la galleria dantesca, quadri di valore, sculture, anche il suo anello pastorale e la croce: tutto ciò non era però sufficiente; accumulò debiti su debiti. Ma prima ancora che il ricostituito Stato Italiano organizzasse le provvidenziali leggi per la ripara­zione dei danni bellici, il Duomo di Messina tornava a dominare lo Stretto con la sua immensa mole, promessa e invito di resurrezione per tutta la città. Il duplice martirio della Cattedrale, due volte distrutta e due volte rinata, veniva compensato dall'onore del titolo di Basilica, con il quale Pio XII la insigniva nell'agosto del 1947, nell'occasione della sua riapertura al culto. Più tardi vennero le leggi e le provvidenze dello Stato e della Regione Siciliana e come al solito Mons. Paino ne fu l'intelligente studioso a profitto delle cento chiese distrutte o bisognose di restauro”.

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