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La Fortezza di Fenestrelle, una memoria cento verità (parte seconda) - di Alessandro Fumia

Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, la penisola italiana viene pervasa da lotte furibonde. Saltati gli equilibri territoriali fra i regni in essa insistenti, il famelico regno sabaudo, costruì a tavolino una politica di annessione, senza farsi alcuno scrupolo di abbattere qualunque ostacolo vi si parasse contro. I suoi gerarchi militari ben voluti e appoggiati dalla corona, furono spronati a utilizzare la carneficina come mezzo politico correttivo. L’onore militare venne inteso viltà da un esercito, quello del Regno di Sardegna più pronto alla razzia e alla rapina che alla fratellanza fra i popoli. I suoi strilloni di corte esasperando i toni per aumentare lo sdegno, cavalcarono ogni occasione per accrescere il potere politico, appoggiando qualunque iniziativa per aumentare il prestigio del casato e stimolarne le alleanze militari. La spinta espansionistica voluta dai Savoia stretti da nord dal blocco Austro – Ungarico e chiusi ad Occidente dalla Francia, indusse quel regno ad osservare il resto della penisola, come territorio necessario per alimentare la sete di conquista. Per raggiungere questi scopi, abbracciarono qualunque strategia convenisse loro in modo spregiudicato. La storia italiana con una certa dose d’ipocrisia, osserva quella politica “garantista” che diventerà, uno dei pilastri della futura nazione italica. Un garantismo in vero, stravolto nei piani di partenza, travolgendo il sentimento nazionale (almeno quello fomentato dai liberali e dai repubblicani) che immaginavano una unità italiana ben lontana dal divenire realtà. Consegnando le popolazioni italiche a un padre della patria (Vittorio Emanuele II), somigliante più a un carnefice che a un amorevole genitore.    

Storicamente parlando, si rappresenterà il periodo successivo alla caduta del Regno di casa Borbone, come la fase iniziale all’unità italiana. La retorica della politica espressa da numerosi intellettuali nel Risorgimento, venne immediatamente adottata dalle nuove generazioni di scrivani, inventatisi storici. I quali raccontavano un paese che non esisteva esaltando qualunque comportamento, anche quello più becero, per giustificare il progetto unitario, riscontrato solo nei giornali propagandistici politicamente schierati in quella fase storica. L’Italia invece, tutta unità contro i Savoia, languiva e s’incattiviva perché travolta nella civiltà e nella dignità, di essere comunque separata, una comunità e nazione al contempo. Infatti, pochissime sono le fonti che raccontano i fatti occorsi alla Toscana, al Gran Ducato di Parma e di Modena, allo Stato della Chiesa almeno in quella fase successiva al 1860. L’odio covato in petto dai popoli piemontesi, liguri, e sardi affamati e affranti da una dinastia feroce, fu trasferito al resto dei popoli italici. Un regno dunque, quello Sabaudo che amava pensare in grande, costretto in un territorio ostile alla sua bramosia di potere. Non è difficile osservare sopra le sue valli, agli apici di conche, di colline e di passi, imponenti strutture a difesa di quel territorio. Il Piemonte può raffigurarsi attraverso i suoi impianti militari difensivi, un nido di vipere costantemente in armi.

Non credo di offendere la storia paragonando quella società piemontese ai rettili, sinonimo assoluto di negatività. Sarà proprio la cronaca intrinseca al territorio e alla politica adottata dai suoi governanti, spregiudicata e raziale, a determinarne le opinioni nella storia degli uomini. Saranno i suoi sovrani a trasformare quei baluardi di difesa in simboli di offesa. Ben presto nell’immaginario collettivo, i luoghi del Cenisio diverranno simbolo di terrore per chi in quelle balze ci ha rimesso la vita. Le fortezze piemontesi di queste valli, che avrebbero dovuto garantire l’incolumità delle loro popolazioni, ben presto diventarono il maggiore dei problemi che attanagliavano le vite di quei popoli. Ben presto tutto quel territorio diventerà ingovernabile ed insicuro perché, trasformato in recinto sorvegliato da ingenti forze militari, poste in assetto da battaglia. Così come accade oggi con i campi di raccolta e di transito per gli extra comunitari africani, relegando i suoi ospiti a diventarne prigionieri, allo stesso modo, migliaia e migliaia di soldati napoletani deportati, di civili meridionali, di oppositori politici al “regime savoiardo” divennero, ospiti controllati con il ferro e con il fuoco delle fortezze piemontesi; da riconvertire e plasmare alle fila dell’esercito neo-italiano. Pressoché inutile giustificare il comportamento adottato dall’esercito di Vittorio Emanuele II; la strategia politica dei suoi ministri e dei suoi generali, che avrebbero dovuto costruire nuove forze di polizia, necessarie al controllo dell’Ordine Pubblico del nuovo Stato-Nazione divennero, forze militari di occupazione per lo sterminio della popolazione civile che abitava i territori annessi.

Un contributo certamente non di parte, ci viene in aiuto da un giornale francese, il Journal des Débats che poté raccogliere un’interessante opinione da un generale (in vero, criminale di guerra) il Cialdini, che cercando una sponda amica (in quel momento i garibaldini erano forze degne di cotanto gendarme) proponeva uno sport molto in voga in quel frattempo. Giuseppe Palella, raccoglie il sinistro consiglio, inserendo questa nota, nel suo volume Omaggio a Pio IX. Raccolta di libri religiosi ed ameni, edito a Napoli nel 1862, dove a p. 72 riportava:

“Come in Piemonte si corre a caccia delle pernici e delle quaglie, così nel reame di Napoli si va a caccia di uomini. Cialdini invitò i commilitoni di Garibaldi ad una gran partita di caccia contro i borbonici, - cui bisognerà sterminare - nelle montagne, nei boschi, e nelle sagristie.”

Modificando e giustificando le necessità di braccia alla causa con l’annullamento di quelle braccia all’opera di costruzione di un paese, che nei fatti non veniva costruito, si diedero alla rapina, alla carneficina e alla perfidia. Dopo la caduta del Regno Napoletano, le fortezze e le Piazze d’armi piemontese atte al controllo e alla difesa del Piemonte, divennero centri di raccolta delle truppe borboniche, delle truppe emiliane, di quelle toscane allo sbando. Malgrado tutto però, rimangono certe ed indelebili alla storia, le pagine scritte in quel di Fenestrelle, come esempio di strage e di rappresaglia politico-militare. Non esiste per nessuna roccaforte Sabauda, una raccolta di fondi documentata come quella in cui Fenestrelle, ne è il cardine principale. Essa ne diventa un simbolo nel bene e nel male di quel periodo storico. In essa si racconta, vennero compiute azioni atroci, miserevoli e nefaste. Tutto il peggio che di terrificante si poteva raccontare in guerra, era niente se rapportato alle stanze di Fenestrelle. Un carcere duro costruito dentro una caserma, ritagliata dentro una fortezza, incastonata fra le alte montagne alpine. Chiunque abbia un minimo di senno, non può che convenire con un giudizio negativo, osservando le “imprese” associate alla fase di detenzione, di gente che sulla carta non era carcerata. Il Ministero della Guerra della “Nouvelle Italia” emetteva comunicati da corte marziale più che dispacci correttivi per militi insubordinati. Chi sgarrava pagava con la vita. Il senso di questa asserzione si coglie nelle memorie di un ospite di Fenestrelle, anch’esso carcerato. Così come attore e saggiatore di un metodo per nulla, scevro da picchi di rabbia e di odio raziale. La nuova ci giunge dall’opera portata alle stampe da Sebastiano Nicastro, il quale nel suo volume intitolato Dal quarantotto al sessanta, stampato a Trapani nel 1961 a p. 314, ci descrive la condizione di un ex garibaldino carcerato a Fenestrelle:

“Giliberti trasportato a Fenestrelle, assunse il nome di un altro volontario mazarese, per evitare di essere fucilato come disertore; ed ebbe la fortuna di riuscire ad evadere.”

In guerra, un esercito deve contenere gli eccessi della truppa e punire gli insubordinati, con pene esemplari. Il problema di fondo però era, che ufficialmente, lo stato Sabaudo non era in guerra. Ufficialmente non aveva ne invaso un territorio, ne era stato invaso esso stesso. I disordini interni in uno stato, si controllano con forze di polizia per garantire l’ordine pubblico. Eppure, per garantire la quiete civile nel regno di S. M. il re d’Italia, le maggiori carte e i documenti più ricchi, si riscontrano presso gli archivi del Ministero della Guerra; in Italia un’anomalia, chissà perché questa stranezza! Tutte quelle vicende hanno dell’invero simile, del fantasmagorico. Si dimentica troppo spesso che accompagnare decine di migliaia di persone appartenenti allo stesso stato, in “camere di compensazione” ovvero, in riformatori, non è un metodo civile ma incivile e barbaro. Così incivile e barbaro perché inserito in dialettiche e giustificazioni lessicali, mascherando una posizione di partenza, quella dell’aggressione militare a uno stato sovrano, quello duo siciliano distrutto entro i suoi confini nazionali. Un pensiero questo, non praticato oggi, da novelli esuli di un regno depredato come quello napoletano ma considerazioni esacerbate in seno al Parlamento italiano. Segnalo allo scopo, una posizione estrapolata, dagli Atti ufficiali del Parlamento Italiano ai numeri 179 e 274, della sessione del 14 giugno e dell’11 luglio 1861:

“La coscrizione piemontese eseguita nel reame di Napoli è stata dichiarata crudele, oppressiva, e impopolare.”

Si che, se un popolo viene aggredito, non si può successivamente giustificare la sua deportazione in una terra diversa da quella di provenienza, come luogo rieducativo. Rieducare è stato un verbo molto caro ai nazisti. Lo hanno utilizzato tutti i governi totalitaristici. Ai tempi di Mao Tze Tung, i Cinesi della Manciuria vennero rieducati; e pure allora, i morti furono decine di migliaia. Quindi, quando si segnala la fortezza di Fenestrelle come luogo correttivo, nella logica appena segnalata, si deve osservare quel luogo come un Lager. Si deve incominciare a ricordare chi ci è entrato per comprendere il motivo della sua pena: se questi fosse stato un nemico verso lo stato di appartenenza oppure, un sovversivo rispetto al sistema di governo. Se questo comportamento da parte del governo sabaudo, ha avuto una validità nella fase in cui, forze eversive per il paese di origine, alimentavano nel disordine pubblico le giornate di quel territorio, non esiste giustificazione plausibile per equiparare gli uni ai nuovi ospiti, per lo più ragazzotti che fino al giorno prima, appartenevano alla seconda potenza industriale d’Europa. Flagellata, massacrata, in un gioco famelico, messo su da un branco di lupi. Un luogo primario nello scacchiere difensivo piemontese, quello di Fenestrelle, diventerà nelle prime decadi del XIX secolo, simbolo di prepotenza militare nelle memorie collettive italiane.

Ecco cosa accadeva nelle stanze di tortura, della fortezza del Cenisio in pieno Risorgimento, agli italiani che non si piegavano al futuro re d’Italia. Estrapolato dal volume di Angelo Brofferio, Storia del Piemonte 1849 p. 108:

“Dopo gli inutili strazii di Mondovi, pensarono gli Inquisitori di Stato a qualche nuovo genere di tortura che si potesse impiegare con miglior successo, e fatta matura considerazione deliberarono di ricorrere alla fame. Si esordì lasciando soli e deserti per una settimana i prigionieri a fantasticare sulle proprie calamità, poi venne loro partecipato d’ordine superiore che sarebbero privati di fuoco, di lume, di vino, di carne, di tabacco, di tutto insomma fuorché di qualche oncia di pan nero e di una brocca d’acqua. E l’ordine si metteva in esecuzione. Tormentati dalla fame i poveri carcerati chiedevano almeno un poco di brodo per confortarsi; inutile inchiesta il brodo fu negato persino al medico Vallino vecchio e infermo. Durava più che quindici giorni questo stato di cose. E quando parve che grazie alla solitudine, al freddo, e alla fame, la spossatezza, l’abbattimento, la prostrazione delle membra e la confusione dello spirito non lasciassero più nulla a desiderare, si affacciava d’improvviso ai prigionieri fra quelle tetre sbarre il commissario Tosi, la vista del quale era capace di petrificare come la testa di Medusa.”

Alla stessa traccia, basti ricordare cosa segnalava Cesare Cantù in una sua opera intitolata Della indipendenza italiana edita a Torino 1873 a p. 304 segnalando:

“De borghesi restò viva la fama di Andrea Vochieri d’Alessandria. Se crediamo al Brofferio un condannato che sopravvisse alle lunghe torture di Fenestrelle lasciò scritto; Innanzi alla mia prigione stava quella del povero Vochieri. Esistevano alcune sconnessure mal riparate in fondo alla mia porta e tenendosi dischiusa la prigione di Vochieri dalla poca luce che trapelava, ero invitato a dolorosa osservazione. Vochieri mi apparve sopra un misero scanno con pesante catena ai piedi e due guardie al fianco con la sciabola sguainata. Una terza guardia col fucile stava immobile dinanzi alla porta. Regnava un terribile silenzio. I soldati parevano più costernati dello stesso prigioniero. Di tratto in tratto, due cappuccini venivano a visitarlo. Cosi rimase quell’infelice un intera settimana dinanzi agli occhi miei fu lunga, fu spaventosa la sua agonia, finalmente lo trassero a morte.”

Ci voleva davvero poco a sperimentare gli effetti del freddo a Fenestrelle in condizioni normali e ancora peggio, se in condizioni di reclusione, si dovevano combattere i rigori di un inverno alpino. Si che, quando molti autori segnalarono i tormenti dei soldati piemontesi dati ai napoletani, si è gridato allo scandalo, appellandosi alla esagerazione tutta meridionale dei suoi accusatori. Osservate cosa segnalava un autore, sicuramente non affetto da “borbonismo” quando riportava le osservazioni fatte da parte piemontese, sulle condizioni di vita a Fenestrelle. In effetti Carlo Denina, nel suo lavoro intitolato Quadro istorico, statistico e morale dell'Alta Italia e dell'Alpi che la circondano, pubblicato a Milano l’anno1806 segnalava a p. 28:

“Essendosi smantellato Pinerolo nel 1696, come abbiam teste detto, si fortificò, o per meglio dire fabbricossi Fenestrelle. Cotesta piazza meravigliosa è composta di tre, ed anche cinque fortezze, insieme comunicanti con iscale coperte, di più centina a di scaglioni incisi nella rupe, e che vanno dall’alto della montagna fino al letto del fiume. Tale passaggio è benissimo custodito; ma costò immense somme al re Carlo Emmanuele III, e costava eziandio la vita a parecchi soldati pell’acuto freddo, che vi tolleravano nel cuor dell’inverno. Perciò nel fitto inverno la maggior parte del presidio scendeva a Pinerolo, e vi rimaneva tre o quattro mesi.”

Che dire in merito? La detenzione forzata a Fenestrelle in pieno inverno, equivaleva a una condanna a morte. Le scelte di concentrare grandi masse d’uomini in una zona sinistra come quella, era uno strumento che definire fatale per molti dei suoi ospiti è riduttivo. In verità le riserve di legna accatastate nella fortezza erano proporzionate ai soldati che ne dovevano curare gli accessi alpini, proteggendoli da una probabile invasione francese. E per quanti accorgimenti furono adottati, gli spazi a disposizione erano comunque limitati. Per riscaldare migliaia di uomini transitati nel solo anno 1861 e ivi concentrati ancora fino a febbraio dell’anno successivo, non sarebbero bastate le scorte di legname, messe a dura prova dall’eccessive presenze. Né tantomeno erano sufficienti le scorte di cibo. Abbondavano le artiglierie, i magazzini ne erano colmi, così come la polveriera zeppa fino al tetto.

Uno straordinario documento, costituisce una nota segnalataci da un autore francese, sfuggita alla famelica censura dei Savoia, nei primi anni dell’unità italiana, e ai novelli attendenti del fu Vittorio Emanuele II che oggi, hanno aperto i forzieri degli archivi regi. Gli stessi archivi manomessi da tempo immemore, che lanciano strali ad autori nostrani. Si che, questa fonte inoppugnabile, stabilisce i flussi dei soldati napoletani passati da Fenestrelle, Aqui e Cuneo. Lui, Oscar de Poli non avrebbe immaginato che in anni meno vorticosi, il suo contributo, è da ritenersi strategico per comprendere alcuni misteri ancora irrisolti. Si che nel suo volume, pubblicato a Parigi nel 1865, intitolato “De Naples à Palerme” a p. 125 così segnalava:

“Oggi giorno il servizio militare è portato in orrore. La coscrizione Borbonica prendeva appena 12,000 uomini per ogni anno; la coscrizione Piemontese prende 36,000 uomini ogni anno. Le imposte in denaro e le imposte di sangue sono tutte triplicate di più dopo l’invasione dal tempo dei rigenerati.”

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Di seguito con una nota numero 1,specificava: “la prima coscrizione è del 30 giugno 1861; la seconda è del 22 agosto del 1861; la terza è del 13 luglio 1862; la quarta è del 27 luglio 1863; la quinta è del 10 maggio 1864.”

Così predisposte, non possiamo non dimenticare la rivolta occorsa a Fenestrelle il 22 agosto del 1861, data qui messa in bella mostra dal nostro autore. Immaginare questi fatti come l’estrema conseguenza di un saccheggio, quello inflitto al regno che fu di S. M. Francesco II di casa Borbone è cosa innegabile. Se il popolo prese le armi, i suoi soldati, non si addomesticarono sotto il giogo di una nazione, il Piemonte, che si fingeva Italia; quando in verità questi regi, di quel progetto una volta compiuto, perseguitò tutti i suoi principali attori. Una presenza imponente quella dei napoletani in quelle località di concentramento. Una presenza che si fa contare in 180,000 uomini. Dimostrare quanti ne passarono da Fenestrelle non è cosa semplice, certamente non fu di qualche migliaio il suo vivaio, visto che l’autore quantificò in 36,000 il numero di coscritti, invitati annualmente alla leva dal Piemonte. Le rivolte a Fenestrelle non si limitano a un episodio. Se mancò poco il progetto di sommossa nella fortezza il 22 agosto del 61, appena un giorno dopo, si replicava al campo di San Maurizio. Questa ennesima notizia, ci giunge dalle trame emesse, certamente da un personaggio che non fu amico dei Napoletani. La nota vengo a reperirla, nei fondi dell’Archivio Storico Italiano - Volume 113,Parte 3 p. 386 nel quale si mettono in luce, due dispacci di Sir James Hudson e Russell: uno sui briganti da lui veduti a San Maurizio, l’altro su Roma. In essi si segnalava fra le valli piemontesi qui posti in oggetto:

“Scrivo a Nigra Albert White (Blanc). Scoperte macchinazioni retrograde nelle Marche. Cospirazione dei Napoletani a Fenestrelle Campo di S. Maurizio. 23 agosto.”

Dunque, anche nel Campo di San Maurizio c’è stata una rivolta dei napoletani. Un sommovimento di umori, che mettevano in grave pericolo i territori piemontesi, scatenando le ire dei residenti e quelle dei giornali che non tarderanno a farsi sentire. Sempre da un documento, rilanciato da Oscar de Poli, nel suo volume Voyage au royaume de Naples en 1862, a p. 62 alla nota 1 commentava una scrittura segnalata da un giornale napoletano dell’epoca, Le Moniteur de Naples 17 février:

“Il 17 febbraio, una rivolta scoppia tra i soldati nella fortezza di Fenestrelle. Sono pronti ad accorrere un gran numero di gendarmi e di agenti di polizia, mentre la Guardia Nazionale ha preso le armi. I soldati napoletani furono rigorosamente perquisiti, trovandogli i ritratti delle due Maestà del re e della regina delle Due Sicilie.”

In tal guisa si apprende, che un'altra rivolta scoppierà a Fenestrelle, questa volta più cruenta della prima, dovendo constatare l’intervento della Guardia Nazionale, giunta sul posto in assetto di battaglia. Le recenti rivelazioni in una pubblicazione su Fenestrelle, di qualche anno fa, volendo sfatare il mito del genocidio, esagerando nella interpretazione delle proprie fonti, minimizzano il comportamento dei soldati napoletani all’interno della fortezza; riconducendo quella presenza a un suono a stormo di campane, e di buone intenzioni. Il clima dunque non poteva essere in armonia col servizio richiesto. Le diserzioni erano all’ordine del giorno in tutte le carceri piemontesi, e nei rispettivi presidi militari. Un interessante contributo sul clima che si respirava in Piemonte, ci viene segnalato dal Marchese di Normanby, nel suo volume intitolato Difesa del Duca di Modena contro le accuse del Sig. Gladstone, pubblicato a Venezia l’anno 1862, nel quale a p. 43 segnalava:

“Tutti i napoletani, in qualunque sito si trovino, non hanno che un solo pensiero, quello di disertare ogni qual volta ne possono avere il destro, per qualunque parte. Il Mercurio di Svevia ed i giornali del Regno d’Italia ci fecero sapere che sul principio dell’ottobre decorso passarono per Stoccarda, diretti al corpo di truppa austriaca che tien presidio a Magonza, quaranta disertori dell’esercito italiano. Da un prospetto desunto da dati officiali, che abbiamo sott’occhio, in soli diecinove mesi, giunsero nelle provincie venete e nella provincia di Mantova 3785 di tali disertori o refrattarj alle leve. E quanto appunto alle leve, nel Regno delle Due Sicilie la leva fu fatta da per tutto esclusivamente a vantaggio del legittimo Re Francesco II; nel Ducato di Modena poi unicamente a favore di Francesco V. Nell’Italia meridionale i coscritti riservarono le loro braccia per la reazione; nel modenese preferirono di varcare il Po, e recarsi a Bassano.”

Altro che pacifica convivenza, il regno di Vittorio Emanuele II, era attraversato da disapprovazione e i coscritti alla leva, prendevano le armi ma, per chi in quelle contrade era il nemico, contro una patria che non voleva nessuno. Un altro contributo interessante, ci viene fornito da un altro autore. Francesco Durelli, nel suo lavoro edito a Milano nel 1863, intitolato Colpo d'occhio su le condizioni del reame dalle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862 alla pagina 44 aggiungeva:

“a 10 ottobre disertano dal forte di Fenestrelle dodici soldati napoletani; Nello stesso tempo una mezza compagnia di truppa del Piemonte, composta di soldati quasi tutti napoletani, insieme con un uffiziale, ed anche un carabiniere, si disertano tutti e presentatisi al confine svizzero, vi depongono le armi, e sono scortati a Poschiavo dai gendarmi svizzeri. L'Eco dell'Alpe' Cozie, giornale de' 15 ottobre, ha in data di Pinerolo: - Nella sera degli 8 a 9 corrente sono disertati undici soldati de'cacciatori, da'varii ridotti del forte di Fenestrelle.”

 

Qui la conta dei fuggiaschi si fa complessa, articolata, e difficile da quantizzare nelle dimensioni. Sicuramente il calcolo dei disertori non si riduce a pochissimi elementi, sfuggiti alla guardia indefessa dei gendarmi in quel di Fenestrelle. Ma certamente, sfuggiti alla conta dei celerini della storia che, leggono ciò che conviene loro leggere, interpretando il risultato finale a svantaggio della verità storica.

(immagini tratte da "Picciola: The prisoner of Finestrella" - 1862)

Ultima modifica il Giovedì, 06 Ottobre 2016 08:35
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