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La Banca Nazionale Duo Siciliana e le ruberie del Regno d’Italia - di Alessandro Fumia

Una serie di carte veramente interessanti sono saltate fuori da polverosi archivi, che permettono di mettere mano, all’intrigata ed ingarbugliata vicenda, delle annessioni fraudolente di banche territoriali al nuovo istituto di credito nazionale, avvenute al tempo dell’Unità d’Italia; soprattutto quando a pagarne l’ammenda, sono state le realtà finanziarie del regno di Borbone. Situazioni che se non fossero vere, potrebbero apparire come una farsa. Una macchinazione del neo stato italiano portata ai correntisti duo siciliani in modo particolare.


Da un pò di tempo in Italia, si tende a giustificare la storia, solo e soltanto se questa, giustifichi il corso storico raccontato a tante generazioni di Italiani. Come se girare il mestolo nel pentolone colmo di marciume e di escrementi storici, sia un servizio prevaricatore al diritto di italianità. Toccare questi argomenti per molti opinionisti significa, toccare il diritto di stato. Come se, chi indaga su fatti costitutivi dell’Italia, stia compiendo un delitto contro la stessa nazione. Invece capita spesso che, questo marciume sia moralmente giustificato, per raccontare atteggiamenti nazionalmente e giuridicamente riconosciuti come legittimi. L’Italia ha il diritto di bloccare sul nascere qualunque opinione minacci il suo stato giuridico anche contro la verità sia essa storica?

Coltivare la menzogna per coltivare interessi di parte a svantaggio del popolo, vero custode del diritto di nazionalità, questo si, è un vero reato. Si che capita molto spesso che, l’Italia si contrapponga al legittimo proprietario del titolo di italianità, sperimentato dai suoi cittadini, i soli a poterlo legittimare in tutte le sue parti. La Costituzione ha da sempre legittimato il ruolo degli italiani nel paese a cui essi stessi appartengono, difendendone la rispettiva opinione anche quando questa, violi gli apparenti diritti nazionali, il primo dei quali, quello di bandiera. Lo storico se si attiene ai documenti non incorre a nessuna mancanza. Lo storico ha proprio il ruolo di garante della memoria nazionale anche qualora, riesca a dimostrare con gli strumenti legali e opportuni presenti nella ricerca metodica, segnalando documenti, comportamenti e reati veri e propri che violino la legge, essa stessa vincolata a criteri universalmente riconosciuti in uno stato di diritto.   L’affare della nascita di una Banca Nazionale in Italia, nasconde dei retroscena ancora non del tutto raccontati. Ecco perché la natura di questo articolo, sintesi del vaglio e della valutazione di carte qui riversate per capitoli, vuole mettere in luce quelle ombre scientificamente occultate, studiando un percorso, per programmare future pubblicazioni.

Interessante recuperare e mettere sotto la lente dello studioso e dell’annalista, lo specchietto fornito da queste note. Fondi ufficiali, dell’azione politica del legislatore italiano, nei primi anni della sua costituzione giuridica e politica. Un particolare accenno ai rendiconti della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul corso forzoso dei biglietti di banca, Relazione ... su' corso forzoso dei biglietti di banca . Cam. dei Dep. Sess. 1867-68. 1. della x. leg. n. 215. Firenze 1869 , documento che getta luce su una pozza d’acqua per niente cristallina. Osservare il contenuto di quegli atti che volevano individuare i soggetti giuridici compatibili alla gestione del credito in Italia, permette una valutazione precisa di situazioni affatto chiare. Il governo dell’epoca, stava cercando di uniformare gli istituti di credito presenti nel suo territorio di riferimento, sindacando sugli organi finanziari che potessero avere voci in capitolo nella gestione del credito.

Esso stesso, riconosceva a due sole entità questa facoltà, limitando il raggio di azione, delle banche borboniche; queste a suo tempo, motori di una delle più forti economie d’Europa, adesso limitate e costrette a un servizio di cassa subordinato alla sede centrare, la Banca Nazionale d’Italia. Per giungere a tanto, si doveva dimostrare che gli istituti bancari ex borbonici, fossero stati degli istituti mutualistici che gestivano il credito sotto forma di scambio pignorante di beni terzi, rilasciando polizze di accredito. Una statura giuridica non riconosciuta alle banche delle province meridionali, limitava lo sviluppo del credito territoriale delle stesse banche, costrette a recuperare il circolante di moneta napoletana nei rispettivi territori, nella prima fase della costituzione del territorio nazionale e successivamente,   sminuite a succursali della sede centrale.

Questo servizio svolto per esempio dalle banche siciliane, era strutturato sulla natura degli stessi istituti, i quali, originariamente   partecipavano in sinergia con quelle Napoletane, alle funzioni di concessori di credito fiduciarie. Il documento, voleva dimostrare che le banche siciliane non fossero delle banche a conduzione privata(con capitale sociale) o semi privata( con partecipazione della corona e di privati) affibbiandogli la natura di credito mutualistico (attraverso pignoramento di beni terzi), non avendo esse stesse, un capitolato legislativo per l’emissione di titoli propri. L’Italia dunque, nei primi anni della sua costituzione, si affidò alla Banca Nazionale di Torino e alla Banca Nazionale della Toscana, non riconoscendo eguale diritto, a nessun istituto proveniente dall’ex Regno Duo Siciliano, in mancanza di realtà finanziarie sviluppate con la costituzione di capitale sociale, necessario a garantire le rispettive operazioni di sportello.   Forti di queste premesse, diventa propedeutico osservare come il nuovo Regno d’Italia, costruiva il suo modello di sviluppo, quello del credito, che sta alla base di una società civile. Osserviamo dunque, cosa segnalano alcune voci finanziarie dell’epoca, in rapporto al contenuto espresso nelle note di quella Commissione d’Inchiesta Parlamentare riportate a p. 165:

“Banco di Sicilia

il Banco di Sicilia, nelle due casse in cui è distinto di Palermo e di Messina, emette fedi di credito e polizze notate sopra corrispondenti depositi. Questi titoli sono trasferibili per girata, ma sempre nominativi, e non hanno un valore determinato. Emette anche polizzini del cassiere, e questi pure nominativi nel senso che si cambiano al Banco colla firma di quietanza dello stesso cassiere intestatario. Questi piccoli biglietti furono creati dal Banco, in seguito al corso forzoso, a taglio fisso, dalle lire 2 alle lire 10, nelle proporzioni seguenti:

Da L. 2 ………………………………N 254,104                                                                                                          L.3…………………………………….  364,610           

L.5………………………………………193,882                                                                                       L.6.…………………………………...…149,779          

L.7………………………………………..84,169                                                                                                         L.8………………………………………. 83,192           

L.9…………………………………..........43,100                                                                                                             L.10………………………………….….. 85,939          

Totale dei biglietti emessi               N 1,258,775

Il seguente prospetto dà l'indicazione dei valori del Banco nei due periodi dal 1844, data della creazione del Banco, a tutto dicembre 1859, e dal gennaio 1860 a tutto marzo 1868, giusta i dati presentati dalla Direzione della cassa di Palermo:

Dal 1844, epoca in cui ebbe origine il Banco, sino a tutto dicembre 1859:

Fedi di credito ………N 1,713,986

Polizze notate fedi..... ...3,821,283

Polizzini del cassiere……. 14,318

Totale                          N 5,549,587

(Valore titoli…..………..5,549,587 pari a L. 2,581,461,104, cent. 80)

p. 166

Dal 1 gennaio 1860 a tutto marzo 1868:

Fedi di credito………...N     386,540

Polizze notate fedi......         235,442

Polizzini del cassiere        1,216,096

Totale ....……………….N  1,838,078                                                                                       

(Valori titoli........................1,838,078 pari a L. 1,674,180,231, cent. 87)

(Sommario tutto…….....N 7,387,665 pari a L 4,255,641,336, cent. 67) espressi nella doppia valuta, il calcolo è limitato visto che, non si conosceva l’importo singolo dei valori espressi in ducati per singolo deposito o polizza, quindi non si conosceva il valore dell’ammontante totale nel periodo 1844 – 1859.”

moneta1

 

(immagine da ilportaledelsud.org)

I depositi cui fanno riferimento queste note, si debbono osservare in modo netto e separato; sia in rapporto al corso della storia, sia nella natura giuridica e finanziaria delle stesse note esplicate. Detto ciò, le cifre mettono in evidenza, un immediato depauperamento del valore circolante nei due periodi storici messi a confronto,   a vantaggio della “dominazione” italiana. La quale aveva messo in cantiere diverse leggi e leggine, rivolte a massacrare il credito finanziario e l’economia delle realtà produttive nel ex regno duo siciliano. Già questo raffronto impietoso, difende in modo incontrovertibile, la qualità della vita che possedesse il regno delle Due Sicilie, il cui corso sicuramente più prospero, viene messo in evidenza dall’ammontante degli scambi degli istituti di credito maggiori. Il valore di queste note mette alla berlina tutta la retorica costruita ad arte dalla propaganda dell’epoca, e ripescata ed adoperata, dagli storici di nuovo corso made in Savoia. Storici che hanno l’obbligo morale di annichilire sul nascere la storiografia meridionale, in questi ultimi anni vivacissima. Storiografia di parte e faziosa, che con il solito metro discriminatorio, pone il bene da una parte e tutto il peggio possibile ed esecrabile dall’altra parte, nell’Italia che non è mai nata dal 1860 in poi.    

Un altro aspetto da curare, sono la natura dei depositi a garanzia delle polizze di credito circolanti nel Regno Borbonico. Depositi costituiti in oro, argento e bronzo. Depositi però che devono essere valutati, anche in rapporto di un corso legale, quello espresso in ducati, notoriamente più consistenti rispetto alle lire, espresse in banconote con il vecchio sistema valutativo è garantiti dalla corona in pectoris; dimenticando che quella economia meridionale, non era deficitaria ma estremamente dinamica e solida.

I titoli del Regno italiano, circolavano in una economia aggravata da costi di produzione, da imposte ad imposizione percentuale crescente, che riducevano il valore (potere di acquisto)di quella valuta. Il cambio costruito dal neo governo italiano espresso in lire, in rapporto alle banconote emesse e calcolate sulla consistenza finanziaria dei depositi espressi in metalli pregiati, ha dell’incredibile. L’economia duo siciliana più solida, permetteva la natura di titoli emessi e circolanti aventi un valore più alto, in rapporto al volume dei propri   traffici e degli scambi, con un taglio maggiore (Polizze notate fedi) rispetto ai cosiddetti (Polizzini del cassiere), emessi a vantaggio di un circolante più modesto, necessari per le contrattazioni al minuto. Così accadeva che, durante il regno napoletano girassero cifre rapportate al valore dei titoli bancari espressi, in funzione nominale del correntista sottoscrivente e in rapporto alla sua disponibilità finanziaria messa a disposizione del credito, tramite pegno di contro partita di preziosi ed emissioni di zecca; operazioni che sviluppavano un movimento finanziario ben più alto rispetto ai titoli circolanti dopo l’unità. Questa proporzione sul valore del titolo circolante diventerà negativa alla caduta del Regno delle Due Sicilie. Infatti, dopo il 1860 esistevano nella stessa banca siciliana, più titoli diremmo oggi, di taglio inferiore (Polizzini del cassiere), rispetto alle vecchie (Polizze notate fedi) di taglio maggiore.

Se il circolante dei Polizzini del cassiere era aumentato, di contro era diminuito drasticamente il valore dello stesso ammontante in rapporto alla consistenza dei depositi.   L’osservazione non può essere soppiantata dalla presenza della moneta cartacea in vero, presente sotto forma di emissioni di titoli al portatore in quanto, circolavano nell’ex territori dell’antico regno Duo Siciliano, ingenti quantità di moneta metallica che l’ex direttore del Banco di Napoli (1861 – 1864) il marchese Michele Avitabile, quantifica in oltre 400 milioni di lire. Ciò mette in evidenza, una maggiore quantità di depositi metallici al tempo dell’ex Regno duo-siciliano rispetto al periodo neo italiano. Il fattore principale sperequativo negativo, va da ricercarsi nello scambio delle merci in rapporto al volume degli affari, notoriamente ridimensionato nel meridione italiano per effetto della cervellotica applicazione di criteri economici recessivi (emissione forzosa di moneta cartacea, in grandi quantità), che hanno prima indebolito il sistema economico di queste terre meridionali, successivamente impoverito e dunque estromesso per alienazione dell’economia, interi settori dell’industria e del commercio.  

A questo problema se ne aggiungerà ben presto un altro. Alcuni anni dopo la formazione del nuovo regno d’Italia, si incomincia a trattare la difficoltà del circolante, banconote cartacee nel regno italiano e natura del credito. Questo criterio viene messo nitidamente a fuoco, alcuni anni dopo la nascita della Banca Nazionale d’Italia che agisce sotto volontà del governo, in modo fraudolento contro le banche dell’ex Regno Napoletano, ritenendo queste ultime, istituti di mutuo soccorso( menzione mendace) essendo comprovato che quelle banche meridionali, avessero un mercato azionario privato in regime bancario governativo, e una organizzazione bancaria studiata e in parte copiata dal governo Inglese in anni passati. Un governo, quello del Regno d’Italia che si è auto intestato, i valori e i depositi di quelle banche borboniche per atto autoritario, assorbendo ingenti quantità di valori degli istituti bancari presenti in Italia.

Il regno italiano attraverso le leggi del suo parlamento, si riconosceva legittimato a mantenere il controllo dei valori e dei depositi passati di mano, riconoscendo il diritto ad esercitare il credito solo a quegli istituti bancari costituitisi con ordinamenti legali: cioè ad organismi di concessione di credito, che emettessero banconote previa costituzione di un capitale sociale, confluite nelle relative Banche Nazionali. Con tale atteggiamento impoverisce le condizioni di sviluppo dell’economia regionale negli ex territori Borbonici a vantaggio del Piemonte e della Toscana. La disparità di trattamento in rapporto soprattutto alle banche di Napoli e di Sicilia, viene osservata dalla mancanza di un organismo bancario che adotti eguali sistemi legali, previste dall’impianto delle cosiddette Banche Nazionali. Rinfacciando alle banche del meridione d’Italia di allora, la natura nominale del credito in esse circolante, legato alla natura giuridica delle stesse, inquadrate come organismi di mutuo soccorso.  

La nota qui segnalata, viene inserita in un documento amministrativo del governo, che trovandosi in carenza di liquidità di moneta circolante, costituì, una voce economica apposita per favorire il corso forzoso di banconote.   Strumento che provocherà ingenti costi al Banca Nazionale che costretta a recuperare la moneta metallica circolante, concesse un aggio vantaggioso del 7% a tutti coloro che acquistassero banconote previa alienazione di moneta metallica. La Banca Nazionale d’Italia, veniva istituita con capitale sociale di 40 milioni di lire, e da quel momento era in grado, di acconsentire il suo sviluppo sul territorio italiano con l’apertura di relativi sportelli. Quello che salta all’occhio, mettendo da un lato le sovrapposizioni politiche e la retorica di parte, che il neo regno italiano, riconoscesse in Italia, in quell’istante storico ( 1860 – 1868), l’esistenza di 4 banche in tutto il regno a corso legale: due operative, aventi capitale proprio e due svuotate dai capitali e assorbite nella Banca Nazionale. [vedi nota * p. 8]

“   Ma, come abbiamo detto, in Italia non sussistono che due Banche con capitali privati, suscettive di una espansione; la Banca Nazionale di Torino e la Banca Nazionale di Toscana. I Banchi di Napoli e di Sicilia non sono suscettibili d'incremento delle operazioni, non avendo capitali propri.”        

Chissà che fine hanno fatto le sostanze del Banco di Napoli e quelle del Banco di Sicilia, le uniche ad essere assorbite ma operative, non per spirito nazionale, ma per la necessità di raccogliere il circolante presente nei territori di pertinenza, che un calcolo approssimativo, calcolava in 250 milioni di lire.

Interessante osservare il contenuto riportato da questo volume, proveniente da fondi parlamentari e registrati sotto l’appellativo di, Nuova Banca d'Italia progetto di legge presentato al Senato del Regno dal commendatore Giovanni Manna, ministro d'agricoltura, industria e commercio nella tornata del 3 agosto 1863.   Ministero di agricoltura, industria e commercio, Giovanni Manna.   tip. Cavour, 1863 p. 5,6 e nota* p. 8:

“Nel Regno d’Italia non ci ha che i soli antichi Stati Sardi, nei quali fosse stato stabilito che Banche di circolazione con emissione di biglietti non potessero istituirsi che per (Legge 9 luglio 1850). Nelle altre provincie i Governi si erano riservati il diritto di autorizzarle, come aveano il diritto di autorizzare ogni altra società anonima. Nell esame de gli Statuti di tali società giudicavasi se era, oppurtuno, il caso di autorizzare l'emissione dei biglietti.     Prima della riunione di tutte le provincie nel presente nostro Regno, avevamo le seguenti Banche: Quella così detta Nazionale, sorta dalla fusione delle due Banche di Torino e di Genova, con un capitale di 8 milioni di lire e senza verun privilegio di emissione di biglietti.

Nel Ducato di Parma era stata autorizzata, con decreto del 13 aprile 1858, una Banca col capitale di un milione di lire, con privilegio di emissione di biglietti e con obbligo alle Casse dello Stato di riceverli in pagamento. Nelle Romagne trovavasi la Banca delle quattro Legazioni, la quale era sorta nel 1855 della separazione da quella di Roma e con un capitale di scudi 200,000 senza verun privilegio. La Toscana aveva essa pure la sua Banca Nazionale,   sorta dalla riunione delle due Banche di Firenze e di Livorno. Il loro capitale riunito era di 10 milioni al lire italiane. I loro biglietti erano ricevuti nelle Casse pubbliche.

In Napoli e Sicilia mancavano di tali istituti, ma fino ad un certo punto ne adempivano l’uffizio i Banchi delle Due Sicilie.   Questi ricevevano danaro dei privati in conto corrente e faceano lo sconto delle cambiali: ma non davano biglietti di banco al latore, ma soli certificati di deposito o fedi di credito nominativi e circolabili per girata. Ne avevano essi un capitale sociale. I Banchi di Napoli avevano un patrimonio in rendite iscritte sul Debito Pubblico ed in beni-fondi, di proprietà della istituzione, e nascente da donazioni avute nei tempi passati e da acquisti fatti coi lucri del Banco, giacché i Banchi esercitavano principalmente l'opera pia della pignorazione di oggetti di oro, d'argento e di altri metalli e di tessuti diversi. Aveano poi un capitale, ora restituito, che era stato anticipato dal Tesoro per la fondazione di una Cassa di sconto.   I Banchi di Palermo e di Messina erano stati dotati dal Tesoro con L. 1,700,000 circa, e gl'impiegati erano a carico dello Stato. In questo stato erano gl'Istituti di credito in Italia nell'anno 1859.”        

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(immagine da studistoricicosenza.it)

 

Strepitoso questo documento di revisione della futura Banca d’Italia. Strepitosa la segnalazione della natura delle banche “Nazionali” la sola natura accettata nel nuovo sistema bancario nazionale, che si contrapponeva alla natura giuridica dell’ex Regno Duo Siciliano aventi Banche, che agivano su credito controllato, facendo girare un circolante (valori) con copertura garantita, quindi, valore reale dei contraenti che risultavano solvibili. Quindi, i banchi di Napoli e di Sicilia adottavano un criterio di valuta circolante garantita da depositi metalliferi, favorendo un rapporto reale e controllato. Uno strumento ultra moderno, che oggi, perfino l’istituto delle entrate nelle funzioni dell’ufficio di Equitalia ha recentemente segnalato, per combattere l’evasione, già in uso in diverse nazioni europee (moneta elettronica).

Un modello all’avanguardia per l’epoca, adottato sul credito circolante in mancanza di biglietti-moneta nazionali, l’ennesimo primato di una nazione, quella borbonica, prima anche in questo settore. Eppure, pur riconoscendo a quegli istituti duo siciliani, di avere un capitale privato, che è stato adoperato per l’acquisto della   concessione del ministero del Tesoro, delle somme necessarie ad aprire una Cassa di sconto per le ex province Napoletane e Siciliane del vecchio regno Borbonico, questo é indice, dello stato gravoso di insolvenza in cui versavano quelle antiche banche nel bilancio del 1859. Mendace affermazione del Manna sulle banche duo siciliane, in rapporto alla mancanza di capitale sociale.

Il Banco Nazionale delle due Sicilie è stato costituito nel lontano 1808 il primo nel futuro territorio italiano. In quella occorrenza la banca era strutturata con azioni 4000 del valore di 250 ducati cadauna. Il governo ne possedeva 800 di azioni e il Re possedeva 100 azioni. Il restante 77,5% del capitale azionario era in mano dei privati. Il capitale sociale di quella banca ammontava a 1 milione di ducati, ma con la volontà di indicizzazione dello stesso capitale che attraverso i guadagni ottenuti, distribuiva l’interesse cedolare agli azionisti, e una parte di questo guadagno veniva redistribuito per creare nuove azioni da fare sottoscrivere ai privati.

La parte del pacchetto azionario confacente al governo, ebbe a creare un gettito economico subito dopo tale costituzione, che fu convogliato nella Cassa di Ammortizzazione; dove confluivano i crediti ottenuti dalle operazioni diverse e che fungeva pressappoco, con tutte le differenze del caso, come l’attuale Cassa dei depositi e Prestiti. Il regolamento   amministrativo approntato per il controllo delle regole della Banca Nazionale duo siciliana, era soprinteso da un consiglio d’amministrazione in cui oltre al garante del re, al ministro delle finanze e dell’economia, venivano eletti altri soggetti, sei dei quali provenivano dal popolo attraverso il mondo delle professioni. Insomma, ci hanno raccontato un cumulo di menzogne colossali. Esisteva una Banca Nazionale nel Bel Paese prima dell’unità è quella, apparteneva al Regno dei Borbone che movimentava un capitale privato piuttosto cospicuo.

Si, non è un errore del capitolatore dei registri qui osservati, redatti per il ministero del Tesero. Quindi, secondo il Ministro Manna, le banche napoletane erano già passate sotto il regime italiano, un anno e mezzo prima che capitolasse il regno di sua Maestà Francesco II. Questa non è una svista del Ministero perché, i bilanci e i rendiconti dello stato, furono uniformati dopo la caduta dei regni italiani. Le note economiche e finanziarie espresse nel rendiconto del 1863, prevedevano una natura giuridica che giustificasse le omissioni recanti danno agli stessi istituti bancari assorbiti; danni che si ripercuotevano negli affari che le vecchie banche avevano sviluppato con i loro correntisti, i quali non vedevano più riconosciuto il credito originario, svuotato nella matura giuridica, garantita dalle banche napoletane sui titoli emessi al momento della sottoscrizione con i clienti, che avevano depositato beni(pegno) a garanzia dei loro affari.

Questa rapacità della Banca Nazionale italiana, costrinse gli istituti bancari nazionali presenti prima della costituzione unitaria, di svuotarsi della natura garantista che avevano nel loro corso, facendo ricadere la colpa sul vecchio governo ed invitando i correntisti, a chiedere il risarcimento dei loro beni alle vecchie case regnanti e nel merito meridionale, alla vecchia casa regnante borbonica, quando il danno si riconduceva ai correntisti meridionali. Questo mutamento della natura giuridica di banche che dall’oggi al domani diventavano da padri benigni, a sicari e omicidi dei correntisti stessi e degli affidati, creò ulteriore tensione nei territori conquistati.

Il trucco presto viene svelato. Il ministero dell’economia, doveva accaparrarsi dei crediti finanziari riconducibili alle banche Napoletane e Siciliane legate al giro di affari presenti in quel regno prima del 1860. Per fare ciò, vennero depredati i forzieri delle stesse banche dopo l’annessione, calcolando successivamente, le note economiche a partire dall’inizio del Bilancio del 1 gennaio 1859. La data in oggetto cioè, l’inizio del computo per calcolare l’ammontare dei volumi finanziari presenti in quegli istituti, doveva dimostrare che essi non avessero natura giuridica, essendo dei veri e propri Banchi di pegno.

Questo passaggio interpretativo e fraudolento, metteva al riparo la Banca Nazionale del Regno d’Italia da eventuali controversie con i creditori danneggiati. Questi ultimi, ignari delle rapine costituite dagli attendenti governativi alle banche meridionali, erano indotti a cercare la responsabilità dove non c’era. Infatti, si sapeva perfettamente che il Regno Borbonico possedesse una sua Banca Nazionale ovvero, un istituto di credito nato con corso legale, avente capitale proprio con lo scopo di raccogliere il credito interno, previo utilizzo di biglietti di credito( così come previsto dal decreto legge del 1859). Avendo questa banca il compito, di acquistare denaro straniero specialmente metallico, da fondere ed incrementare il circolante all’interno del proprio regno, soprattutto dopo il 1844. Anno in cui si verificò, l’increscioso fenomeno di portare ingenti somme di denaro all’estero. Già allora il governo napoletano non volle creare degli strumenti di corso forzoso, per rientrare delle somme evase, in quanto ritenesse di portare il suo stato in contro a un processo recessivo. Questo fenomeno venne limitato con l’emissione sul mercato interno, di nuova moneta metallica in grandi quantità (effetto svalutativo) cercando di migliorare il credito e attraverso gli effetti moltiplicatori presenti nel numero degli scambi finanziari, provenienti dal volume degli affari, recuperare risorse finanziarie. Progetto che già a partire dal 1854 aveva presentato uno stato di beneficio finanziario.

Questa grave crisi di perdita di potere finanziario venne ovviata, proprio dalla presenza di una Banca Nazionale Borbonica con lo scopo di controllo e soprattutto, di emissione di titoli attraverso l’azionariato privato. Lo statuto della Banca Nazionale delle Due Sicilie, prevedeva una strutturazione della stessa banca su un modello inglese. Durante il governo di Francesco II, furono creati ulteriori strumenti economici che avevano lo scopo di incrementare la circolazione del credito all’interno dei propri domini, permettendo la nascita di due nuova Casse di sconto: quella di Reggio e quella di Chieti. Il nuovo ordinamento fiduciario puntava ad accorpare grosse quantità finanziarie attraverso la cooperazione di più istituti bancari.

Due Banche che emettessero credito garantito ai potenziali sottoscrittori di azioni, avevano il compito di super visori degli affari: Banca di Napoli e Banca di Palermo. E due istituti finanziari di raccolta di risorse di capitale circolante cioè, il Banco di Messina e il Banco di Bari, costituivano l’asse portante per accentrare e raccogliere il credito, seguendo il volume degli affari e le disponibilità dei correntisti. Infatti è notorio che il Banco di Messina, come quello di Bari, erano due poli finanziari dai quali passavano, il grosso del volume di moneta circolante, scambiato con il mercato estero, quindi avevano il compito di raccogliere risorse da girare al mercato interno del regno napoletano. Un meccanismo ben riuscito e studiato dalla stessa Banca Nazionale Italiana. Ma per arrivare a tanto, doveva la futura Banca d’Italia, far finta che la Banca Nazionale del Regno delle Due Sicilie non fosse mai nata.

Così il nuovo istituto di credito, la Banca di Italia, metteva per future eccezioni, al sicuro   le scritture finanziarie   della stessa Banca. Un bellissimo accorpamento di statuti, di note economiche, di registri e regolamenti provenienti da stati diversi, adesso accorpati al regno degli Stati Sardi che servivano a coprire le ruberie, e le rapine a mano armata, effettuate dal rapace governo di sua maestà Vittorio Emanuele II.

Achille PLEBANO (and SANGUINETTI (Adolfo)), Adolfo SANGUINETTI, La Questione delle Banche ed il Servizio di Tesoreria Firenze 1869 p. 150, 151, 152:

“Quale sia l'origine, le vicende e l'attuale modo d'agire del Banco di Sicilia non possiamo meglio riassumere che riferendo testualmente quello che a tal riguardo ne scrisse la Commissione d'inchiesta parlamentare. Con decreto del 7 aprile 1848, essa dice, furono istituite le due casse di Corte di Palermo e di Messina sotto la dipendenza del Banco di Napoli, allora detto Banco delle due Sicilie. Durante la rivoluzione del 1848 costituivano esse il Banco Nazionale di Sicilia e si diede questo titolo ai loro valori fiduciari.

Nel 1849 poi, effettuatasi la divisione amministrativa della Sicilia dal continente, fu con decreto del 13 agosto 1850 separata l'amministrazione delle Casse di Corte di Palermo e di Messina da quella del Banco di Napoli e le si diede nome di Direzione del Banco regio dei reali domini al di là del faro. Con decreto del 27 dicembre 1858 furono istituite ed unito al Banco due casse di sconto, l'una in Palermo, l'altra in Messina. Nell'anno 1860 assunse il titolo di Banco di Sicilia; ma essendo creazione governativa, lo Stato vi mantenne sempre un ingerenza diretta, finché colla legge 11 agosto 1867 il Banco di Sicilia e le Casse di Palermo e di Messina vennero riconosciute come unico stabilimento pubblico, aventi qualità di ente morale autonomo.

Alle due Casse di Corte non furono assegnati capitali propri, e solo in base al decreto 13 agosto 1856 venne dal Governo concessa una dote per le spese portate dall’organico degli impiegati. Le due Casse di sconto ebbero invece una dote di un milione di ducati (L. 4,255,000), cioè quella di Palermo, ducati 550,000 e quella di Messina 450,000. Tale dotazione doveva accrescersi, pel rescritto 5 febbraio 1860, di altri ducati 700, ma non furono incassati se non in parte per la sopravvenuta rivoluzione del 1860. Dipiù il Governo borbonico nel 1860, mentre tuttavia occupava Messina, tolse parte, e la dittatura e poi il Governo nazionale tolsero il rimanente del capitale e degli utili raccolti da quella Cassa.

E quanto alla Cassa di Palermo, perdurando i bisogni della guerra nel Napoletano, fu essa pure privata dei suoi capitali e degli utili; se non che, a differenza di quella di Messina, le furono poi restituite, prima lire 2,174,818, 29 colle quali poté riattivare il servizio in Palermo, poi altre lire 200,000 cui vanno aggiunte lire 460,000 di utili ritratti e capitalizzati giusta l'articolo 5 del decreto 27 dicembre 1858. Colla legge, però, 11 agosto 1867 venne stabilita la restituzione al Banco di Sicilia di tutte le somme che dal 1860 fino al 10 agosto 1867, per causa di servizi pubblici, vennero prese dalle Casse di sconto di Palermo e di Messina, sia dal Governo borbonico, sia dal Governo dittatoriale e dal Governo nazionale. Seguita questa restituzione va cancellata dal bilancio dello Stato la spesa di               L. 162,425 ora inscritta pel suo personale e di L. 47,000 per le spese d'ufficio, salvo la liquidazione d'ogni altra ragione tra lo Stato ed il Banco di Sicilia.”

Quindi la situazione finanziaria in rapporto alla capacità di erogazione del credito in Sicilia e nelle province napoletane, incomincia ad essere osservata in modo più consono e meno ideologico. Da una nota, segnalata da un altro osservatore ministeriale, si segnalava il valore dei depositi nelle banche siciliane (Cassa di Palermo e di Messina) successivamente quelle diatribe appena segnalate, dopo che lo stesso governo le mise nelle condizioni di recuperare le vecchie attendenze creditizie, nell’anno 1866 si segnalavano giacenze per un importo molto particolare.

In modo particolare segnalava nel suo volume G. A. PAPA, Unità d'Emissione, libero credito. Cenni sulla questione delle banche. Genova : Fratelli Pellas 1866 p. 65:

“Il Banco di Sicilia dunque rimane adesso un istituto di deposito a stretto rigore di termini; gli sconti sempre limitati cessarono; si fanno anticipazioni su valori a Palermo. La somma che trovasi attualmente in deposito nei Banchi regi di Palermo e Messina ascende a circa 25 milioni.”

Da considerare che la Banca Nazionale, nel momento in cui estese le sue disponibilità ad aprire sportelli in Lombardia come in altre Province, un tempo non italiche, costituì il suo capitale sociale di 40 milioni di lire, è cosa assai strana, ridusse il ruolo delle Casse di Palermo e di Messina a semplici succursali della Banca Nazionale italiana; la dove nei fatti questo non sussiste. Ne fu realtà storica, e neppure finanziaria. Eppure è palese osservare il depauperamento dei crediti e del volume degli affari, delle ex banche borboniche in tutti i suoi territori.

A Primo acchitto, gli analisti e gli storici che trattarono questa materia, limitarono le rispettive osservazioni all’ammanco delle giacenze bancarie duo siciliane. Voci macroscopiche in campo finanziario, che permettono di individuare un ammontante finanziario relativamente cospicuo. E se taluni osservarono che dai depositi della Banca di Napoli furono attinti, valori metallici preziosi per un valore di 430 milioni di lire, meno visibili apparivano, i valori del circolante, che fu il vero obiettivo dei funzionari della corona Sabauda. Il circolante nei regni annessi alla futura Italia, aveva un valore, 5   volte superiore ai depositi depredati a Napoli. Ma un’attenta valutazione del valore correntizio espresso in depositi contro pegno, e in circolante metallifero nel solo Stato Borbonico, permetteva di valutare al cambio con la valuta del tempo, un volume pari a 400 milioni di lire. Però allo stesso tempo, quei funzionari si accorsero che, esisteva un ulteriore volume di valori circolanti, posseduto dai creditori dell’ex regno Borbonico spostati all’estero.

Ammontare di cui non si conosceva la consistenza reale, cercato in vero, nei comportamenti dei sovrani Borbonici e dei rispettivi governi, a partire dagli anni calcolati dal 1844 in avanti. Risorse che voci incontrollate portavano ad immaginare vicine a 1 miliardo di lire. Capitale da scindere in moneta metallica, fedi di credito depositate in banche straniere, azioni partecipative a capotale privato ed altri titoli finanziari. Ovvio osservare, la situazione delle Banche siciliane, motore di gran parte dei flussi mercantili presenti nel vecchio Regno Borbonico. Infatti, è risaputo che la flotta commerciale di Real Bandiera, era concentrata nel regno di Sicilia e che gran parte della natura finanziaria di questi valori, erano rappresentati da depositi metalliferi o fiduciari, presso istituti finanziari di mezzo mondo.

Quindi le varie commissioni di inchiesta parlamentari, di volta in volta, recuperando documenti riconducibili ai flussi finanziari passanti da quegli scambi, erano portate ad indagare l’entità e l’origine degli stessi valori, trovandosi nelle necessità di fare sopravvivere, sia il Banco di Palermo che il Banco di Messina. Avendo appurato che il volume dei crediti erano vincolati ai clienti quindi, ai creditori siciliani, adesso costretti a contrattare il valore dei propri crediti con la Banca d’Italia subentrata nella funzione di liquidatore delle spettanze. L’inganno era doppio e i siciliani non tardarono ad accorgersene.

La questione siciliana aperta dal governo di sua maestà il re d’Italia Vittorio Emanuele II e i suoi successori, in rapporto al recupero del valore finanziario siciliano, costrinse a vere campagne speculative arrecate dal potere centrale alle imprese siciliane. Condizione che si protrasse fino alla fine del XIX secolo, in cui è palese ritrovare lo spirito rapace di uno stato, l’italiano, pronto a modificare anche il diritto e i regolamenti, a suo vantaggio, pur di raggiungere i suoi scopi.

Ultima modifica il Giovedì, 06 Ottobre 2016 15:36
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