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Don Candeloro

 - di Marco Giuffrida -

Era una persona anziana, un pescatore di Ganzirri o, più probabilmente, di Capo Faro, non ricordo bene........

Aveva ospitato la mia famiglia, per qualche tempo, quando, sfollando, cercava riparo dai bombardamenti su Messina.

Era, in quel fuggire, raccontavano la mamma e la nonna, come cadere dalla padella nella brace.

Infatti, il primo entroterra era fortificato con la contraerea ma, restare in città significava subire, ogni notte, lo sgancio di decine e decine di bombe che stavano sistematicamente radendo al suolo e sventrando la città.

La costa, però, non era meglio.....

Di fuga in fuga, presso la casa di Don Candeloro, per qualche tempo, la mia famiglia, allargata a quella dello zio Pippo (Giuseppe), trovò ospitalità, lì, vicino al mare.

Lui, Don Candeloro, uno dei riferimenti riconosciuti della zona, era un uomo basso, tarchiato con la pelle bruciata dal sole, le mani grandi e ruvide e con il dorso nero come il catrame.

Affettuoso e dolcissimo ma capace di fulminarti con un’occhiata.

Aveva conservato grande simpatia per la mia famiglia e, soprattutto, custodiva nel suo cuore moltissimo affetto per noi ragazzi.

Restò in contatto e, finché restammo a Messina non mancò mese che non ce lo trovassimo a bussare alla porta per portarci in dono un po’ del suo pescato.

“U pisci fa beni ai picciriddi”. Questo era il suo saluto.....

Ma non c’erano solo acciughe per i bambini.... alle volte, aprendo i cartocci, vi erano, anche tranci di tonno, aguglie con la loro lisca verde smeraldo, spatole, fette di pesce spada o polipi, seppie, cefali......

C’era di che gioire per il pasto ricco e saporito che si poteva pregustare.

Non so quali difficoltà incontrasse per arrivare fino in Città, ma Lui, Don Candeloro, ci fu sempre a quell’appuntamento di ogni mese.......

Scorza dura ma con il sorriso limpido e lampi in quegli occhi neri che ti scrutavano con affetto. Uomo di gran fede e di grandi superstizioni che praticava e viveva senza, in cuor suo, contraddizione alcuna.

Scacciava il malocchio (e la malattia), diceva, con le sue preghiere.

Si faceva dare, se c’era qualcuno malato in casa, un piatto fondo con dell’acqua, poi il cartoccetto col sale e la bottiglia dell’olio.

Sciorinando avemarie, gloria e padrenostri a raffica, segnava col sale, in quattro punti, a croce, i bordi del piatto senza toccare l’acqua e, continuando a pregare, versava alcune gocce di olio che, così come ci si aspettava, galleggiavano subito. Lui, devoto ed imperterrito, continuava con le sue preghiere e le strane litanie fino a quando, all’improvviso, l’olio non galleggiava più e andava a depositarsi sul fondo.

Dopo un altro po’ di preghiere, segni di croce e benedizioni, chiedeva che il liquido venisse gettato “in un posto dove, per un anno, non si sarebbe dovuti passare”.

“Dormiteci sopra questa notte che, con l’aiuto di Dio, domani sarà un altro giorno e starete bene” diceva nel suo dialetto stretto e che io non sarei in grado di riportare e scrivere.

Poi si accomiatava salutando con grande rispetto e devozione le donne di casa, cominciando dalla nonna ed accarezzando sul capo noi bambini.

Quando tornò mio padre dalla prigionia in Germania, appena fu possibile, Don Candeloro volle che ci recassimo tutti a casa sua, per fare festa, per rincontrare la sua famiglia e per fare conoscere a noi, ora ragazzi grandicelli, il suo lavoro e, soprattutto, la pesca del pescespada.

Fu un’esperienza bellissima e che ricordo ancora.

Io più piccolo e leggero fui fatto salire sulla “Feluca” nera.

Nera perché il pesce dal basso non ne individuasse facilmente la sagoma ed il pericolo.

Era, proprio, la Feluca, la protagonista finale della pesca. Sarebbe stata lei l’imbarcazione che avrebbe inseguito e consentito la cattura del pescespada.

Presto fummo in mare aperto, al seguito della barca grande, quella con l’alta antenna, da dove, la vedetta, scrutando fra le onde, avrebbe visto e segnalato la preda.

Perlustrarono il mare che amavano e conoscevano. Tutti agivano secondo regole ben conosciute. Non occorrevano parole.

A un tratto il grido: “Eccolo!”.

E la Feluca nera si staccò seguendo le indicazioni che, a gran voce, venivano gridate dall’alto della barca grande.

“Più a destra, a sinistra, avanti.... vai, vai”.

Tutto in un dialetto stretto con parole secche e precise.

Poi, “l’aggancio”.

L’uomo, aggrappato ad un corto palo sulla Feluca, scorse il pescespada e iniziò lui a dare ordini ai rematori mentre il fiocinatore era pronto, a prua, a scorgere e colpire, da vicino, la preda.

Fu un inseguimento lungo e faticoso, con gli uomini ai remi, tesi al massimo nello sforzo di dare velocità e precisione alla rotta della barca.

Ancora:“Più a destra, a sinistra, avanti.... vai, vai”. Ma senza gridare troppo, quasi un sussurro sibilato, appena al disopra del frusciare della prua dell’agile e leggera barca e del tuffarsi ritmico e veloce dei remi in acqua.

Poi....

“U vitti”, gridò il fiocinatore che, rapido, scagliò l’attrezzo colpendo sul dorso il grosso pesce.

La corda a cui era legata la fiocina si srotolò in fretta con un rumore di vento......

Credetti che tutto fosse finito.

Si dovette, invece, seguire con pazienza la preda, per sfinirla, ad evitare che potesse, con un guizzo, staccarsi dall’arpione.

E, dunque, la barca nera, quasi trainata dal pescespada, vagò per diverso tempo. Poi, pian piano, la sagola, legata alla fiocina, fu accorciata fino a portare la Feluca sopra la vittima sfinita che, poco dopo, non senza fatica e rischio, venne tirata a bordo.

Era un pesce grosso, nero, dalla lunga lucida spada che, di tanto in tanto, dava qualche guizzo lì sulle assi del fondo della barca, non ancora rassegnato alla sua fine.

Aveva dato filo da torcere a quegli uomini che, ora stanchi, si rilassavano, dando piccoli e ritmici colpi di remo per mantenere la rotta.

Fu ucciso e privato subito delle interiora che, meno il cuore, vennero gettate in mare.

La scena era cruenta ma, pur essendo giovanissimo, mi è restato in mente il senso di gran rispetto dei pescatori per la loro vittima.

La “loro” era stata una lotta leale.......

Il cuore venne tagliato e, poi, diviso fra quegli uomini.

Ne fu offerto un pezzetto anche a me, con una goccia di limone.

Lo mangiai.

Forse, sarebbe meglio dire, lo inghiottii intero quel pezzetto di carne.

Cercai di farlo con disinvoltura vincendo l’iniziale ribrezzo.

Don Candeloro ammiccò soddisfatto alla sua Gente e mi sorrise.

Assorbivamo con il cuore della preda, strana comunione, anche il suo coraggio.

Arrivò affranto, un giorno, quando seppe dall’ex attendente di mio padre (di Sant’Angelo di Brolo), che “u Dutturi” era stato promosso e trasferito.

Nella fretta di raggiungerci e sapere meglio, si era accorto sull’autobus, che si era messo solo un calzino e, per allentare la tensione, lo faceva notare ridendo, fra i singhiozzi di un pianto irrefrenabile, mentre, con un grande fazzoletto a quadri, si asciugava le lacrime ed il sudore.

Io dodicenne, mi dicevo, io non piango.

Io ho mangiato il cuore del pescespada, Re dello Stretto e, ora, ho il suo coraggio......

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