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Il Latte ed il .... Lattaio

 

 - di Marco Giuffrida -

Fra la seconda metà degli anni quaranta e primi anni cinquanta il latte poteva dirsi merce preziosa e, comunque, di non facile approvvigionamento.

Credo, per i genitori, rappresentasse un vero problema farne trovare una tazza ad ogni mattina ai propri figli, ai propri ragazzi.

Fra le macerie delle case, in quegli anni, non era insolito vedere un pastore con un piccolo gregge di capre che brucavano quel po’ di erba che, in mezzo a quella devastazione era riuscita a crescere.

Bastava prendere gli accordi ed ecco che il pastore veniva dietro la porta di casa e lì, sotto gli occhi, dell’acquirente la capretta veniva munta.

Correvo sempre a vedere l’insolita operazione.

Cercavo di vedere, già dall’ingresso nel portone, l’arrivo dell’uomo con la capra. Un bastone di legno dall’impugnatura lucida , una sacca di tela a tracolla e, naturalmente l’animale condotto per le corna.

Il saluto era quello di rito: “Voscenza benedica!”

La mamma era lì sulla porta nell’angolo semibuio del grande pianerottolo, in attesa, con il suo recipiente in mano.

L’uomo costringeva la capra in un angolo, trattenendola contro il muro con un ginocchio, e dalla sacca estraeva la “misura”, un recipiente di lamiera stagnata da un quarto o da mezzo litro.

Si inginocchiava a terra e, tenendo con una mano il recipiente prescelto sotto le mammelle, con l’altra, iniziava a mungere. Mi piaceva sentire il rumore metallico dei primi getti di latte sul fondo della “misura”.

Mia madre si raccomandava di non fare troppa schiuma che, quella, i “picciriddi” non potevano berla.

Riempita la misura, il latte veniva versato nel recipiente di casa e, dopo avere ricevuto i soldi, il pastore riponeva nella sua sacca la “misura”, prendeva il suo bastone e, guidando la sua capra giù dalle scale, raggiungeva di nuovo il suo piccolo gregge.

Pian piano, però, negli scaffali dei negozi si cominciarono a vedere dei barattoli con un’etichetta bianca e blu..... quella del latte condensato “Nestlè”.

Un fluido denso e bianco che fuoriusciva lentamente da uno dei due fori che, su uno dei due fondi del barattolo, venivano praticati: uno per far uscire il latte, il secondo per fare entrare l’aria.

Quando potevo, di nascosto, andavo a succhiare quella dolcissima leccornia.

Si, quella morbida pasta, veniva diluita con acqua e, riscaldata, forniva proteine, vitamine e grassi al sapore approssimativo di latte.

Meglio di niente.

Quando il barattolo era quasi vuoto, si apriva completamente perché potesse essere versata dell’acqua e risciacquato l’interno, in modo da recuperarne, completamente, il contenuto.

Naturalmente la “densità”e la “qualità” del prodotto finito dipendevano da due principali fattori: la disponibilità di soldi per comprare i barattoli e la disponibilità di quella merce nei negozi......

Dunque, tutto divenne più semplice e immediato, e, certamente, più asettico ed igienico.

Sparirono, però, il rito della venuta del pastore e della mungitura e sparì, soprattutto, il sapore del latte di capra fresco.

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