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La Ghiacciaia

- di Marco Giuffrida -

Negli anni cinquanta, il frigorifero lo si conosceva solo perché si vedeva in qualche film americano.

Era uno strano mobile panciuto, lucido, bianco, con una grande maniglia cromata nel mezzo dello sportello.

Quando veniva aperto, una luce fioca illuminava l’interno e, in genere, il o la protagonista del film tirava fuori una vaschetta con cubetti di ghiaccio che metteva nei bicchieri già mezzi pieni di liquore.

Tutto, naturalmente, in un rigoroso bianco e nero.

Solo qualche rivista, timidamente, cominciava a presentare questo elettrodomestico e, in rari casi, si poteva vedere anche qualche fotografia o qualche fedelissimo disegno a colori.

In Italia, forse, retaggio di pochissimi......

Chi poteva, possedeva una ghiacciaia.

La ghiacciaia.....  un mobile più o meno grande di legno, con l’apertura dall’alto. Sul fronte, uno sportello dove veniva introdotto un grosso pezzo di ghiaccio.

L’interno di questo mobile era foderato di zinco e di zinco era rivestito il vano dove veniva introdotto, posato su una griglia, il ..... “generatore di freddo”.

L’acqua del disgelo veniva raccolta in una vaschetta posta sul fondo del mobile.

La buona coibentazione data dal legno, consentiva d’avere cibi freschi e, soprattutto,  di potere conservare quelli che si deterioravano facilmente.

Naturalmente era, la ghiacciaia, un qualcosa che si adoperava solo d’estate.

Ogni giorno passavano in strada dei carretti con cui trasportavano dei grossi parallelepipedi di ghiaccio, lunghi più o meno un metro e di circa venti centimetri di lato, coperti e separati fra loro da sacchi di iuta.

A seconda delle dimensioni della ghiacciaia si chiedeva al venditore di portarne fin sull’uscio di casa, un quarto, mezza o, addirittura, una “balata” intera.

Per un attimo l’uomo scopriva il primo strato e, con una specie di punteruolo, provvedeva ad incidere, al posto giusto, con forti colpi, il ghiaccio fino a staccarne la quantità richiesta che avvolgeva in uno straccio di iuta e, così coperto, lo consegnava fin sulla porta di casa .

Velocemente, si portava il prezioso solido fino in cucina, si apriva lo sportellino e si introduceva il ghiaccio nel suo vano.

Era delizioso potere bere un po’ di acqua fresca magari resa frizzante dalle polverine “Idrolitina”, con due bustine o, un po’ più avanti nel tempo le “Idriz” con l’unica bustina magica.

Ottimo era, anche, poter mangiare qualche fetta d’anguria fredda. Ininfluente per noi ragazzi, ma certamente più importante per la mamma, il poter conservare i cibi avanzati o quelli in attesa d’essere cucinati e che, diversamente, si sarebbero deteriorati.

Mi piaceva scendere in strada e vedere l’operazione sul carretto, del taglio della “balata”

L’uomo impugnava il suo punteruolo e, nel colpire quella translucida superficie, sollevava una miriade di frammenti di ghiaccio che saltavano fin sul viso. Girava il blocco e continuava a segnarne ogni lato, infierendo con il suo ferro.

Ad un tratto, la quantità voluta si staccava.

Spesso, restava sulla tela di iuta qualche frammento più grosso che mi veniva dato in regalo. Eludendo l’attenzione e gli “ordini” della mamma (l’igiene innanzi tutto), in un angolo, non visto, mi deliziavo a succhiarlo ed a rigirarmelo in bocca.

Questo, sicuramente fino al 1957.

Verso la fine degli anni sessanta, quasi ogni famiglia ebbe il suo elettrodomestico.... il frigo.

Si, quel mobile bianco, proprio come gli americani.

Il ghiaccio, ora, veniva prodotto in casa, ma il sapore.... il sapore non era più lo stesso.

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