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Le bombe nel mare di Ganzirri.

- di Marco Giuffrida -

Lo zio Pippo aveva comperato una casetta a Ganzirri. Una di quelle casette affiancate, squadrate, con le grandi persiane verdi che si aprivano direttamente sul cortile con una improbabile recinzione. Alte acacie facevano ombra nelle calde giornate agostane. Ci era stato proibito d’arrampicarci su quegli alberi sia per l’altezza che per le lunghe ed appuntite spine dei rami.

Con pochi passi si poteva arrivare al Lago da un lato e si era, subito, a mare dall’altro.

Era bello giocare a “nascondersi” fra le dune di sabbia, dietro le barche dei pescatori tirate a riva o fra i primi massi che avevano portato e che dovevano servire per proteggere la riva dalle mareggiate.

Ci passammo un intero mese di agosto ospiti dello zio.

In fondo, era come continuare quella convivenza che si era vissuta nei giorni della guerra appena finita.

Unica differenza, ora, c’era il papà che partiva al mattino presto per andare al lavoro e rientrava nel primo pomeriggio.

Le giornate trascorrevano pigre fra mare, compiti delle vacanze (ah, quei famigerati quadernetti da compilare e riempire....) e qualche puntatine al lago con il compito di portare a casa i cartocci di cozze o qualche anguria ancora bagnata perché tenuta in fresco nell’acqua.

Ricordo le mattinate passate all’ombra delle acacie, il tavolino fuori, ed io a far di conto e scrivere “componimenti” ed a rispondere alle domandine del diabolico quadernetto.

Il frinire delle cicale mi teneva compagnia fino a quando....... non arrivava il permesso d’andare al mare.

Naturalmente accompagnati e sotto l’occhio vigile di almeno uno degli adulti.

Cinque ragazzi: le figlie dello zio Pippo, Graziella e Giulia, mio fratello Antonino, mio cugino Giovanni, io e, a sorvegliarci, la zia Rosetta e la mamma Adele ed. a volte, la nonna Graziella.

Naturalmente bisognava restare prossimi alla riva pena, disobbedendo, il rientro a casa a Messina dando l’addio al mare comodo comodo ed al divertimento.

E fu durante una di queste scorribande a mare che avvenne la scoperta ad una cinquantina di bracciate dalla riva.

Chi se ne accorse per primo fu Giovanni che riemerse con un aggeggio di metallo in mano. Lo tenne a pelo d’acqua per qualche istante e, poi, lo lascio ricadere.

Pochi istanti dopo, mio fratello ed io eravamo già sul posto a…. controllare.

Le cuginette, più piccole erano a riva a giocare sul bagnasciuga.

E fu un susseguirsi di immersioni ed emersioni, sempre portando a pelo d’acqua gli oggetti più piccoli (che ce ne erano di lunghi quanto noi ragazzi) per poi lasciarli ricadere.

Le donne, tranquille, osservavano l’attività senza riuscire a mettere a fuoco la situazione vuoi perché il sole le abbagliava, vuoi perché intente ad altro, vuoi perché mai avrebbero pensato che i loro figli e nipoti avessero nuotato, inconsciamente, sopra una polveriera!

Fu la nonna ad accorgersi e capire quando, lasciata casa, si era avvicinata alla riva per raggiungere la famiglia……..

Lanciò un urlo che ricordo ancora dopo sessant’anni! “I picciriddiiiii” più altre parole che neppure ci provo a scrivere in dialetto.

La zia Rosetta e la mamma Adele, a quel punto entrarono in azione a loro volta urlando di lasciare tutto e di tornare a riva.

Puntualmente obbedimmo e, per l’ultima volta, lasciammo cadere ciò che avevamo in mano e, fatte le cinquanta e più bracciate, tornammo, spaventati, a riva.

Chi avrebbe mai pensato alle bombe a mare e lì vicino alla riva?

Tutti i manifesti affissi negli androni delle scuole mostravano ordigni diversi, tutti da non toccare con, a fianco, le immagini di ragazzini senza una mano, senza una gamba…… Bombe che si trovavano semi sepolte fra le macerie o, addirittura, in bellavista…. Ma a mare…. Dentro il mare….

Tutti a casa!!!!

Attendemmo l’arrivo dello zio Pippo e del papà che, subito, furono messi al corrente di ciò che era accaduto.

Tutti restammo “consegnati” a casa.

La nonna, la zia e la mamma, quando parlottavano fra loro, nel ricordare l’accaduto, si mettevano a piangere. Noi, per contro, eravamo preoccupati, per castigo, di dover rientrare a Messina e perdere l’opportunità di avere il mare lì bello e che pronto, tutti i giorni e tutte le ore del giorno. Ma, tutto sommato eravamo convinti che fosse un’esagerazione delle donne di casa e che, quindi, più di una sgridata, non ci saremmo presi.

Verso le cinque, finalmente, il papà si decise a venir fuori dopo aver riposato che, fra andare da Ganzirri in città, il lavoro e rientrare dopo le quattordici, con il caldo estivo non era roba da poco.

E…. di nuovo, tutti al mare!!

Fu il più grande di noi, mio cugino Giovanni, che, a nuoto, accompagnò il papà a vedere ciò che aveva causato lo spavento delle donne di casa.

Il mare terso e la non eccessiva profondità confermarono immediatamente che, nonna, mamma e zia, non si erano sbagliate: adagiate sul fondale vi era un bel mucchietto di ordigni di diversa dimensione e lunghezza.

Il pomeriggio seguente erano già sul posto i Carabinieri che si fecero accompagnare in mare da un pescatore.

Guardarono bene, attraverso un bidone con il fondo di vetro immerso nell’acqua e, a riva, parlarono di, almeno, una cinquantina di ordigni.

Pochi giorni dopo vi fu un gran via vai di militari e, le bombe, caricate su una chiatta, furono portate al largo e fatte esplodere.

Ci assicurarono che non vi sarebbe stata una moria di pesci perchè si erano allontanati a causa del rumore e dal disturbo prodotti dalle imbarcazioni.

Fu un boato, quello dell’esplosione, che ricordò quelli, abbastanza recenti, che avevano tolto sonno e vita ai messinesi. Una colonna d’acqua si sollevò alta ma, dopo pochi minuti, il mare tornò tranquillo.

Scesero i sommozzatori a controllare che tutte le bombe fossero esplose. Poi, finalmente tornò la tranquillità.

Mangiammo molto pesce nei giorni successivi….. e non tornammo neppure a Messina.

Ci fu concesso, ancora, di fare il bagno ma, solo, sul bagnasciuga o poco più, in una zona ben definita e dopo un accuratissimo controllo dello zio e del papà……

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