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Il Torrente Boccetta

- di Marco Giuffrida -

L’Isolato 374 faceva angolo con via XXIV Maggio e lì terminava, partendo dalla foce, la parte coperta del Torrente.

Due vie, a senso unico: una dal mare alla Circonvallazione e viceversa..

Nella parte centrale e coperta del torrente facevano bella mostra delle aiuole con qualche oleandro e delle panchine semicircolari in pietra nel cui centro, a corona le spalliere, vi erano vasche con una palma.

Qui, la sera, noi ragazzi degli Isolati vicini, ci incontravamo, dopo cena, nelle lunghe serate estive per esorcizzare il caldo. 

Un po’ più tardi scendevano i “grandi” dopo che le donne avevano riordinato la casa.

I genitori si perdevano in chiacchierate infinite di cui, noi ragazzi, non afferravamo il senso……. C’era un po’ di tutto, in quei discorsi….. ma, le parole più ripetute erano speranza e futuro.

Io, complice il calar della sera e la scarsissima illuminazione, giocavo con i miei coetanei a “nascondino” o a “nasconderella” ma, anche la “mosca cieca”, alle prime penombre, non era disdegnata.

Estate dopo estate, però, con il crescere, i giochi cominciarono a lasciare lo spazio ad un più tranquillo conversare ed anche i discorsi di noi giovani cominciarono ad arricchirsi delle parole “speranza”, “futuro”, “lavoro”.  Si tiravano le somme sulle esperienze e sui risultati scolastici, si discuteva dei “compiti delle vacanze” e si progettava, per l’indomani, la “calata” al mare.

Come e dove si poteva.

In genere era la spiaggia libera, in mezzo a tanta gente chiassosa che arrivava sulla battigia già al mattino presto occupando i posti migliori. Ma, a noi, andava bene lo stesso anche dietro, un po’ più lontani dal mare.. Ci si alternava, ragazze con ragazze e ragazzi con ragazzi, per metterci il costume e, prima del rientro a casa, cambiarci, “costruendo” improvvisati ripari di asciugamani.

Appena pronti, ci si sedeva sulla sabbia rovente e si continuava a chiacchierare, a ridere ed a scherzare così come si era fatto la sera precedente al Torrente Boccetta.

Spesso si avevano a disposizione, a turno, i tamburelli o un pallone con cui si giocava a “palla a volo” pur non disponendo di una rete.

All’improvviso, qualcuno, abbandonando il gioco o la conversazione, seguito da tutta la ciurma di grandi e piccoli, prendeva la rincorsa schivando la gente e si tuffava in mare.

Ricordo l’impatto con l’acqua che sembrava sempre gelida a contatto con la pelle impietosamente arrossata ed arroventata dal sole.

Tutti sguazzavamo felici nel nostro mare nuotando così come si sapeva e, qualcuno, lo faceva, anche, con l’aiuto di una camera d’aria d’auto che non …..  era più possibile rattoppare.

Raramente, ma accadeva, si abbandonava la spiaggia libera e ci si recava ai “Bagni Vittoria”.

Era un avvenimento!

Come sempre, i più grandi custodi dei più piccoli……  Agata “Tinuccia”, Sandro, Cosimino, Salvatore, Giovanni, Maria, Angela, Teresa, Gabriella, Antonio, io,Marco,….. ed altri ancora…..  Un gruppo nutrito di gioventù con le età che andavano dai diciotto  venti ai sei, sette anni.

Il vocio allegro ed eccitato del drappello si disperdeva, contrastando, nelle vie assolate, con le tristi rovine delle case distrutte dai bombardamenti.

In fila, “quasi” ordinata, si scendeva al mare seguendo la parte in ombra del Torrente Boccetta. Ognuno aveva il proprio asciugamano arrotolato in mano o sotto il braccio ed un cartoccio con un po’ di frutta (“mi raccomando, non lasciate bucce e noccioli in giro e non gettate nulla in mare” erano le raccomandazioni delle mamme).

Arrivati, all’ingresso, il più “vecchio”, raccolti i soldi, pagava l’entrata per tutti e contrattava perché qualcuno dei più piccoli potesse accedere gratis.

Lì, ai bagni Vittoria era tutto diverso.

La spiaggia, pulita ed ordinata, ci accoglieva con le file di sdraio ed ombrelloni ben allineate. Cambiarsi non era un problema nelle spaziose cabine di legno bianche con i decori azzurri. E bello era spostarsi sui camminamenti di assi di legno senza scottarsi i piedi.

Lì, ai Bagni Vittoria, sembrava di vivere in un sogno.

Ti si allargava il cuore entrando, nel vedere tutta quella bella gente sdraiata: gli uomini intenti a leggere il giornale e le donne indaffarate a spalmarsi di Crema Nivea per meglio abbronzarsi.

Ricordo, c’era una famigliola formata da mamma, papà ed un bimbo biondissimo, Peter.

Svedesi.

Lui, il papà, era il comandante di un rimorchiatore d’alto mare ormeggiato nel porto.

Non ci si poteva sbagliare, passeggiando sulla banchina: era la prima nave ormeggiata dopo la Palazzina della Capitaneria.

Cosa ci facesse a Messina un rimorchiatore svedese me lo domando ancora oggi.

La moglie, la mamma, biondissima, alta e slanciata indossava sempre un “due pezzi” che suscitava l’invidia delle ragazze e l’ammirazione di tutti i ragazzi più “vecchi”. Il piccolo Peter, neppure due anni, correva nudo dalla battigia all’ombrellone con il suo secchiello che riempiva in mare e svuotava in una ingorda e mai sazia buca che aveva fatto nella sabbia.

“Loro”, gli svedesi, si potevano permettere una cabina privata, l’ombrellone e le due sdraio, in prima fila, vicino al mare……   Loro……..

Verso le una avevamo già dato fondo alle nostre provviste...... La frutta saziava e dissetava.......

Bisognava attendere che finisse il periodo della digestione e, di questo, i ragazzi più vecchi erano responsabili e noi, più piccoli, ubbidivamo ad evitare d’essere esclusi dalla “puntate” al mare la volta successiva.

Restavamo lì, ai Bagni Vittoria, fino a quando ci era possibile.

Ma, per noi, la giornata, chi sa perché, finiva sempre troppo presto.......

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