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I prigionieri tornano - "Santuzzu arrivau!"

- di Marco Giuffrida -

Con un brivido ho avuto la sensazione di risentire il richiamo. Il grido che rimbalzava da una scala all’altra degli Isolati, quel giorno che dopo quasi cinquanta anni, tornato a Messina,  ho voluto avvicinarmi a quella che fu la mia “prima” casa. Un parallelepipedo squadrato con i segni del tempo e certe “ferite”, evidentemente mai curate, che conoscevo.

A fine guerra, a quel grido, chi aveva un “Prigioniero” si accertava soltanto di avere messo in sicurezza il fuoco, spegneva le rare luci, “raccoglieva” la famiglia e usciva.

Gruppetti di persone sparute nelle traverse, convergendo nelle strade più importanti, presto formando un vero fiume umano. Destinazione, il Porto!

L’occhio attento al mare aperto, sullo sfondo la Calabria, per annunciare l’arrivo delle navi traghetto o di qualche nave militare.

Noi bambini eravamo letteralmente trascinati e tenuti stretti per mano, ad evitare di essere persi nella calca, che all’avvicinarsi del Molo o degli imbarcaderi si ingrossava.

Dialoghi “secchi” soverchiavano il clamore!

- “Sicuri semu?”

- “Cu fu ca detti a notizia?”

- “Priai a Madunnuzza e forsi oggi ci semu”.

Forse!

Questi i dialoghi e le domande ricorrenti che andavano a navigavano in un vuoto di risposte che non trovavano spazio fra la folla assiepata, dietro a transenne di legno grigio, con cui avevano creato corridoi all’uscita del molo o della Stazione Marittima, quella dei Traghetti.

Un grande balzo all’indietro nel tempo, anche se lì dove mi trovavo, di fronte al portone della mia vecchia casa, quasi tutto era cambiato.

In un attimo ho rivisto i muri delle case danneggiati dalle granate e dalle bombe; ho rivisto i palazzi semidiroccati con lembi di manifesti che inneggiavano al Duce, o che imponevano il silenzio perché il nemico era in ascolto...

Il clamore della folla diventava tuono quando i traghetti, o la navi militari, annunciavano l’ingresso in porto con il suono cupo della sirena.

A volte (e la delusione era massima), dal ventre delle navi militari, non usciva alcuna persona e dai traghetti poche donne calabresi, vestite con i loro abiti caratteristici, il cesto in equilibrio sulla testa e pochi ortaggi da vendere.

Al ritorno “in Continente”, le stesse donne, venduti i loro prodotti, avrebbero riattraversato lo Stretto nascondendo in tasche cucite sotto le loro ampie vesti, i pacchi cilindrici di sale per farne contrabbando.

Altre volte, finalmente, dalle navi, uscivano uomini emaciati, grigi come gli abiti che indossavano: “I Prigionieri”.

Questi uomini, magri, sfiniti dalle privazioni, dalla fame, dalla stanchezza, sfilavano nei corridoi formati dalle transenne cercando di riconoscere o di essere riconosciuti......

Gli occhi vividi, lucidi scrutavano i volti delle persone in attesa, abbozzavano qualche sorriso e ricambiavano qualche saluto nell’avanzare lento della fila.

Il silenzio irreale, sottolineato dallo strascichio di scarpe, a tratti veniva rotto da grida di gioia e da irrefrenabili pianti di commozione:

- “Ninuzzu!.....”

- “Maria!.......”

- “Concetta!....”

- “Turi!....”

E le grida di richiamo si mescolavano ai singhiozzi che, con le lacrime, lo compresi da adulto, scioglievano le tensioni e le paure accumulate in anni di silenzi drammatici e di attesa.

Accadde per molti ed anche alla mia famiglia. Ad ogni arrivo, passato l’ultimo dei Prigionieri, restava solo il mesto ritorno a casa con la speranza. Qualche tempo dopo, magari con un po’ di fortuna all’indomani, di sentire ancora il grido “i Prigiunieri arrivanu.....” e rifare lo speranzoso pellegrinaggio al Porto.

Giunse anche per mia madre il giorno che tornò a casa, dalla Germania, il suo “Santuzzu”, che comandato in Grecia prima e in Albania poi, all’atto dell’Armistizio era stato catturato ed internato.

Gli era stato dato di scegliere: tornare in Italia per combattere nella neonata Repubblica di Salò, o essere internato. Mio Padre, che già non aveva accettato il Fascismo e meno ancora il Nazi-Fascismo prima della guerra, per coerenza scelse la seconda opzione.

Fu internato a Wietzendorf – Campo 83.

“Avevo giurato fedeltà al Re e non al Duce. Poi a chi si sarebbe dovuto obbedire giacché chi doveva dare ordini era sparito?”

Questo diceva quelle rare volte che apriva una “finestra” su quell’infelice periodo del suo passato. Ma fu uno dei pochi fortunati che riuscì a tornare a Casa e questo, a noi tutti, fu sufficiente.

“Adeluzza” aveva rigirato per mesi una cartolina bianca della Croce Rossa in cui era annunciato che il Tenente Santo Giuffrida, Ufficiale dell’Esercito, era stato fatto prigioniero dai tedeschi, che stava bene e che avrebbe dovuto attendere da lui notizie e l’indirizzo per, poi, potergli scrivere........

Nei lunghissimi mesi successivi, avevo visto la mamma leggere e rileggere quella scarna corrispondenza, passata alla censura dai tedeschi, dove ogni numero, anche le date, ogni nome di luogo e di persona veniva cancellato con tratti di spesso inchiostro nero, per togliere ogni possibile riferimento di luogo e di tempo.

Negli ultimi periodi, sbaragliate le ultime linee di difesa tedesche, con il convergere verso la Germania delle truppe americane, inglesi e russe, era calato il silenzio che sembrava essere foriero, solo, di cattive notizie e poco si riusciva a sapere e comprendere dalle trasmissioni in italiano di Radio Londra di cui, a volume bassissimo e quando possibile, i “grandi” si mettevano all’ascolto.

Ho precisa memoria di questi viaggi “dell’attesa” preso stretto per mano, per non esser perso, e trascinato verso il porto.......

Finalmente, un giorno, inaspettatamente, da una di quelle file di uomini emaciati e grigi se ne staccò uno, che avvicinandosi al nostro gruppetto prese colore...

- “Adeluzza mia !!!!”

- “Santuzzu !!!!”

E quell’uomo grigio, magrissimo, con abiti militari dismessi ma dignitoso e pulito, si tolse la bustina militare che aveva in capo, abbracciò stretta mia madre e la baciò con una tenerezza impossibile da dimenticare.

Anche loro scoppiarono in pianto così come avevo visto per gli altri. Poi fu la volta del saluto per i membri presenti della famiglia e, infine, arrivò il mio turno.

Io, il più piccolo che mai aveva conosciuto e visto.

E mi sollevò, quell’uomo grigio, vestito di grigio, stringendomi a se baciandomi, dopo avere messo sul mio capo la sua bustina.......

Fu in quel momento che conobbi mio padre “intero” che l’unica immagine a me nota era la foto “mezzo busto” di un uomo in divisa militare e con i baffi. Un uomo che mia madre diceva essere mio padre. Un vero atto di fede per me piccolino... io, figlio di un uomo senza gambe...

La guerra.....

La maledetta ed inumana guerra aveva lasciato segni dappertutto: nei cuori, nelle menti, nei corpi, nelle città, nelle case.....

Ho ancora il preciso ricordo di quel giorno e del “Suo” ritorno a casa. Potrei ripercorrere quegli itinerari della speranza e quello della gioia del ritorno anche oggi, sempre che non siano state fatte, nel frattempo, modifiche alle strade. Potrei scrivere i nomi delle vie se il Tempo non me ne avesse attenuato il ricordo, creandomi una confusione indescrivibile in testa...

Fu quello un percorso lento e gioioso lungo le vie disastrate e fino poi all’incrocio con il Torrente Boccetta, la parte coperta di questo “improbabile” corso d’acqua, arredata con aiuole di oleandri e panchine semicircolari in pietra, guarnite al centro con piccole palme.

Poi, finalmente, la casa!

L’isolato 374.

L’edificio quadrato con il grande ed inaccessibile cortile interno, e la vista sulla Chiesa dell’Immacolata. Era quella una delle case I.N.C.I.S. del quartiere.

“Santuzzu arrivau!”

E il grido di gioia rimbombò nell’androne quadrato di quelle scale, dove gli amici ed i vicini attendevano, ad ogni uscita della mia famiglia, la buona notizia.

Finalmente fummo tutti dentro la casa dal lungo corridoio buio, impregnata dal familiare acre odore della cucina, dove ancora si usava il carbone per i fornelli e, spalancando il balcone del soggiorno, si aveva la vista dritta dritta della “Madonnina”.

Ultima modifica il Lunedì, 10 Ottobre 2016 08:11
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