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Il dopoguerra a Messina

- di Giuseppe Loteta -

 

Personaggi ed episodi dimenticati

(dal nr. 15 del Pagnocco)

 

In una calda giornata dell'agosto del 1943, gli eserciti inglese e americano si erano ricongiunti a Messina. I tedeschi fuggivano oltre lo Stretto. La guerra per i messinesi era finita. E lentamente la città riprese a vivere. Affossato dalle macerie, il viale San Martino, arteria principale era diventata la via Tommaso Cannizzaro, poco colpita dai bombardamenti aerei. E lì, nel caffè ad angolo poi nobilitato con la denominazione esotica di "Select", ma che allora si chiamava "Bar del Tribunale", cominciarono a riunirsi i vecchi antifascisti, appena usciti dalla galera, dal confino o da quell'altro carcere meno duro ma per loro altrettanto opprimente che erano stati la deportazione casalinga, la solitudine, lo sconforto nel ventennio appena concluso. Non erano molti, certo. Eccezioni, in un consenso al fascismo che negli anni Trenta era stato massiccio, finché la dichiarazione di guerra non aveva cambiato le carte in tavola, inimicando alla maggior parte degli italiani il regime fascista. E con loro c'era qualche ragazzo che per la prima volta sentiva parlare liberamente di democrazia, di partecipazione popolare alla vita politica e, in qualche tavolo, di rivoluzione.


Poi, subito dopo, gli antifascisti pensarono a darsi una sede, a creare strutture di partito, a prendere contatti con i paesi della provincia é con le altre città liberate. Al centro e alla destra dello schieramento politico non mancavano personalità di rilievo, a cominciare da Gaetano Martino. E c'era anche in città qualche vecchia figura della democrazia prefascista, come il costituzionalista Ettore Lombardo Pellegrino, baffoni alla Umberto I e cappellone a falde larghe in testa, appena reintegrato nella sua cattedra all'Università. Era stato lui nei primi anni Venti a rispondere picche al deputato fascista che attraversava il "Transatlantico" di Montecitorio insieme con il nuovo capo del governo e che, incontrandolo, gli aveva chiesto: "Onorevole, lei non conosce ancora Sua Eccellenza Mussolini?". Agitando nervosamente il bastone e roteando gli occhi, il professore aveva sillabato: "Non lo conosco e non lo voglio conoscere". Nascevano i separatisti, sotto la guida di Saro Cacopardo, di Renato Calapso, di Ciccio Restuccia, di Anselmo Crisafulli.

E tra gli iscritti al MIS (Movimentio Indipendentista Siciliano) erano parecchi i giovani, attratti dal miraggio di una Sicilia libera dai vincoli e dallo sfruttamento di uno Stato ita-liano accentratore, umbertino prima e fascista dopo. Alcuni di loro, fuggiti di casa, indossarono per qualche mese le uniformi dell'EVIS (Esercito Volontario per l'Indipendenza Siciliana) e ci fu anche, tra questi, chi partecipò nel catanese al conflitto a fuoco con i carabinieri che costò la vita del leader indipendentista Canepa. Nei ginnasi e nei licei cittadini molti ragazzi sfoggiavano all'occhiello della giacca il distintivo della Trinacria e allacciavano interminabili dibattiti, che spesso degeneravano in vere e proprie risse, con gli altri, gli unitari. Tra questi, ma sono soltanto i primi che mi vengono in mente, Sandro Staiti, Nazareno Saitta, Mimmo Ferraro e Gianni Cicala.


In tutti i partiti dominavano l'entusiasmo e la voglia di vivere intensamente la nuova vita democratica del Paese. A sinistra si aggiungeva la speranza di rinnovamenti profondi, non disgiunta da poco realistiche rivendicazioni del tutto e subito e da numerosi schematismi, allora difficilmente evitabili. I repubbli-cani avevano conquistato un paio di stanze nella ex "Casa Littoria", di fronte al mare, e piazzato il giornalista Silvio Longo alla direzione del "Notiziario di Messina". Tra i giovani del PRI emergeva Nino Modica, pallido e minuto ma animato da non comune forza dialettica. I socialisti avevano affittato una stanzetta in via Santa Cecilia e cominciavano a darsi un'organizzazione. Potevano contare sull'apporto del professor Miraglia, del ragioniere Peppino Lombardo, del dottore Enzo Messina, degli avvocati Sandro e Pietro Pisani, padre e figlio, dell'avvocato Franchina, del vecchio sindacalista Micio Scuderi che ogni primo maggio infilava un garofano rosso nell'occhiello della giacca e guidava un corteo per le strade cittadine intonando a tutta voce l'Inno dei lavoratori. Stefano D'Arrigo, Eugenio Fiorentino, Felice Canonico, Paolo Chiossone e altri studenti universitari avevano ricostituito la federazione giovanile socialista. Prende la tessera della federazione anche il giovanissimo Gianni Finocchiaro che negli anni successivi ne diventerà il dirigente.


In quel tempo andava sviluppandosi a Messina anche un consistente gruppo anarchico aderente alla FAI (Federazione Anarchica Italiana). Ne erano animatori Vincenzo Mazzone, un veterano che era sfuggito a una condanna a 14 anni di reclusione, inflittagli dal tribunale speciale fascista, aveva partecipato alla guerra di Spagna nelle brigate internazionali, era poi riparato nell'Africa del nord ed era ritornato a Messina subito dopo l'ingresso delle truppe alleate, e l'avvocato Placido La Torre. Ma il cervello del gruppo era Gino Cerrito, un giovane che si avviava agli studi storici (sarebbe diventato assistente di Giorgio Spini e poi docente di storia moderna nell'Università di Firenze) e che si era appena dimesso dal Partito Comunista con una veemente lettera che si concludeva con "Viva Bakunin! Viva l'anarchia! ". Con loro, Marco Parolini, Fifi Romanengo, Nino Crimi, Tullio Procaccianti e tanti altri giovani.

Anche gli anarchici avevano trovato al-loggio nell'ex "Casa Littoria", nelle stanze cha si af-facciavano sul mare. E lì, sul muro esterno, avevano piazzato uno striscione che non poteva essere ignorato dalle navi che entravano nel porto. A grandi lettere c'era scritto "Federazione Anarchica Italiana". E lì andò a trovarli per una riunione Armando Borghi, il vecchio libertario amico di Salvemini che aveva strapazzato Mussolini, quando questi aveva abbandonato il socialismo e fondato il partito fascista, prendendolo per il bavero e gridandogli in faccia: "Benito, traditore, chi ti dà i denari?". Quando Borghi arrivò a Messina, la città era soffocata da una di quelle calmerie di scirocco estive che tolgono la voglia di vivere. E il vecchio reagiva alla sua maniera, ignorando ogni conformismo. Accoglieva gli ospiti nella sua stanza d'albergo completamente nudo, ma elegantemente a suo agio come se avesse indossato un completo di lino.

I comunisti

I comunisti, all'inizio assidui frequentatori del "Bar del Tribunale ", cominciarono a tenere le loro riunioni più riservate nell'abitazione semidistrutta dai bombardamenti dell'avvocato Peppino Schirò, in piazza Cairoli. E poi rimediarono una baracca in largo Seggiola che fu per lungo tempo la loro federazione provinciale e dopo la sezione centro. Fecero stampare le prime tessere nella tipografia dei figli del vecchio anar-chico Tommaso De Francesco, che, durante il ventennio, anziano, malandato in salute e del tutto in-nocuo, veniva sbattuto in galera ad ogni passaggio in città di un gerarca fascista perché "anarchico perico-loso".

Da Schirò e in largo Seggiola si rividero vecchi compagni e se ne conobbero di giovani e nuovi. Umberto Fiore, con il pizzetto nero che cominciava a incanutirsi, era appena ritornato da Lacedonia, dov'era stato confinato insieme a molti altri antifascisti. Fu lui il motore di avviamento della federazione, insieme con gli altri confinati che avevano fatto ritorno a Messina e con quei compagni che, pur sottoposti a misure di sorveglianza, erano rimasti in città. Si ricostituì il grup-po di giovani che negli anni Venti e Trenta erano stati gli allievi di Francesco Lo Sardo: Pietro Pizzuto, Saverio Tignino, Masi Cannarozzo, Emilio Longo, Peppino Fusco, Antonio Romeo, Pippo Lo Re, Saro Catanzaro.

Si ricongiunse con la generazione di mezzo, Pierino Mondello, Emanuele Tuccari, Vittorio Terranova. E con i giovani che affluivano numerosi al partito: Pancrazio De Pasquale, che aveva fatto le sue prime esperienze in clandestinità, ispirato dal filosofo comunista Galvano Della Volpe; Eli Conti, che comparve un giorno in federazione con la divisa di ufficiale della marina, volontario nella guerra contro i tedeschi e i fascisti, mentre la maggior parte degli studenti universitari, molti reduci dal fronte, manifestavano contro il nuovo richiamo alle armi, Pietro De Francesco, decorato al valor militare per un'azione partigiana. Ancora: Corrado Curatolo, atletico capitano della squadra di pallanuoto del centro universitario sportivo messinese, Gigi e Gaetano Calarco, Salvatore Dugo, Silvio Castagna, Eolo Cogliani, Edoardo Biondi, Dino Minniti, Nino Bonanzinga, Filippo La Maestra, Alfre¬do Bisignani, Maria Polimeni, Maria Costantino e decine di altri.


L'avvocato Giovanni Millimaggi, comunista della prima ora, si tenne in disparte. Sognava una Sicilia indi-pendente e bolscevica. Ne parlò con Togliatti, allora più noto come "Ercoli", quando il segretario del PCI venne a Messina per una manifestazione di partito che si tenne nel baraccato "Supercinema", l'ex "Cinema Casalini" del periodo fascista. Ed Ercoli lo liquidò con un lapidario e sprezzante "Tu sei pazzo ". Nella stessa occasione si verificò un curioso episodio che misura correttamente l'atmosfera che si respirava in quel tem-po. Mentre la federazione era affollata di comunisti che aspettavano il segretario, si udì una voce levarsi alta nel brusio generale: "Togliatti è un porco. Bisognerebbe tagliare la testa a Togliatti". Era il professore Giambelli, docente all'Università, matematico insigne e bislacco che girava per la città vestito di abiti consunti e spesso appesantito da un fiasco di vino o da una cartata di pescestocco che fuoriuscivano da una delle ampie tasche della giacca. Seguirono attimi di gelido silenzio, di immobilità generale. Il linciaggio era nell'aria. Fu salvato da una donna che gli stava vicino e che si mise ad urlare: "Pugliatti. Ha detto Pugliatti, non Togliatti. E con Pugliatti che ce l'ha". Rivalità accademiche che potevano costare caro all'eccentrico professore.


La "svolta di Salerno", voluta con decisione da Togliatti al suo rientro in Italia da Mosca, tardò ad affermarsi nel partito comunista di Messina. Rinuncia, almeno per ora, alla rivoluzione, accettazione provvisoria della monarchia, collaborazione con i partiti borghesi erano concetti che stentavano a farsi strada nella mentalità bordighista di molti dei vecchi iscritti al partito. Uno di questi, Carmelo Chillemi, esule a Bruxelles nel ventennio fascista, mandò al diavolo in una burrascosa riunione i dirigenti togliattiani di Messina e se ne ritornò nella capitale belga.


I giovani, invece, erano affascinati dal "partito nuovo" di Togliatti. Loro, la collaborazione con i coetanei degli altri partiti di sinistra e con i giovani anarchici la praticavano giornalmente: nel Fronte della Gioventù, nella lotta serrata ai separatisti e ai tentativi velleitari di rivalsa fascista che a Messina, come in altre città del Sud, si traducevano in azioni terroristiche poco rilevanti, ma sistematiche e continue; nelle mille occasioni che la vita democratica offriva generosamente in quegli anni. II massimo di questa collaborazione si ebbe nel 1946, durante la campagna per il referendum istituzionale.

Ogni giorno insieme, i giovani comunisti, socialisti, repubblicani e anarchici (questi ultimi avevano rinunciato al loro tradizionale astensionismo elettorale per un voto a favore della Repubblica nel referendum) giravano per la città e per i villaggi ad attaccare manifesti e a diffondere opuscoli, a improvvisare comizi e dibattiti, a scontrarsi con i monarchici che in città non erano pochi, a sostenere, nei teatri e in piazza Cairoli, i comizi degli oratori repubblicani venuti da Roma, a contrastare quelli degli oratori monarchici. E ogni comizio, di qualsiasi partito fosse, si trasformava inevitabilmente in una rissa, almeno verbale. "Repubblica! ", si gridava da una parte; "Monarchia! ", dall'altra.

E non fu poco lo scorno dei ragazzi di sinistra quando interruppero, in piazza Cairoli, il comizio del liberale e monarchico Roberto Lucifero, avanzando verso il palco con il braccio teso e le dita della mano destra inequivocabilmente piegate in modo da simboleggiare un paio di corna. Furono bloccati da un oratore imperturbabile che scandì al microfono: "Vedo avanzare verso di me una schiera di giovani che innalza l'emblema dei loro padri...". Gli indici e i mignoli ritornarono subito al loro posto.

Messina città monarchica

Nei mesi che precedettero il referendum i giovani monarchici erano molti e ben organizzati. I ragazzi della sinistra facevano più del possibile, ma il confronto con gli avversari era decisamente impari. Se ne ebbe la prova soprattutto il 29 maggio del 1946, quando venne a Messina Umberto di Savoia, da poche settimane re, per salutare i sudditi dall'alto del balcone centrale del palazzo della prefettura, invitandoli implicitamente a votare per la monarchia. Quel giorno furono lì, prima che la folla dei fedeli rendesse impossibile l'accesso alle posizioni più ambite. L'appuntamento era sotto il balcone, tra il palazzo e il Nettuno del Montorsoli. Non in molti, trenta o quaranta, aspettarono che la piazza si gremisse. E poi il re apparve. Inconfondibilmente lui, il principe di Piemonte delle copertine della "Domenica del Corriere", anche se leggermente invecchiato e ormai quasi calvo. La folla esplose in un applauso che sembrò in-terminabile, inframmezzato da squillanti "Viva il re!", "Viva la casa Savoia!", "Monarchia, monarchia!". Quando subentrò il silenzio, Umberto si sporse lentamente dal balcone, alzò le braccia e regalò al suo pubblico un gran sorriso. 

E allora, nella piazza paralizzata, tutti udirono nettamente il giudizio dei giovani di sinistra, ritmato e urlato: "Buffone! Buffone!". L'udì per primo il re, da pochi metri d'altezza. E il sorriso si spense dal volto reale come un fuoco fatuo. Umberto si ritrasse, parve d'improvviso meno alto, più umano, quasi rassegnato, come l'avremmo rivisto anni dopo nelle fotografie dell'esilio.


Fu un attimo. E si scatenò il finimondo. I primi a reagire furono i marinai di tre navi da guerra ormeggiate nel porto, istigati dagli ufficiali che avevano fatto del giuramento al re una questione d'onore e di bastone. Poi i monarchici di città e il sottoproletariato messinese, entusiasta dei pacchi di pasta e delle scarpe spaiate che i seguaci del re erano andati distribuendo nei quartieri popolari. Alcuni "disturbatori", dopo un meticoloso pestaggio, furono issati di peso oltre la balaustra della passeggiata a mare e lanciati in acqua. Altri, abbandonati per terra con ancora un barlume di conoscenza. Altri ancora, più fortunati, riuscirono a scappare e a rifugiarsi in un caffè di piazza Municipio, tirandosi dietro la saracinesca e aspettando il tardivo, ma per quella volta auspicato, arrivo della "Celere". Ma non era finita lì. L'indomani, 30 maggio, era l'ultimo giorno utile per la propaganda elettorale, prima della pausa di riflessione che avrebbe preceduto il voto. In piazza Cairoli erano fissati per le diciassette un comizio dei separatisti e per le diciotto una manifesta¬ione repubblicana.

Al balcone, per gli indipendentisti, c'era Anselmo Crisafulli, avvocato di grido e buon oratore. Parlava ancora lui quando la piazza cominciò a riempirsi di cartelloni inneggianti alla Repubblica e di bandiere tricolori senza lo stemma sabaudo. E anche, curiosamente, di marinai. Erano quelli del giorno prima, tutti armati con un manganello nascosto dentro il giubbotto. E fu subito scontro. Dalle proporzioni preoccupanti, tanto da fare accorrere in poco tempo interi reparti di polizia e di carabinieri. Ma le cariche non bastavano a separare i contendenti. E a questo punto i carabinieri ricorsero alle armi.

Non spararono ad altezza d'uomo, s'intende. Ma in aria, per intimorire e cercare di riportare un po' d'ordine in piazza. Non tutti i colpi, però, finirono in cielo. Alcuni trapassarono il muro della casa dove al balcone stavano ancora i separatisti, a pochi centimetri dalle loro teste. E allora Crisafulli, che non aveva capito molto di ciò che stava accadendo in piazza e credeva si trattasse di un tentativo di interrompere il suo comizio, riprese il microfono che aveva abbandonato all'inizio dei tafferugli e cominciò a gridare: "I carabinieri ci sparano addosso? Ebbene sappiano che noi non ci facciamo intimidire. Assalteremo le loro caserme, prenderemo le loro armi, proclameremo l'indipendenza della Sicilia". Ci vollero ore perché tutto finisse.


Due giorni dopo, il 2 giugno, Messina diede 78.343 voti alla monarchia e appena 13.446 voti alla repubblica. Ma in molte altre città italiane andò diversamente.

Ultima modifica il Lunedì, 10 Ottobre 2016 07:58
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