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- di Alessandra Basile -

Messina iniziò a dipingere il suo   volto di nero il 12 ottobre del 1920, data in cui, in seguito a riunioni   informali di alcuni esponenti locali appartenenti al ceto delle professioni,   si costituì il Fascio di combattimento.
 
  Responsabile del movimento, il ragioniere Romano Macrì, che inviò un   telegramma di saluto a Benito Mussolini, dichiarando la costituzione del   Fascio e inserendo anche i nomi di coloro che ne presero parte.
 
  La prima manifestazione pubblica dell'avanguardia fascista avvenne subito   dopo le consultazioni comunali, quando il PSI messinese organizzò un   congresso regionale che si svolse dal 12 al 15 novembre. L'insuccesso   socialista alle elezioni comunali dei primi di novembre incoraggiarono le   azioni offensive del neonato movimento fascista. Per fortuna negli scontri in   piazza non ci furono vittime, né feriti, ma la reazione socialista si   tradusse in uno sciopero generale.
 
  Fino alla Marcia su Roma, comunque, il fascismo messinese non riuscì a   condizionare in maniera rilevante la vita politica della città. Rimase ciò   che era già alla vigilia delle elezioni del 1921, un movimento che faceva   della violenza contro gli avversari politici la sua forza e l'arma della sua   lotta politica. Nei mesi successivi si verificarono con maggior frequenza,   episodi gravi di violenza che causarono morti e feriti.
 
  Alla vigilia della Marcia su Roma, nell'agosto del 1922, il prefetto Pietro   Frigerio, personalità molto vicina al partito di Mussolini, applicò una   normativa governativa per il riordino del pubblico impiego. Oltre agli   ambienti massonici, fu colpita dall'atto anche la classe operaria. Ventisei   operai, infatti, vennero licenziati dalle Ferrovie dello Stato. Immediate le   reazioni della popolazione cittadina. L'opposizione al fascismo scese in   piazza con il Movimento del Soldino: i manifestanti si fregiarono di una   moneta raffigurante il sovrano, in segno di sfida a Mussolini e di deferenza   al re. Nel 1923 il prefetto Frigerio scrisse:"Non si può sperare di   rendere d'un colpo fascista la città. In un primo momento basta intonarla al   fascismo. Sarà un notevole successo se avremo la città simpatizzante e se   avremo neutralizzato il lavoro dei sabotatori del governo. Più in là in un   secondo momento che non può essere immediato avremo la vera affermazione   fascista".
 
  Il 22 giugno del 1923, la città si preparò a ricevere la visita di Benito   Mussolini. Il segnale più importante che diede inizio alla fascistizzazione   di Messina, fu il colloquio che Mussolini ebbe con monsignor Angelo Paino, da   pochi mesi arcivescovo della città. Alla fine dell'incontro Paino   dichiarò:"Ebbi dal duce più di quanto mi aspettassi, più ancora di   quanto richiedessi. Dovevo imporre un limite alle mie richieste, visto che   lui non sapeva porre un limite alle sue concessioni".
 
  In effetti il colloquio si tradusse in una forte accelerazione della   ricostruzione degli edifici ecclesiastici, distrutti o danneggiati, dal   sisma. A parte gli aspetti politici, il consenso unanime della città verso la   dittatura si basò sulla constatazione generale che, se ancora tanto restava   da fare nell'opera di ricostruzione della città, moltissimo era stato fatto,   al punto che agli inizi degli anni Trenta si potevano considerare conclusi i   due terzi circa dell'opera di ricostruzione.
 
  Grandi strutture pubbliche furono completate a cavallo fra gli anni Venti e   Trenta, in particolare l'università, il tribunale, il municipio, la Galleria   "Vittorio Emanuele", il Duomo con il campanile.
 
  L'opinione positiva nei confronti del regime, condivisa dalla maggioranza   della popolazione peloritana, si rafforzò con la nuova visita di Mussolini   nel 1937. La stampa locale enfatizzò il suo arrivo che avrebbe poi suscitato   l'entusiasmo cittadino.
 
  La Gazzetta quella mattina titolò "Oggi viene a Messina l'uomo più   grande del mondo intero". Mussolini, entusiasmò la folla,   promettendo che il governo si sarebbe impegnato a smantellare completamente   le baraccopoli ancora presenti in città, ma l'entrata in guerra dell'Italia   impedì il compimento dell'opera di ricostruzione. Così il Paese partecipò   alla seconda guerra mondiale (1939-1945) alleandosi con la Germania di   Hitler.
 
  Messina, per la sua posizione geografica e per il suo porto, divenne   inevitabilmente uno degli obiettivi militari primari delle forze inglesi. A   un mese dall'ingresso in guerra, la squadra navale di stanza a Messina si   scontrò nelle acque di Punta Stilo, con una squadra inglese. In seguito la   città fu vittima di attacchi alla struttura urbana, alle installazioni ferroviarie   e portuali, dai primi di gennaio del '41, con periodiche incursioni aeree e   diverse decine di morti tra la popolazione.
 
  Nel giugno dell'anno successivo iniziò l'esodo dei messinesi verso i centri   della provincia meno minacciati dagli attacchi aeronavali. Messina, negli   anni della seconda guerra mondiale, vide cancellarsi l'opera di ricostruzione   iniziata dopo il terremoto del 1908. Si calcolò che il 75% degli edifici   ricostruiti venne distrutto dai bombardamenti, con la morte di oltre un   migliaio di messinesi.
 
  Il 10 luglio del 1943, iniziò una nuova storia per Messina: le truppe   angloamericane sbarcarono in provincia di Siracusa e qualche giorno dopo la   caduta del fascismo, il 31 luglio, il commissario Catalano lasciò il suo   incarico e il prefetto Federico Solimena nominò al suo posto un funzionario   dell'amministrazione provinciale, Francesco Miceli, che guidò il comune fino   all' occupazione/liberazione angloamericana della città, che si realizzò il   17 agosto. Le truppe alleate entrarono in città senza dover fronteggiare   alcun combattimento o resistenza. L'esercito italiano era ormai in fase di   disfatta e i tedeschi pensavano solo a non restare lì imbottigliati e quindi,   desideravano solo fuggire verso "il Continente". Gli   angloamericani erano a tutti gli effetti ancora dei nemici, ma vennero   accolti come liberatori dalla popolazione, felice della fine della guerra.

- di Alessandra Basile -

La prima descrizione   della città a dieci anni dalla ricostruzione è legata a una malinconica   pagina di Guido Ghersi: "Sotto il limpidissimo cielo lavato dalla   pioggia la nuova città poteva apparire anche più nuova, con i suoi rettifili   lucidi e le sue case tutte, o quasi tutte, bianche e le sue piazze   inesorabilmente quadrate o rettangolari, tranne una che , con la croce di due   strade e i prospetti di quattro palazzine, faceva un ottagono aperto da   quattro lati(...). Dieci anni prima lì non c'era che un mondo livido e   uniforme, tra cui vagavano le ombre degli scampati, e il resto della Terra   leggeva, atterrito, il numero pauroso delle vittime, contemplava la   straordinaria visione di una città crollata in pochi secondi, come i castelli   che i ragazzi fanno con le carte".

Nel 1911 lo Stato creò una commissione di notevole livello scientifico   per far fronte alla tragica situazione in cui versava Messina, ormai una   città fantasma.

Venne ideato da Luigi Borzì. Il piano preveda sventramenti generalizzati   per ricostituire un sistema viario urbano, demolizioni indiscriminate per   l'ampliamento delle strade e, soprattutto, per la costruzione di edifici più   idonei di quelli posti in essere oltre un secolo prima. Il giudizio   prevalente sulla validità del piano Borzì si presente, oggi, assai critico:

"il primo   pensiero del Borzì avrebbe dovuto essere quello di conservare l'impianto   urbano nel suo schema generale, quello del mantenimento della vecchia città,   conservandone, l'impronta generale, ed anche il ripristino della forma   originaria; invece, sarà soltanto la leggibilità del paesaggio naturale ad   esaurire tutti i termini della raffigurazione del paesaggio urbano, proprio   perché si rinunzia ad altri riferimenti, alle tracce raffigurabili e   misurabili dell'attività degli uomini, ad esempio, che pure, per molti   aspetti, potevano essere recuperati. E senza questo sforzo di nuove comprensione   del senso della città, l'impianto sarà per lo più imposto dalle necessità e   dalle urgenze. Così il rinascente orgoglio municipale e la forte volontà dei   superstiti, sembreranno esaurirsi nel mantenimento del sito, ma da questo non   deriveranno automaticamente ritorni di ruolo e di antiche funzioni".

(Giuseppe Campione"La configurazione territoriale dell'aspetto   urbano")

- di Alessandra Basile -

 

Così titolava il   Corriere della Sera all'indomani della tragedia che sconvolse le due città   dello Stretto. Il Terremoto del 1908, considerato uno degli eventi più   catastrofici del XX secolo, si verificò alle ore 5:21 del 28 dicembre 1908   e in 37 "interminabili" secondi danneggiò gravemente le   città di Messina e Reggio Calabria. Con una magnitudo della scala Richter   di 7,2, il numero di morti stimato fu a Messina di circa 80.000   su 130.000 abitanti mentre a Reggio Calabria di circa 15.000 su   di una popolazione di 45.000.
  Alla forte scossa, si aggiunse anche un'ondata di maremoto fin dentro le   città, uno tsunami che arrivò a ricoprire interamente le piazze e le strade   con una enorme massa d'acqua e con onde alte anche 10 metri. Infatti pare che   la maggior parte delle vittime avvenne non tanto per i crolli degli edifici   quanto perché la popolazione si riversò sulla costa e fu investita dalle   onde.
 
  Si narra che il giorno precedente alla sciagura fosse stato molto tranquillo,   per le strade si respirava un clima di festa e nulla lasciava intuire cosa   sarebbe accaduto a breve, a Messina si era trascorsa una serata tranquilla   (al Teatro si dava la prima dell'Aida, si festeggiava inoltre la festa di S.   Barbara).
 
  Il governo italiano, guidato da Giovanni Giolitti, si accorge dell'immanità   del disastro e dispone i primi aiuti soltanto parecchie ore dopo la scossa. I   primi soccorsi arrivarono ai messinesi da una squadra navale della flotta   imperiale russa, agli ordini dell'ammiraglio Litvinov, composta dalle corazzate   Slava e Cesarevi, dagli incrociatori Makarov e Bogatyr e dalle cannoniere   Giljak e Koreec che si trovavano alla fonda nel porto di Augusta nel corso di   una esercitazione nelle acque del mar Mediterraneo occidentale.   Immediatamente dopo l'arrivo dei russi, giungono a Messina i soccorsi   dell'incrociatore inglese Sutley, comandato dal capitano Le Marchant.
 
  Alle ore 5:21 per 37 secondi "la terrà tremò" come disse Giovanni   Pascoli, che era stato docente all'università di Messina, e che accorse   immediatamente appresa la notizia.
  Durante il terremoto nel porto di Messina si trovavano molte navi che per   causa della forte onda andarono ad incagliarsi, una delle poche navi a non   riportare danni fu l'incrociatore Piemonte. Nel 2006 a Messina è stata   intitolata una via alla Marina Russa, come riconoscimento per i soccorsi   prestati nella tragedia.
 
  I soccorsi italiani arrivano soltanto nella mattinata del 29. Il governo   affida al generale Mazza il comando delle operazioni di soccorso, decretando   per l'intero territorio cittadino lo stato d'assedio, per evitare i continui   sciacallaggi ai danni degli ingenti beni sepolti sotto le macerie assieme ai   cadaveri di decine di migliaia di cittadini.
 
  Ecco come appariva la città di Messina ai sopravvissuti ed ai primi soccorritori   poco dopo il disastro:
  «Cominciò finalmente ad albeggiare e con la luce cresceva la visione del   disastro. Anzi, solo allora questo cominciava a delinearsi nella sua   immensità. Le case tutte intorno, meno due o tre ad un solo piano e   l'"Isola", erano rase al suolo o mozzate a metà. Ed avvicinandosi   alla Marina, si scorgeva la famosa Palazzata, sino al Municipio,   completamente distrutta. Perfino il sontuoso e fortissimo palazzo Ainis, che   era in principio della Palazzata, erasi ridotto ad un ammasso di rovine.
 
  Il suolo della Marina e della piazza Vittorio, intriso dell'acqua che vi   aveva lasciata la gigantesca mareggiata, presentava numerose e profonde   spaccature, il selciato era divelto e il piano stradale era in moltissimi   punti avvallato.
  Lo spavento maggiore era cagionato dalla scarsità della gente, che si   rifugiava in quel luogo sicuro, cosa che faceva comprendere che la   popolazione era rimasta sotto le macerie.»
  ("Il Mattino", 31 dicembre - 1° gennaio 1909 - testimonianza del   prof. Arnaldo Bruschettini, docente di diritto commerciale.)
 
  Tra le prime squadre di soccorso che giunsero a Reggio vi fu quella   proveniente da Cosenza, guidata dall'esponente socialista Pietro Mancini, il   quale dichiarò:
  «Le descrizioni dei giornali di Reggio e dintorni sono al di sotto del vero.   Nessuna parola, la più esagerata, può darvene l'idea. Bisogna avere visto.   Immaginate tutto ciò che vi può essere di più triste, di più desolante.   Immaginate una città abbattuta totalmente, degli inebetiti per le vie, dei   cadaveri in putrefazione ad ogni angolo di via, e voi avrete un'idea   approssimativa di che cos'è Reggio, la bella città che fu.»
 
  E ancora i giornali scrissero:
  «Oramai non v'è dubbio che, se a Reggio fossero giunti pronti i soccorsi,   a quest'ora non si sarebbero dovute deplorare tante vittime.»
 
  «Si è assodato che Reggio rimase per due giorni in quasi completo   abbandono. I primi ad accorrere il giorno 28 in suo soccorso vennero a piedi   da Lazzaro - insieme al generale Mazzitelli ed a poche centinaia di soldati:   furono i dottori Annetta e Bellizzi in unione ai componenti la squadra   agricola operaia di Cirò, forte di 150 uomini accompagnati dall'avv.   Berardelli di Cosenza. Questa squadra ebbe contegno mirabile e diede aiuto   alle migliaia di feriti giacenti presso la stazione. Gli stessi operai   provvidero allo sgombero della linea ferroviaria favorendo la riattivazione   delle comunicazioni ferroviarie. Appena giunti furono circondati da una turba   di affamati ed il pane da essi portato veniva loro strappato letteralmente dalle   mani. Sicché essi dovettero patire la fame fino al giorno 30 quando cominciò   l'arrivo delle navi.»
 
  Due giorni dopo il disastro, arrivarono nel porto di Messina in visita alla   città distrutta il Re Vittorio Emanuele III di Savoia e la consorte Elena.

 

 

 

Domenica 28 dicembre 2008 - Santuario di Montalto

- Collocazione targa marmorea sulla facciata del Santuario;

- Corteo Santuario - Capitaneria di Porto;

- Deposizione corona dall'oro nel porto di Messina con l'aiuto di una pilotina della Capitaneria di Porto.

 

 

Di lì a poco la situazione per i Borboni precipita a seguito dell'avanzata delle truppe francesi che occupano gran parte del regno di Napoli. Le circostanze di guerra si rivelano vantaggiose per la città dello Stretto che nell'occasione torna a ricoprire l'antico ruolo di chiave per il possesso dell'Isola. II cosiddetto "decennio inglese" vede concentrate nel territorio peloritano le truppe inglesi di rincalzo al fragile esercito borbonico. Diverse migliaia di uomini vivono attorno al porto falcato e molte sterline entrano nelle casse dei mercanti sempre presenti sulla piazza. Si formano nuove fortune, anche perché nel nostro porto convergono le navi inglesi cariche di prodotti in cerca di sbocco, visto che Napoleone con il "blocco continentale" ha precluso ogni rapporto tra Inghilterra e Stati d'Europa.La Sicilia ed in particolare Messina con il suo porto diventano la base per traffici più o meno clandestini con il continente, ciò a tutto vantaggio dell'economia locale.
Con il Trattato di Vienna del 1815 gli Inglesi si ritirano come pure il Re torna a Napoli.
Iniziano le cospirazioni massonicoliberali e già nel 1820 vi furono i primi moti, anche se con scarso successo.Nel 1837 una nave giunta nel porto di Messina diffonde in città un'epidemia di colera, contagio questo che dai liberali venne attribuito alla cattiveria dei Borboni, anche se in realtà non è proprio così che andarono le cose. Altri moti nel 1847 e nel 1848. Ristabilito l'ordine, Ferdinando II conferma il Porto Franco ampliandone i limiti ancora negli anni successivi (1852). Morto repentinamente il Sovrano, forse avvelenato, si attua con la spedizione garibaldina la proditoria annessione del Regno delle Due Sicilie allo Stato Sabaudo.La legislazione è uniformata a quella piemontese, ma il privilegio del Porto Franco non viene subito abolito. Ciò avverrà di lì a qualche anno, anche se la reale applicazione, essendo aggregata al completamento della Ferrovia Messina-Caltanissetta, avverrà solo nel 1880.
Tra la fine dell’Ottocento e il 1908, la città di Messina, dal punto di vista economico-commerciale, si presentava piuttosto prospera. Messina poteva vantare una posizione di tutto rispetto sotto il profilo dell’attività portuale. Il porto della città, infatti, continuava a essere uno dei primi in Italia e punto nevralgico del commercio internazionale. In particolare, "con le prime navi da traghetto (1899) si affermava il nuovo ruolo del porto che diventava anche e soprattutto punto di raccordo e di transito di uomini e merci tra l’isola e il continente, pur continuando a essere uno dei primi in Italia per tonnellaggio, volume di merci e per movimento commerciale” (Michela D’Angelo-Storia moderna e contemporanea).Nei primi anni del ‘900, l’economia messinese si fondava sulla produzione e sull’esportazione di agrumi: manteneva, infatti, ottimi rapporti coi mercati europei (Austria, Germania, Gran Bretagna) senza trascurare il lancio e la diffusione di successo dei propri prodotti anche negli Stati Uniti d’America.Accanto all’esportazione degli agrumi, fiorente, in quegli anni, la produzione e il commercio di essenze. Molte sono le famiglie che decidevano di dedicarsi all’attività di trasformazione degli agrumi, impiantando aziende medie o a conduzione familiare, come nel capoluogo così in provincia. L’azienda più importante e la più antica era la “Sanderson-Barret & C.” . La fabbrica produceva agrocotto, essenze di limoni e bergamotto dal 1897, anno in cui fu fondata, e rimase in attività fino alla seconda guerra mondiale.Dal libro "Il Porto di Messina dagli argomenti ai croceristi" di Franz Riccobono edito da Skriba
"Si ringrazia Franz Riccobono e l’editore per l’autorizzazione"

Cinquecento - XIII secolo

Apr 26, 2013
1935

Ancora parecchi   secoli dopo, malgrado le tante disgrazie, spoliazioní e trasformazioni   avvenute, la città risulta dotata di una miriade di sedi consolari delle più   lontane nazioni, proprio a conferma della rete capillare di rapporti   commerciali intessutì dagli imprenditori locali con mercanti di ogni parte   dei mondo.
 
  Nella seconda metà dei cìnquecento va ricordato un episodio determinante e   significativo nella storia del porto e della città. Nell'estate dei 1571   oltre trecento navi provenienti da varie parti d'Italia e d'Europa si   concentrano nel porto dì Messina. E la “Lega Santa" voluta   da papa Pio V, che al comando di Don Giovanní d'Austria il 16   settembre lascia il porto per poi ìncontrarsi con la flotta turca nelle acque   di Lepanto Il 2 novembre ciò che resta della flotta cristìana viene accolto   trionfalmente dai messinesi che, solo un anno dopo, inaugurano l’elegante   monumento al figlio naturale di Carlo V.
 
  La battaglia di Lepanto sarà seguita da altri episodi di guerra che   progressìvamente libereranno il passaggio nel Canale di Sicilia dai rischi   che fino ad allora avevano reso pressoché impraticabile quella rotta a tutto   vantaggio dello scalo peloritano.
 
  Paradossalmente, dalla grande vittoria inizia il lento ma progressivo declino   dei nostro porto.
  Nel XIII secolo prosegue la crisi provocata dall'apertura delle nuove rotte   transoceanìche che rivoluzionano le regole dei mercato.
  Messina si interroga sui motivi della crisi e trova una spiegazione nella   mancata attuazione dei suoi antichi privilegi, con H conseguente movimento di   rivolta nei confronti della Spagna e del suo sovrano Carlo V le complicate   vicende della rívolta antispagnola, inserita nel più vasto ambito della   guerra tra Spagna e Francia per il dominio dei traffici nel Mediterraneo,   lacereranno la società messinese divisa nelle due fazioni di   "Merli" e ""Malvizzi".
 
  Alla fine della rivolta la sconfitta è Messina, per quattro lunghi anni   impegnata in una vera guerra civile che certamente non contribuì a   risollevarne l'economia.
  Già nel 1695, al dì là della conclamata repressione spagnola, il governo dì   Madrid reintroduce il privìlegìo del Porto Franco, concede poco dopo   l'indulto ai messinesi "ribelli" fuggiti in Francia, revoca in gran   parte la confisca dei beni.
  
  L'economia accenna a ripartire quando nel 1743 una nave giunta da oriente nel   porto dì Messina diffonde la peste. La popolazione viene ridotta   radicalmente. Quando l'epidemia cessa, circoscritta con cordoni sanitari che   la isolavano resto del mondo, la città è stremata.
  Questa volta ì Borboni ed il Governatore Eustachio Lafeìuvìlle ampliano il   porto Franco ed agevolano l'economia locale, ma nel 1783 sopraggiunge un   terremoto che colpisce soprattutto le cìttà della Calabrìa provocando gravi   dannì a Messina, con il crollo dì buona parte della Palazzata che cingeva il   porto.
  Anche in questo caso il governo Borbonico nella persona di Ferdinando IV   interviene prontamente in soccorso della sfortunata Messina. Tra l'altro uno   specifico decreto reale introduce nuove vantaggiose agevolazioni a quegli   imprenditori che "da ogni parte d'Europa e d'ogni religione"   sono sollecitati a trasferire a Messina le loro attività economiche.
 
  Dal libro "Il Porto di Messina dagli argomenti ai croceristi"   di Franz Riccobono edito da Skriba
  "Si ringrazia Franz Riccobono e l’editore per l’autorizzazione"

Le origini e i territori

Apr 26, 2013
1398

La falce eviratrice   cadendo dal cielo sulla terra, secondo la mitologia, dà luogo allo   straordinario porto di Messina. Origine fatale le cui conseguenze segnano la   storia della città e del suo porto. Cronos, dio del tempo infinito,   usurpa il potere al proprio padre Urano evirandolo e, temendo che   altrettanto possano fare a loro volta i figli da lui generati, non esita ad   eliminarli divorandoli.

Destino altrettanto   crudele pare sia riservato alla città nata attorno alla falce parricida,   città creata da Cronos e da questo, di tempo in tempo, fagocitata per sempre   rinascere contro l'ineluttabile primordiale vaticinio. Ogni tipo di avversità   nella sua storia plurimillenaria si è abbattuto sull'abitato attorno al porto   falcato, la cieca falce ha mietuto quanto vedeva ma, ciò malgrado, la vita è   tornata ognora a rifiorire.

Paradossalmente il   mito delle origini ripetuto nell'arco dei secoli, quasi come un ritmo   ancestrale, incalzante, pare voglia segnare la vita della città dello   Stretto. Luogo del paradosso, sede privilegiata della leggenda di Scilla e   Cariddi, in un territorio segnato dalla presenza di Vulcano, Eolo, dei   Ciclopi e dei Giganti come Orione, altro ecista della nostra città, che con   grossi blocchi consolida la falce che difende il cerchio d'acqua del riparo   ai naviganti. Cronos, Orione, entrambi collegati alla nascita del porto.

Zanclon la falce, Zanclo   altro fondatore di quella che, con la venuta dei greci dalla Calcide, diviene   la città di Zancle. Una narrazione complessa quella delle origini, una   narrazione che risale alla preistoria, prima che Omero rendesse famose le   nostre perigliose acque abitate da fascinose femmine anch'esse divoratrici di   uomini come Cronos.

In verità, tale mito   fondante trova un reale riscontro nell'analisi che il geologo oggi conduce   alla ricerca delle origini di questo molto particolare sito della riva   occidentale dello Stretto. Dalle foci dell'Alcantara, al limite meridionale   della catena peloritana, sino a giungere alla spiaggia del Faro, la costa   jonica non presenta la possibilità di riparo se non a ridosso dei Capi di   Taormina, S. Alessio, Alì e Scaletta, sia pure in condizioni di evidente   precarietà.

II porto di Messina   di contro offre e soprattutto offriva in passato un riparo sicuro al   navigante, che ancor più apprezzava i vantaggi del nostro scalo se si ricorda   la particolarità delle acque dello Stretto, temute sin dal tempo degli   argonauti. Un porto naturale ampio e protetto dai venti di traversia, un vero   dono della natura a quanti solcavano queste acque perigliose provenendo da   ogni parte del Mediterraneo. Da ciò la fortuna e la fama del porto falcato   che per le sue specificità sembrava opera primordiale di un dio, poi ancor   meglio sistemato da un gigante come Orione. Ancora nel XVIII secolo veniva   reputato il porto più ampio, più agevole e più sicuro dell'intero mar   Mediterraneo. A tanta fama certo concorreva l'architettura dei palazzi che a   schiera ne cingevano la porzione sud occidentale.

Era quello il "Teatro   marittimo" che, con unico disegno ed in pietra bianca, accoglieva i   viaggiatori al loro giungere a Messina. Tralasciando il pur fascinoso mito   della fondazione ed esaminando i dati stratigrafici raccolti negli scavi che   in tempi recenti hanno indagato il sottosuolo del centro storico della città,   si hanno oggi gli elementi che consentono la ricostruzione dei modi e dei   tempi in cui si è formato questo tratto di costa. Nella parte settentrionale   dei Monti Peloritani, là dove questi si contrappongono al massiccio   aspromontano lasciando in mezzo la via d'acqua che costituisce lo Stretto di   Messina, la base delle colline che declinano verso Capo Peloro si allarga in   una pianura, la più vasta di questo versante della catena.

A partire da sud, da   Capo Scaletta, proprio là dove inizia oggi il territorio metropolitano, la   fascia costiera si allarga progressivamente, insinuandosi nelle brevi valli   che, quasi con ritmo cadenzato, ne caratterizzano l'andamento morfologico. II   massimo dell'ampiezza, pur sempre relativa, si raggiunge nella pianura a sud   del porto, tra il torrente Gazzi e la foce del Camaro. Questi due corsi   d'acqua possono in un certo senso considerarsi gli artefici di quel cerchio   d'acqua che ancor oggi offrono tranquillo riparo a chi va per mare. Qui, nel   corso del tempo, sono giunti con le continue alluvioni quei materi2 su cui   poggia l'abitato peloritano e qui braccio di terra ritenuto opera di Cronos o   Saturno. Qui la stratigrafia restituisce le fa di formazione in un   susseguirsi di livelli di sabbia, ghiaia o ciottoli che negli ultimi   quattromila anni si sono accumulati sino raggiungere spessori che normalmente   aggirano attorno ai dieci metri.

All'apporto cospicuo   e costante di torrenti si è accompagnata l'azione delle correnti marine che   con la nota energia hanno distribuito questi materiali alluvionali lungo la   fascia costiera anche in funzione dei movimenti contrapposti di "montante"   e ""scendente". Ancor oggi cadenzato secondo ritmi   consolidati, proprio all'esterno della falce del porto si forma il cosiddetto   "Garoffalo", evidente nell'incresparsi della superficie del mare in   conseguenza del gioco delle correnti. Probabilmente, dove oggi si inarca il   "braccio di S. Raineri", vi erano degli scogli costituiti   dal substrato della struttura micascistica dei Peloritani che qui   riaffiorava.

Grazie pure alla   presenza di acque di falda che favorivano l'aggregazione di sabbie e ghiaie   si è giunti alla formazione di spesse bancate di "puddinghe" già   utilizzate per cavarne pietre da macina o materiale da costruzione, ma che   hanno costituito la base attorno alla quale si è andata consolidando la   falce. Quindi una formazione relativamente recente quella del porto di   Messina che va collegata alle caratteristiche ed alle dinamiche del   territorio circostante come pure ai particolari fenomeni meteomarini   peculiari dell'area dello Stretto.

Esemplificando si   può affermare che gli abbondanti materiali alluvionali trasportati a valle   dai torrenti a sud dell'attuale porto venivano poi distribuiti in direzione   nord dall'azione del mare, sino a giungere, nel corso di un'azione durata   millenni, a ciò che oggi vediamo e cioè un braccio di terra che staccandosi   dalla pianura cinge un ampio cerchio d'acqua, lasciando un comodo varco a   nord-ovest. Di questo porto naturale posto quasi al termine della riva nord   orientale dell'Isola (Lat. N. 38° 11'32" e Longit. G.W. 15° 34'34' )   sono di circa 80 ettari di acque interne al braccio di terra che si conclude   con il Forte del SS. Salvatore cui segue l'ingresso di circa 400 metri di ampiezza.

Tale apertura lo   rende marginalmente esposto ai venti del I quadrante di greco e levante. I   terreni del Braccio di S. Raineri, esclusi quelli di pertinenza della Marina   Militare, assommano a circa 320.000 mq.. La marea si alza in media 20 cm. ma   nelle sigizie raggiungono anche i 70 cm. d'altezza, tale fenomeno si   manifesta in occasione del plenilunio e del novilunio, solitamente attorno al   mezzogiorno.

Dal libro "Il   Porto di Messina dagli argomenti ai croceristi" di Franz   Riccobono edito da Skriba

Si ringrazia   Franz Riccobono e l’editore per l’autorizzazione