Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
rfodale

rfodale

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Taormina,Me. Valorizzazione della cinematografia internazionale ma anche valorizzazione delle professionalità siciliane: questo uno degli obiettivi di Videobank in seno al Festival del Cinema  di Taormina 2020. Bei nomi legati al Cinema del calibro di Francesco Calogero e  del il notissimo Gullotta legato al Cinema ed al Teatro

Videobank organizzerà le edizioni 2020-2022 del TaorminaFilmFest.

Leo Gullotta, Francesco Calogero e Francesco Alò compongono il Comitato artistico, che riporta il Concorso internazionale alle origini con le opere prime e seconde.

      

Taormina Film Fest e Videobank S.p.A. nuovamente insieme per il prossimo triennio, sotto l’egida della Fondazione Taormina Arte Sicilia e dell’Assessorato Regionale del Turismo dello Sport e dello Spettacolo guidato dal Dott. Manlio Messina,  per continuare a scrivere la storia di uno dei festival cinematografici internazionali più longevi e prestigiosi d’Europa. Il fortunato sodalizio rinnova la passione, l’impegno e naturalmente le ambizioni al termine di un florido biennio che – per la prima volta in una travagliata decade – ha attestato i risultati di merito di una lungimirante gestione, rispettosa della storia dell’evento. Varcata la soglia delle sessantacinque primavere del festival, l’azienda leader nelle telecomunicazioni e nel broadcasting video riparte, infatti, con un’edizione che si ispira alla tradizione del passato ma che si proietta fermamente al futuro, con una guida sicura verso il conseguimento di ulteriori e duraturi successi.

cartolina rossa 1

            La 66ª edizione, che avrà luogo dal 28 giugno al 4 luglio 2020, vedrà l’operato di un Comitato Artistico – già al lavoro nella programmazione – inquadrarsi nel solco della valorizzazione degli unici storici appuntamenti taorminesi e dell’istanza “filologica” già intrapresa dalla produzione presieduta dal general manager Lino Chiechio e dall’amministratore unico Maria Guardia Pappalardo. A dirigere il festival con il consueto entusiasmo Leo Gullotta, vincitore di 3 David di Donatello e 4 Nastri d’Argento, icona siciliana nel mondo appena reduce dal doppiaggio di Joe Pesci in “The Irishman” di Martin Scorsese e dal travolgente successo di acclamate tournée teatrali. È invece un ritorno alle origini per il regista Francesco Calogero – storico collaboratore del festival, già organizzatore delle retrospettive e curatore del catalogo sotto la direzione artistica di Guglielmo Biraghi e Sandro Anastasi, poi anche conduttore degli incontri con gli autori nelle successive edizioni dirette da Enrico Ghezzi – al quale sono affidate le categorie competitive della Selezione Ufficiale. Sarà quindi Francesco Alò, dal 2002 firma per Il Messaggero, incontrastato e autorevole protagonista delle video-recensioni sul web per BadTaste.it, a farsi carico dei titoli che ineriscono al “nuovo corso” dell’audiovisivo, dalle amatissime serie tv delle più celebri piattaforme e i loro protagonisti ai blockbuster che ogni sera popoleranno il Teatro Antico, al pari degli oltre 3.000 spettatori che il 5 luglio scorso hanno assistito al debutto di “Spider-Man: Far From Home” di Jon Watts.

            E, sempre nell’ottica di una “opération vérité”, è una precisa scelta editoriale quella di voler tornare a riservare la principale delle categorie competitive internazionali alle opere prime e seconde come quando, nel segno di una fortunata e memorabile epoca festivaliera, proprio a Taormina, nel ’73, veniva premiato il debutto cinematografico di Steven Spielberg con “Duel” (senza dimenticare quelli di Robert Rodriguez con “El mariachi”, di Luca Guadagnino con “Qui” e le innumerevoli novità proposte nella Settimana del Filmnuovo). Si rinsalda così il legame tra la nobile tradizione dell’evento e il rinnovato appuntamento che – ritrovata l’opportuna competitività e continuità – non si alimenta esclusivamente di ricordi ma, valorizzando il territorio e con ampia visione strategica, prosegue la sua inarrestabile crescita su un piano eminente, sempre al centro della programmazione cinematografica e della filiera festivaliera.

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Messina.Il CAI Messina presenterà alla Chiesa di Santa Maria Alemanna il programma delle attività sociali,  vedasi locandina  per il convegno del 18 gennaio ore 10.

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo -


Messina. Teatro Vittirio Emanuele. Da non perdere: adattamento teatrale di Geppy Gleijeses
dal film e dal romanzo di Luciano De Crescenzo

e con
Nunzia Schiano, Salvatore Misticone, Vittorio Ciorcalo, Patrizia Capuano
Gianluca Ferrato, Elisabetta Mirra, Gregorio De Paola, Agostino Pannone
Adriano Falivene, Brunella De Feudis

scene Roberto Crea
costumi Gabriella Campagna
luci Luigi Ascione
musiche Claudio Mattone
regia Geppy Gleijeses

produzione Gitiesse Artisti riuniti e Best Live

Dopo qualche tentativo infruttuoso fatto in anni passati di adattare per le scene il mitico film/romanzo saggio “Così parlò Bellavista”, Alessandro Siani, stimolato da Benedetto Casillo (il vice sostituto portiere) si appassiona all’ idea e decide di varare il progetto. Dopo aver vagliato alcune ipotesi giunge con Luciano De Crescenzo alla conclusione che la migliore soluzione per la realizzazione dell’idea sia affidarla a Geppy Gleijeses: “Sulo tu ‘o può ffà!”. Ma Geppy, seppur lusingato dalla “investitura”, è costretto a rinunciare, anche perché stretto tra gli impegni di “Filumena Marturano” e “il Piacere dell’Onestà” entrambi con la regia di Liliana Cavani. Ma Alessandro non demorde, annulla la tournée prevista per la passata stagione e bussa nuovamente alla porta di Geppy: “E mò come ti metti?”. Nasce così lo spettacolo teatrale Così parlò Bellavista, diretto e adattato da Geppy Gleijeses, prodotto da Alessandro Siani e Sonia Mormone (Best Live) e Geppy Gleijeses (Gitiesse Artisti Riuniti ), con Geppy - che nel film interpretava il ruolo di Giorgio - nel ruolo di Bellavista e un gruppo straordinario di attori napoletani: Marisa Laurito, la migliore amica di Luciano ed eterna Miss Simpatia, sarà la moglie di Bellavista, Benedetto Casillo, l’unico nel ruolo che interpretò nel film, Nunzia Schiano, grande caratterista napoletana, e ancora Salvatore Misticone, Vittorio Ciorcalo e tanti altri, con la partecipazione di Gianluca Ferrato nel Ruolo di Cazzaniga, il direttore dell’Alfasud. La scenografia di Roberto Crea riprodurrà la facciata del grande palazzo di via Foria dove fu girato il film. Le musiche saranno quelle originali di Claudio Mattone e verrà dato grande rilievo allo storico coautore di quel film: Riccardo Pazzaglia. Per festeggiare i 90 anni di Luciano De Crescenzo i promotori hanno pensato a un debutto nel più bel teatro del mondo, il teatro della sua città, il San Carlo di Napoli. La Sovrintendente Rosanna Purchia ha sposato con entusiasmo l’idea, il Comune di Napoli ha concesso il suo Patrocinio Comune di Napoli e la Regione Campania ha fortemente voluto sostenere l’iniziativa che celebra un film di culto (il coautore è l’indimenticabile Riccardo Pazzaglia), un romanzo venduto in tutto il mondo e il suo autore, il cui genio non sempre è stato riconosciuto nella misura che meritava. Ma, come dice Bellavista:” Si è sempre meridionali.

Piccoli affreschi di una bellissima Napoli degli anni 80. Così si potrebbe definire la commedia tratta dall’omonimo romanzo e dal film di Luciano De Crescenzo.
Il professor Bellavista (interpretato da Geppy Gleijeses), affiancato dalla goliardica moglie (Marisa Laurito), trascorre serenamente la sua vita da pensionato intrattenendo i condomini con lezioni sugli antichi filosofi. Ma l’idillio verrà presto guastato dall’arrivo del sig. Cazzaniga che, milanese direttore d’azienda, irrompe con le sue regole in contrasto con le abitudini del professore. Ad aggravare la situazione, giunge la notizia che la giovane figlia di Bellavista è in dolce attesa ma, senza un’adeguata sistemazione lavorativa e il pizzo a stroncare ogni piccolo slancio imprenditoriale, la vita del nostro protagonista sembra essersi trasformata in un vero incubo. Sarà infine un fortuito incidente in ascensore a risolvere le sorti della famiglia Bellavista, regalando agli spettatori un lieto fine ricco di umanità che trova, proprio nelle persone verso cui siamo più diffidenti, i veri amici.

Teatro Vittorio Emanuele:
Venerdì 10 gennaio 2020, ore 21:00 - Turno A
Sabato 11 gennaio 2020, ore 21:00 - Turno B
Domenica 12 gennaio 2020, ore 17:30 - 

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Messina. Come ogni anno, ritorna sul palcoscenico il Pilone d' Oro, tra musica arte moda e cultura. Ore di spettacolo di sano intrattenimento.

Appuntamento al Palacultura di Messina Viale Boccetta venerdì ore 19:00 (vedasi locandina).

 

-Di Giuseppe Messina-

  

   La contrada che mi ha dato i natali è antica tanto che quando godeva di grande splendore non vi era BarcellonaPozzo di Gotto e neppure Barcellona, ma case sparse in distanti rioni. Certamente Gala, oltre che per il “greco latte”, a se conquistò l’appellativo per la bellezza e l’allegria festante, per i lussureggianti profumi di ginestra, zagara e alloro, ma anche per il ciliegio, l’albicocco, il nespolo, il fico, lo zibibbo e il vino di “Casteddu” (Castello) nonché per gli ulivi in abbondanza, per cui quattro grandi frantoi. Chiare immagini tra i meandri della memoria: L’antica, grande pietra circolare, per me bambino, era enorme, gigantesca, e m’incantavo nel vederla girare trascinata dal bue sotto il giogo; robusta trave, quel giogo, infilata al centro del disco di pietra che notte e giorno macinava olive, con brevi pause solo per il pranzo e la cena, spesso posticipati. Dalla spremitura sotto il torchio l’olio scendeva copioso, dorato e lucente con riflessi verdastri, ed era una delizia versarlo sul pane caldo fumante appena sfornato. Adesso sono rimasti in due i frantoi e non vi sono più le macine monolitiche; chi vuole vederne una di quelle può andare al museo “Cassata” in contrada Manno nella stessa Barcellona Pozzo di Gotto. Oggi i frantoi sono meccanizzati modernamente, però l’olio della contrada è sempre uno dei migliori, e non solo l’olio. Ha certamente un fascino particolare fare un giro per l’antica Gala, incontrarsi con qualche amico, non soltanto perché ci si ritrova circondati da agrumeti, non solamente perché vi sono delle ottime pietanze, del nettare che gli uomini chiamiamo vino, non solo per tutto questo, ma anche perché Gala è uno dei siti su cui sorgeva, fin dal settimo secolo uno dei più importanti monasteri dei Padri Basiliani, del quale si possono ancora ammirare i resti; maestoso edificio costruito proprio nel posto in cui i greci avevano innalzato un colosso di marmo bianco rappresentante una divinità pagana, forse Mercurio visto che da sempre vi è la via principale che percorre tutto il paese che porta lo stesso nome del messaggero degli dei, ma poteva rappresentare benissimo Diana dal momento che tuta la contrada era, come potremmo dire oggi, sotto l’egida della dea della caccia. Proprio in questo monastero fu sepolto Simone il normanno, morto all’improvviso nel 1105; egli era figlio del conte di Sicilia Ruggero Bosso di Hauteville, certamente, si può dire, fautore del regno di Sicilia. Però non vi era soltanto quella di struttura importante, vi erano e, per certi versi, vi sono ancora la fortificazione “Mollica”, conosciuta come “Torre Mollica”, “Torre Kappa” e “Torre Sipio” del XVI secolo. Vi è certamente quanto basta per farci scoprire il passato, ma vi è anche tanto per far capire gli errori degli uomini che non hanno saputo salvaguardare le testimonianze delle nostre radici. Per dirla con le parole dello storico Filippo Rossitto: “Barbari coloro che per surrogarvi il nuovo cattivissimo devastarono il bello antico”. Non occorre alcun commento a quanto il Rossitto afferma, ma si deve richiamare l’attenzione di chi di dovere su quanto resiste del patrimonio culturale barcellonese, proprio là dove, inconfutabilmente, vi sono ancora le radici della nostra storia. Testimonianze storiche, ma non solo; su questi luoghi aleggia il mito, la leggenda: nella mente riecheggiano ancora i racconti dei vecchi che sembrava sapessero tutto del mondo, tutto del mito e del mistero. Avevano il potere di farci vedere “A ciocca chi puddicini d’oru sutta a Petra Rossa” (La chioccia con i pulcini d’oro sotto la “Pietra Grossa) che si trova sul lato Nord della strada che da S. Paolo porta a Gala, proprio dove parte la via che conduce a Migliardo; “U tesoru di saracini sutta a Turri di Sipiu” (Il tesoro dei saraceni sotto la Torre di Sipio. e tant’altro dello stesso sapore fantastico. Un racconto in particolare, fattomi da mio padre, mi è caro, quello del “Superbo gigante Longano, punito da Giove, trasformato in fiume” di cui narro l’intera vicenda nel mio poema “Odissea ultimo atto”. Racconti, dunque, narrazioni di gente semplice che sicuramente non raccontava per darsi importanza, no di certo, ed è per questo che riuscirono a rendere importanti questi luoghi agli occhi del bambino che ero. Racconti fantastici, alcuni, certamente, inventati, a cui voglio credere ancora come fossero fatti reali, fatti che aiutano a crescere nel cuore e nella mente.

   Oggi questo paese è abbandonato a se stesso, la bella architettura rurale è cadente, gli antichi monumenti architettonici sono soltanto dei ruderi, quasi sembra incredibile che Gala possa essere stata il centro culturale più importante di tutto il comprensorio. Ma come e perché sia potuto diventare tale? Molti se lo chiedono. A questo proposito c’è da dire che da sempre Gala è stato un luogo interessante, fin da quando arrivarono in Sicilia i primi coloni greci, infatti non potevano che essere stati loro ad imporre il nome al luogo. Qualcuno potrebbe chiedere per quale motivo i greci si sarebbero dovuti innamorare di quella contrada. La risposta non potrebbe essere più semplice: per la grande quantità di latte che ivi si produceva e per gli stessi prodotti del latte, ma anche per la quantità e soprattutto per la qualità, la purezza, la freschezza dell’acqua di sorgente. Assieme a tutto questo c’era anche il motivo strategico: Gala è situata in alto di fronte e distante dal mare su cui si stagliano le meravigliose isole Eolie, ma è anche ben riparata alle spalle dalle alte colline. Evidentemente per gli stessi motivi, i romani fortificarono la zona dove, guarda caso, proprio sulla stessa fortificazione, a meno di trecento anni dopo l’avvento della cristianità ufficiale proclamata da Costantino il grande, un gruppo di monaci di rito greco, andò a costruire un monastero. Da quando si insediarono a Gala, i monaci basiliani, vi rimasero fino al 1799 per trasferirsi poi a Barcellona in contrada Fai, oggi quartiere dell’Immacolata, nel nuovo monastero dal momento che quello di Gala era diventato pericolante a causa di un forte terremoto. Ma andiamo per ordine. Risulta dalla tradizione e poi dalle antiche carte che i monaci di San Basilio hanno avuto dimora nel territorio barcellonese fin dall’anno 600 quando vi si stanziarono , sulle terre della famiglia degli Anici di cui papa Gregorio I Magno, e, come si è detto, costruirono il monastero con annessa chiesa in stile bizantineggiante nella zona più alta del villaggio greco di Gala. Durò 12 secoli la permanenza dei basiliani in Barcellona, quindi subirono la dominazione degli arabi dai quali non ebbero vita facile, ma neppure particolari fastidi, anzi sembra che furono rispettati per la loro cultura, per la vita che conducevano e per la beneficenza che erano soliti fare a tutti senza distinzione di religione o colore della pelle. Comunque riuscirono a superare le non poche avversità fino all’avvento dei Normanni. Fu proprio il conte Ruggero, come risulta dagli atti, a decidere dopo aver espugnato Messina dai Mori nel 1060 che, tra i templi sacri, fosse ricostruito l’antichissimo tempio della “Genitrice di Dio” nel villaggio di Gala e, dotato di feudi, affidato ai monaci basiliani. Ma il conte non vide mai realizzato il suo progetto. Furono la moglie Adalasia e il figlio Simone che nel 1104 realizzarono quanto desiderato dal conte Ruggero. I monaci basiliani diedero lustro a tutto il comprensorio con la loro cultura, con il loro insegnamento del greco, del latino e delle belle arti, fino al 1865, quando, dopo la soppressione del monastero, furono costretti a disperdersi.

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Parigi.Selezioni in corso, per aderire alla prestigiosa  mostra di Parigi, al centro culturale cinese, un centro di prim'ordine ordine, in cui artisti francesi, iraniani ed italiani presenteranno le loro opere. Vanecha ROUDBARAKI  sarà  direttrice artistica dell' evento, ospite d'onore, alla mostra organizzata dall' accademia euromediterranea delle arti, per il  centro di cultura cinese, diretto da Ken Wen, al centro di Parigi. La mostra dal 10 al 18 febbraio 2020, avrà il suo vernissage il 12 febbraio ore 18.30, alla presenza della sottoscritta, critico e dello staff dell' accademia euromediterranea delle arti e di numerosi simpatizzanti. La mostra sarà aperta a soli 10 artisti. Hanno aderito 

Riccardo Musumeci, Giuliana Calì, Valeria Sgroi, già  presenti all' estero con le loro opere, a Bruxelles, presentati con notevole successo, in una galleria chic della capitale, dalla stessa accademia euromediterranea delle arti che propone la mostra a Parigi . Inoltre, tra i francesi, ha aderito la nota pittrice Lydia Canclaux...

Per la selezione scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.    e   a

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Tel +393427634086 watsApp.

Il costo, eccezionale, a sostegno della segreteria organizzativa e dei servizi, è  di soli euro 280  (con due opere), per spese di gestione servizi. 

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Si intitola “Il venditore di uova rotte” il nuovo romanzo di Clemente Cipresso che verrà presentato alla Biblioteca “Prof. Riccardo di Maggio”di Guardia, Acireale Venerdì 10 gennaio alle ore 17:00 nell’ambito della rassegna “Incontro con l’autore 2020”. Introdurrà l’incontro la Dott.ssa Antonella di MaggioResponsabile della Biblioteca Parrocchiale. Per i saluti istituzionali ci saranno il Dott.Fabio Manciagli, Assessore alla Cultura del Comune di Acireale e l’Avv.Mario di Prima,  Assessore degli Affari Istituzionali del Comune di Acireale. Dialogheranno con l’autore la Dott.ssa Valeria BarbagalloPresidente dell’Associazione Culturale Viva Voce e il Dott. Giuseppe Catalfo Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Leggerà parti del libro Elisa Giuffrida. 

Clemente Cipresso lavora come Responsabile della Piattaforma “High-Frequency Ultrasound and Photoacoustic Imaging” del Center for Advanced Preclinical in vivo Research – CAPiR presso l’Università di Catania. E’ giornalista pubblicista presso l’Ordine dei Giornalisti della Regione Campania. Recentemente insignito dell’onorificenza di Accademico di Sicilia “Per aver contribuito con le sue opere e il suo talento a mantenere vivo lo spirito del territorio, dando nuovo impulso alla cultura, alla dottrina e alle tradizioni.”

- Di Giuseppe Messina -

 

Gli uomini di cultura e i mezzi di comunicazione di massa devono essere un binomio inscindibile, un unico strumento corresponsabile, operante in sinergia con associazioni socioculturale, in un patto sentito, senza interessi di parte, senza paura di ricercare ed attestare la più scomoda verità, per riscattare la parte migliore della società ed indirizzare i giovani in un futuro di lealtà dove la criminalità, il malaffare non possano trovare umus vitale”.

   Era il sabato del 4 gennaio del 1997 quando pronunciammo con convinzione e forza la suddetta frase, in occasione della manifestazione indetta per il diciassettesimo anniversario dell’istituzione del “Movimento per la Divulgazione Culturale” di Barcellona Pozzo di Gotto, consci di quale indispensabile parte può e deve avere la cultura per la crescita e la moralizzazione della società.

   Naturalmente pensavamo, come vorremmo pensare ancora, che nella categoria degli uomini di cultura dovrebbero essere inseriti anche i giornalisti, tutti i giornalisti. Purtroppo stiamo vivendo una grande delusione dal momento che questi sono rarissimi ed in fase di estinzione. Nessuno si scandalizzi: sono i fatti che portano a tele convinzione. Molti giornalisti non sono degni di questo tradizionale, nobile appellativo. Personalmente non chiamo più giornalisti quelli che un tempo erano così intesi: chiamo divulgatori di verità quelli che un tempo erano indicati come veri giornalisti, mentre definisco mistificatori, storpiatori ed uccisori della verità tutti gli altri ovvero quelli senza dignità, senza rispetto neppure di se stessi, che scrivono e riportano le verità convenienti ai loro datori di lavoro infamante: Spregevoli individui che agiscono con disprezzo per le pochissime basilari regole della nobile arte giornalistica. Per quest’ultimi lo scopo del giornalismo non è quello di concorrere alla formazione della coscienza critica di ogni cittadino, perciò non interessa loro perseguire la verità, ma la deformazione dei fatti.

COLLEZIONE I SICILIANI

   Scriviamo questo oggi, nella ricorrenza del 36 anniversario del barbaro assassinio di Giuseppe Fava, il giornalista fondatore del giornale i Siciliani, morto per avere rispettato quelle poche regole perseguite dai veri giornalisti. E ci piace ricordare ancora una volta proprio Pippo Fava come facciamo da anni.

   Seguivamo Pippo Fava da tempo. Non avevamo mai avuto dubbi; egli rappresentava un uomo particolare, un esemplare ineccepibile di intellettuale a tutto tondo. Quasi unico nel panorama della cultura siciliana e non solo siciliana. All’inizio ci stupiva il suo coraggio di dire, di scrivere, poi abbiamo fatto l’abitudine, anzi ci saremmo meravigliati nel caso in cui, per un qualsiasi motivo avesse cambiato stile. Ma Pippo Fava non cambiò mai. Lui cercò di cambiare gli altri, con i suoi esempi di coraggio, di coerenza, d’impegno sociale e culturale, sfidando chi, un giorno o l’altro, gli avrebbe potuto dare la morte, e la morte arrivò, a tradimento, da esseri spregevoli, infami, indegni di essere catalogati nell’umana razza.

   Era caduto in trappola. L’avevano fregato. Con la complicità di  ciò che egli tanto amava: il suo lavoro di ricercatore di verità, il suo impegno sociale, la sua onestà, il suo essere uomo di cultura. Probabilmente, anzi sicuramente se non fosse ritornato in Sicilia, se non avesse accettato la direzione de “Il Giornale del Sud” la sua vita non sarebbe finita in quella atroce maniera. Ma la tentazione fu molto forte, e poi come si fa a non desiderare di ritornare e mettersi a servizio della propria gente? Era veramente straordinario, ma se ci fossero ancora dubbi per capire chi era e come la pensava basta leggere la risposta data ad un lettore nella “Rubrica  delle lettere al Direttore” de “Il Giornale del Sud” dell’11 ottobre del 1981 con la quale, tra l’altro dice:

   “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia. Impone ai politici il buon governo.

   “Se un giornale non è capace di questo si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali; ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!

   “Ecco lo spirito del Giornale del Sud è questo! La verità! Dove c’è la verità si può realizzare giustizia e difendere la libertà! Se l’Europa anni trenta – quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti  per  riconquistare una libertà che altri,  prima di loro,   avevano

ceduto per vigliaccheria”. Etc…

   Il giorno dopo la proprietà della testata giornalistica lo licenziò!

   Da quel momento in poi Pippo Fava diventava un uomo “toccabile”. Ciononostante egli poteva ancora salvarsi, ma certamente avrebbe dovuto rinunciare a ciò in cui credeva, a ciò per cui agiva a ciò per cui, tra l’altro, viveva. Rinunciare dunque, ma rinunciare sarebbe stato un atto di vigliaccheria. No, il suo impegno socio-culturale, il suo credo, il suo essere escludeva un simile atteggiamento. Pippo Fava era deciso, e adesso sappiamo a quale costo, a continuare ad andare avanti seguendo la sua scrupolosa regola dettata dalla rettitudine morale, dal suo coraggio, un bisogno irrinunciabile dell’anima, per il suo vivere e per il suo morire.

   A questo punto, l’uomo irriducibile, a qualunque costo, decise di fare da sé un giornale. Un giornale a sua immagine e somiglianza.

   Nel 1980, Pippo Fava aveva pubblicato “I siciliani” per l’editore Cappelli di Bologna, un volume sanguigno; una vera e propria inchiesta sulla Sicilia realizzata dalla sete di conoscenza e di far conoscere; un lavoro certosino: la sua penna diventa un bisturi che affonda con coraggio e senza reticenze per raccontare meraviglie, vizi, virtù, difetti, malignità, splendore, bellezza, violenza, buffoneria, crudeltà, imbecillità, generosità di gente, buona, cattiva, presuntuosa arrogante, prepotente, amabile, intelligente, ottusa, testarda, orgogliosa, che non ha mai voluto intendere di essere un popolo e come tale comportarsi negli interessi di tutti e non nella meschinità del singolo. Sì, Pippo Fava in quel libro bellissimo racconta ed evidenzia anche questo: l’egoismo, a volte meschino, dei siciliani ciascuno dei quali ha la presunzione di poter fare tutto da solo e anche di poter lottare senza l’aiuto dell’altro e pertanto accade che spesso “più egli ha talento più egli diventa un uomo solo” anche perché, quasi sempre, è lasciato solo. Sicuramente lo spunto gli venne da questo libro quando cercò come chiamare il suo giornale. Così nacque “I Siciliani” che personalmente non abbiamo considerato come tale né come rivista mensile: per noi del “Movimento per la Divulgazione Culturale” di Barcellona Pozzo di Gotto quello era un organo di stampa particolare, formato A4; era un volume d’inchiesta, di verità al servizio di chi voleva la rinascita prima di tutto della Sicilia, ma non solo della Sicilia. Quel formato, quel taglio, quell’impostazione erano quelli di un libro destinato a non essere considerato come il “vecchio giornale del mese scorso”. Era chiaro: quell’organo di stampa, ancora per noi tanto caro, era concepito, fatto per essere consultato ancora oggi da chi ama la ricerca, la dietrologia. Pertanto non finiremo mai di ringraziare Pippo Fava, quell’uomo multiforme che certamente volava tanto più alto di chi già alto volava. Come lui, per certi versi, c’era stato soltanto colui che abbiamo più volte definito “Il profeta del XX secolo” Pier Paolo Pasolini.

Calendario

« Febbraio 2020 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29