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Antonio Cattino “Rime peloritane”

- di Maria Vadalà -

“Rime Peloritane” è una corposa silloge poetica di Antonio Cattino, IX volume della collana “Florilegio” a cura di Maria Grazia Genovese, recentemente presentata presso la Biblioteca regionale universitaria “Giacomo Longo” di Messina. Il Prof. Giuseppe Rando nell’introduzione ha definito Cattino “un poeta autentico, che della poesia fa lo strumento espressivo privilegiato per dare vita ai sentimenti, ai sogni…”. Il poeta messinese è vice presidente dell’Associazione Cenacolo Culturale Hortus Animae, ha al suo attivo molte pubblicazioni che hanno ricevuto lusinghieri riconoscimenti dalla critica. La raccolta di liriche è divisa in sei parti, nella prima “Fra amore e amicizia” l’autore manifesta una profonda riflessione interiore, sembra un colloquio dell’anima con se stessa alla ricerca di un quid non ben definito “…L’amore è respiro d’anima, vive del sogno come d’aria la vita”. La struttura dei versi è sostenuta dalla ricerca accurata delle espressioni che enfatizzano i valori fonici delle parole e le suggestioni intime. L’artista volge il suo pensiero al tema dell’amore e dell’affetto, così affiorano malinconici tanti momenti dell’infanzia e della giovinezza ormai lontana. La seconda sezione focalizza “Il doloroso cammino della civiltà” varie sono le tematiche sociali trattate: le foibe, la shoah, la violenza sulle donne e sui bambini, gli sbarchi dei migranti “Se c’è quel Dio che il tuo cuore agogna, oh uomo che rincorri ogni speranza per uscire dalla solitudine infernale…sicuramente è lì, a Lampedusa…” e nell’immenso mare di queste tragedie vagano i dubbi religiosi del poeta. Nella terza sezione “Il tempo del Coronavirus” sono presentate le nostre odierne solitudini forzate dal lockdown, che purtroppo dobbiamo ancora subire per un tempo indefinito nella speranza che “il male che tanta morte ha seminato si diradi; che l’umanità ritrovi il senso della pace”. Nella quarta sezione “Fra Terra e Cielo, nel tempio del Tempo” il poeta volge lo sguardo all’immenso manto celeste, cercando invano risposte ai tanti dubbi che assillano il suo animo “Questo cielo grigio, denso, pesate, brumoso…mentre io cerco il sole che asciughi il dolore…”. Nella quinta sezione “Rime sparse, giorni e tempi” le liriche evocano voci segrete e remote che rivelano una mestizia che talvolta si trasforma in angoscia. Drammaticamente è vissuto l’inesorabile trascorrere del tempo che continua il suo cammino senza indugi “Lo scorrere del Tempo, lento, implacabile testardo…mentre i giorni vanno nel camino di un freddo fuoco che l’anima consuma”. Il senso della caducità della vita ed il dolore che nasce dalla fragilità delle illusioni enfatizzano la tristezza dell’animo. La voce del Tempo non rappresenta più il tempo reale, ma si trasforma in una forza misteriosa che spinge l’artista ad abbandonarsi in un’atmosfera surreale “Il mio grido scivola veloce sul mare increspato, verso l’orizzonte che turbato si ritrae e mi ritorna in gola, quel grido, grave fardello di giorni perduti”. Nell’ultima sezione “Messina, il Peloro e lo Stretto” la bellezza della città si staglia nitida nei versi che rappresentano l’inno d’amore del poeta “… guardo incantato i vari rosa del cielo, le nubi infuocate, il fuoco del mare calmo dello Stretto, che nasconde arcani misteri... mi confondi e mi togli il respiro…”. Purtroppo non si possono dimenticare le terribili immagini del terremoto, la tristezza per le tante famiglie costrette ad emigrare “Banchine del porto stracolme…abbracci che sanno di sale bagnato da lacrime amare…Cesoia di vite, distacco, ancora l’America chiede un nuovo tributo di vite”. Le tante amarezze e le delusioni, però, non potranno mai cancellare il fascino e l’incanto di questa città ed il poeta porterà sempre nel cuore i suoi versi che sgorgano spontanei incisi “su carte intrise di scirocco e di zagara odorose, scritte con gli inchiostri dell’anima”.

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