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La devozione alla Madonna della Lettera non ha origini recenti come si potrebbe pensare.  Sicuramente i messinesi, fino al ‘400, veneravano come Patrona S. Maria della Scala. Il culto della Lettera si affermò nel 1716, quando il monaco basiliano Gregorio Arena portò a Messina una traduzione di un codice arabo della presunta lettera di Maria ai Messinesi, inviata con San Paolo per propagare la fede Cristiana.

Da allora la Madonna della Lettera assunse il ruolo di Patrona e  la sua festa si celebra il 3 giugno di ogni anno.

Era uso nel 1700 portare in processione, oltre alla reliquia  del Capello, anche il quadro con il ritratto della Madonna (donato alla delegazione che andò a trovarla in Palestina), con la Manta d’oro. Il quadro andò distrutto nell’incendio del 1254, durante i funerali dell’imperatore Corrado IV. L’attuale è una copia del precedente, e, solo il 3 giugno, è coperto con la Manta d’oro, ma  non è più in uso portarlo  in processione.

La festa in se stessa non ricalca quelle di Reggio Calabria, Catania o Palermo, non è una festa di popolo come quella della Vara, si riduce alla mera processione lungo il Corso Cavour, Via Tommaso Cannizzaro, Via Garibaldi, Via Primo Settembre e rientro in Cattedrale. Un percorso di circa 3 km. con tutte le Confraternite della Diocesi nei loro sai tradizionali, che sfilano tra due ali di fedeli.

Non ci sono festeggiamenti, manifestazioni collaterali o fuochi pirotecnici. E’ una festa che andrebbe rivalutata nel modo giusto, portandola nei quartieri della città,  anche con il quadro della Madonna con la Manta d’oro. In sintesi, bisognerebbe ripristinare la tradizione del ‘700 che voleva anche la costruzione di una galea in legno, a spese della Curia, che era abbellita ed arricchita da banderuole di vari colori e da oltre 600 lumi.

L’attuale Varetta, ristrutturata nel 1977, è ornata con quattro anfore in argento cesellato; alla base vi sono quattro formelle raffiguranti lo stemma di Messina, la nave con la delegazione che si reca in Palestina, Maria che consegna la Lettera al capo delegazione, la stele votiva con in cima la Statua della Madonna.

Sulla Varetta si ergono una statuetta d’argento raffigurante la Madonna della Lettera opera di Lio Gangeri, dono di un devoto nel 1902, e la teca con al suo interno il Sacro Capello, sormontata da una corona di fiori .     

Nella prima delle piattaforme che compongono la sua struttura, collocate su di un ciclopico ceppo munito di slitte, trovano infatti posto le raffigurazioni della Vergine morta circondata dagli apostoli, secondo l'iconografia bizantina della dormitio virginis o Koimesis, mutuata dalle svariate redazioni apocrife del transitus Mariae, e salendo verso l'alto dei sette cieli che l'alma Maria doveva attraversare per giungere all'Empireo; questi cicli sono tutti sintetizzati dalla cortina delle nuvole che, dipartendosi dalla base della machina ú mo' di' baldacchino della "Bara", si innalzano circondate dal sole e dalla luna, concepií:i come nel sistema tolemaico; ancor più su, in una terza piattaforma, troviamo un globo celeste con stelle dorate, raffiguranti forse le stelle fisse, ed infine alla sommità, dopo l'ennesima cortina di. nubi, costellata come le altre da schiere di angeli, 1'effige di Gesù Cristo che tiene sulla mano destra l'Alma Mater, l'anima della Vergine assunta in Cielo.

All'interno della Vara, la struttura metallica campaniforme che ne costituisce l'ossatura ospita unaserie di ingranaggi i quali, azionati manualmente da persone a ciò addette, determinano il movimento rotatorio, in orizzontale e in verticale, di tutte le figure ed i personaggi, un tempo viventi, ora statue, che affollano questa grande piramide rituale.

La devozione dei messinesi per la Madonna della Lettera, ha origini antichissime.

02v La tradizione popolare, che naturalmente accettiamo come atto di fede e non come fatto reale, vuole che nell'anno 42, circa 9 anni dopo la morte di Gesù, sia passato da Messina l'apostolo Paolo, diretto a Roma.

In quella circostanza egli predicò la religione di Cristo e invogliò una delegazione di fedeli ad andare in Palestina, a trovare Maria di Nazareth.

La delegazione, della quale la tradizione ricorda i nomi di Geronimo Origliano, Marcello Benefacite, Centurione Mulè e Bruzio Ottavia, vi andò e ritornò a Messina l'8 settembre dello stesso anno, dopo aver avuto in dono da Maria una sua lettera di benedizione, nel cui testo figura la frase oggi r:portata a lettere luminose sul basamento che regge la colonna con la statua della Madonnina del Porto di Messina: "Vos et ipsam civitatem benedicimus".

Dal giorno di quel ritorno sino ai tempi nostri, si può dire che la Chiesa messinese non ha mai smesso di dedicare, ogni anno, almeno alcuni giorni di festeggiamenti sacri e profani alla santa Patrona della città. Purtroppo non abbiamo fonti antiche originali che possano illuminarci sui festeggiamenti tenuti in Messina nei primi anni dell'avvento del cristianesimo e sulla stessa processione dell'Assunta che i messinesi celebrano festosamente e fastosamente il 15 agosto di ogni anno. Francesco Maurolico, nel 1550, la definiva di antiquissima consuetudine, ma è probabile che essa possa aver avuto origine in epoca normanna, cioè almeno mille anni dopo l'assunzione in cielo di Maria. Non esistono testi che la ricordino in epoche più antiche.

II 12 agosto 1086 Ruggero d'Altavilla, dopo aver debellato gli Arabi, tornò. a Messina, da dove era partito nel 1061 per liberare la Sicilia dalla loro dominazione. Vi tornava con due precise intenzioni, per ringraziare la Vergine Maria, alla quale era particolarmente devoto per averlo assistito nella lunga guerra contro gli infedeli e per celebrare la sua gloria e il suo trionfo di conquistatore. Accompagnato dai baroni e dai dignitari della sua corte e preceduto da una esultante folla di seguaci, entrò in città venendo dalla parte dei monti, a cavallo di un cammello, alla maniera araba segui­to, come scrive il Buur_figlic: "dà cammelli barbareschi carichi di spoglie". F poiché aveva fatto prigionieri il principe musulmano governatore di Messina e sua moglie, li obbligò ad attenderlo a cavallo dei loro destrieri davanti alla porta del Duomo.03v

A1 corteo prendevano parte sia il clero che le autorità civili e militari, tutti in abiti sontuosi, ordina­ti in una lunga processione, recando croci, urne e gonfaloni. In testa al corteo sfilava un'imponente ed elegante statua di donna a cavallo, fatta di cartapesta, pettinata e adorna come una gran dama, e il Buonfiglio afferma che "tenevasi per simil conto un caval leardo, la cui stella trionfale, di vellu­to cremisino ricamata d'oro à tronconi, si conserva per fin' al di d'hoggi nel luogo nomato il Tesoro". Essa rappresentava la Vergine Maria "nel momento in cui faceva il suo ingresso in paradi­so" e cioè nell'atto della sua assunzione in cielo.

Dietro questa statua veniva il clero, poi il ceto nobiliare e quello militare con in testa il Conte fiera­mente eretto sul suo cammello e circondato da uomini che cantavano inni di guerra e innalzavano lodi di ringraziamento ai santi e alla Madonna. In coda al corteo, ben guardati da molti uomini arma­ti, si trascinavano i prigionieri di guerra che con lamenti e lacrime maledicevano la loro triste e ver­gognosa sorte.

Da questo episodio nacque l'usanza, a partire dal 22 settembre 1197, giorno della consacrazione al culto del Duomo di Messina, di porcare in giro per la città statue del conquistatore, dei vinti e dell'Assunta, in mezzo ad una grande folla festante ed ai ciuri di pipi, specie di poeti estemporanei che andavano in giro vestiti di bianco e con pendenti rossi al cappello, battendo tamburi.

Durante questo festino i sovrani del tempo offrivano alla cattedrale due grandi torce, cilii, che col­locate su apposite basi di legno, trasportate a spalla da quattro uomini in costumi speciali, precede­vano nelle processioni il simulacro della Madonna.

Per l'occasione la città veniva addobbata a festa e mentre per le vie sfilavano carri allegorici, nelle piazze e nei quadrivi s'innalzavano bellissimi ed artistici apparati, si costruivano porte ed archi di trionfo e, a sera, su alte piramidi dette baccalari, venivano illuminate figure fantasiose e storiche. Si trattava, quindi, a quel tempo, di una festa più trionfalistica che religiosa incentrata sul ricordo della vittoria riportata dal conte Ruggero sugli Arabi, e non di una vera festa di fede popolare. La città par­tecipava a quel tripudio festaiolo mangiando e bevendo, stendendo ai balconi damaschi, gonfaloni e bandiere, allestendo sontuosi apparati e trasformando le vie in gallerie piene di luminarie e di festo­ni 06vcolorati.

L'usanza di portare in processione un simulacro della Madonna dell'Assunta pare che sia nata in un antichissimo villaggio dell'Asia Minore, vicino ad Efeso, dove la tradizione cristiana vuole che abbia soggiornato Maria di Nazareth dopo la morte di Gesù e dove, sin dai primi tempi del cristianesimo, il 15 agosto di ogni anno, si soleva portare in processione per le strade della città un simulacro della madre di Gesù nell'atto di ascendere in cielo. Non è quindi improbabile che il conte Ruggero, più che istituire l'usanza della processione dell'Assunta, abbia continuato una tradizione già conosciuta altrove, ma adattandola al suo trionfo e alla sua gloria.

Fu il papa Sergio I ad ordinare l'istituzione di solenni processioni per le principali ricorrenze mariane. E quindi probabile che l'usanza della processione messinese dell'Assunta sia nata tra i1687 e il 701, periodo appunto del pontificato di Sergio I, e sia stata resa più solenne durante la monarchia normanna.

Verso la fine del '400 0 l'inizio del '500, in sostituzione della statua in cartapesta della Madonna, forse perché divenuta logora o degradata dal tempo, cominciò a portarsi in giro un Ritratto della Madonna, sistemato in groppa ad un somarello bardato con drappi dorati.

Secondo qualche autore questo quadro potrebbe essere stato quello stesso che Maria regalò alla delegazione messinese. Houel afferma: "Io ho visto quel ritratto e quei capelli...". La tradizione cristiana afferma che di Maria esistevano sette ritratti eseguiti da S. Luca. Anche se l'ipotesi 'e suggestiva, appare azzardato affermare che possa essere stato uno di essi. L'ultimo ritratto della Madonna, pervenuto a noi attraverso i secoli e sopravvissuto allo stesso terremoto del 1908, bruciò nell'incendio del 1943.

Il cerimoniale di questa processione si ripeté per diversi anni e una prima modifica si ebbe solo nel 1535 quando il Senato peloritano, per festeggiare l'07varrivo in città di Carlo V reduce dalle vittorie di Tunisi sul pirata Ariadeno Barbarossa, diede incarico ad un architetto di nome Radese, di costruire una machina portentosa capace di rappresentare l'idea dell'Assunzione in Cielo di Maria Vergine in maniera più gloriosa.

II Radese costruì un marchingegno mobile in cui angeli e santi erano rappresentati da oltre 100 tra giovani e giovanette riccamente vestiti, agghindati con fiori e nastrini e legati in precarie condizioni di equilibrio a cerchi girevoli, tanto da destare ammirazione e timore insieme per l'audacia della costruzione e la visione fantasmagorica dei personaggi. "... Et d'hallora in poi in cambio della statua si conduce questa al dì solito, ogni anno" Secondo il Buonfiglio, nel 1535, in sostituzione del Padreterno e dell'Alma Maria, figurò la statua dell'imperatore Carlo V con in mano un'aquila, simbolo delle sue vittorie.

Questa composizione piramidale, che per quasi quindici metri di altezza si elevava da terra su tre ordini di piani, aveva per base una piattaforma circolare che durante il trasporto veniva sorretta a spalla da molte persone, vestite con paramenti religiosi, guidate da un capopopolo che, ad intervalli regolari, ordinava a sosta o la ripresa della marcia, mentre la gente intorno danzava ed elevava al cielo canti di gloria e di ringraziamento. Qualche anno dopo, questa estrosa piramide fu perfezionata da Giovannello Cortese, genero del Radese e da tal mastro Jacopo che la munirono di ruote. A proposito di quest'ultimo, le varie ipotesi fanno supporre che possa trattarsi di Jacopo del Duca o di Jacopo Scicli.

Dopo il 1565 le ruote furono sostituite da scivoli in legno, ora sono in acciaio, per consentire il trascinamento sui selciato. Qualche fonte afferma che consigli e suggerimenti sulle figurazioni allegoriche, tendenti ad esaltare la resurrezione e l'assunzione in cielo della Madonna e su meccanismi girevoli, furono dati da Francesco Maurolico.

Samperi ricorda che dinanzi ad ogni chiesa, tra il giovanetto che impersonificava il Padreterno e la ragazza che impersonificava la Vergine Maria, si svolgeva il seguente dialogo, in dialetto storpiato: Padreterno: "Virgini di li Virgini ab eternu / Eletta e poi criata Matri Santa, / A possidiri lo regnu supernu / Di lu mia Patri cu gloria tanta, /Veni filici pianta, picchì hai misu /Paci fra l'homu e Diu, che l'Havi offisu. / Veni, triunfanti Imperatrici, a dari /Riposi all'infiniti toi tormenti, /Chi suppur¬tasti per in riscattari / L'homu dall'infirnali focu ardenti. / Veni, climenti Maria, alma Regina, / Prega per la divota tua Missina". .

Maria: "Milli gratii ti rendu, Eternu Patri, / Chi di l'ancilla tua ti ricurdasti. / A tia duci Figghiu, che a la Matri / La tua cità fidili accumandasti, / Pirchì ordinasti ch'io li sia Avucata, / Pri l'amor miu ti sia ricumandata".

 05vLa processione della Vara è sempre stata una delle più belle tradizioni perpetuate dalla città per diretto sostegno del popolo. La fede popolare ne ha esaltato la simbologia soprattutto in termini di fede, tanto che fino al tempo del duca di Laviefuille e del marchese di Fogliani la giovane che impersonificava la Vergine Maria godeva della prerogativa di liberare un condannato a morte. Successivamente essa, nei giorni seguenti alla processione, girava di casa in casa recitando versi del suo dialogo col Padreterno ed impartiva la benedizione, ricevendo in cambio doni.

Nonostante la Vara rappresentasse un pericolo incombente, a causa dei precari sostegni ai quali erano assicurati i giovanetti che componevano la piramide, nel corso della sua lunga storia ebbe a subire due soli incidenti. II primo quando nel 1861 si spezzò il perno che sosteneva il globo e sei ragazzi precipitarono tra la folla senza che alcuno di loro restasse ferito o contuso, e l'altro nel 1738 quando, a causa della rottura dell'asse attorno al quale girava il simbolo del sole, quattro bambini precipitarono da un'altezza di circa 54 palmi, restando illesi.

Sul finire del XVIII secolo la Vara si presentava molto ricca e pomposa. Il poeta inglese Patrick Brydone, che nel 1770 si trovava* a Messina, pur non avendola vista di persona e conoscendola quindi solo per sentito dire, così la descrive: "È di gran mole e percorre le vie della città con enorme pompa e cerimoniale. Al centro si trova l'immagine principale che rappresenta la Vergine e un po' più in alto girano diverse ruote che a dir di tutti sono di fattura. molto originale. Ogni ruota contiene uno stuolo d'angeli aggiustati in ordine di precedenza, ossia serafini, cherubini e potestà. Li impersonano tanti bellissimi bambini, tutti luccicanti nelle tuniche di stoffa d'oro e d'argento, con ali di penne dipinte applicate sulle spalle. Quando la macchina si mette in moto, tutte le ruote cominciano a girare e i vari cori di angeli continuano a cantare Alleluja in un incessante battito d'ali intorno alla Trinità ed alla Vergine e così per tutta la processione, con effetto magnifico ...."

La Vara avanza mostrandosi. La peculiare caratteristica è quella di essere un asse del mondo in movimento che consente, a chi al suo seguito compie il percorso processionale, di muoversi guadagnando nuovi spazi, pur tuttavia rimanendo al 04vcentro del proprio universo.

Tale esigenza di domesticazione rituale del territorio, propria di tutte le società tradizionali, ha determinato, in aree rientranti nell'orbita culturale di Messina, la elaborazione di analoghe macchine trionfali che sono state certamente modellate sull'archetipo messinese, come ad esempio la Vara di Randazzo e la cosiddetta Varia di Palmi.

Esempio, sia pur sofisticato, di macchina professionale, in ciò simile alle innumerevoli Vare e Varette utilizzate in tutte le feste meridionali per portare in giro il simulacro della divinità, la Vara ha sempre colpito la fantasia di quanti, viaggiatori italiani o stranieri, si sono nel corso degli ultimi due secoli volti a fissare lo sguardo sulla città di Messina e le sue tradizioni.

Dopo aver attraversato sostanzialmente indenne le varie vicende sismiche e belliche che hanno irrimediabilmente cancellato alcune testimonianze della storia della città, la Vara ha varcato indenne la soglia del Duemila mantenendo intatta la capacità di coagulare intorno a sé le aspettative, la devozione, la fede ed anche i sogni di tutta una comunità.

Il Vascelluzzo

L'immagine della Madonna di Porto Salvo, a cui la chiesa dei Marinai è dedicata, è riprodotta due volte nel monumento argenteo del Vascelluzzo: negli sguanci la Madonna è seduta e viene dal cielo recata dagli Angeli sulle nuvole mentre nello sfondo si vede la Palazzata; e poi a poppa in un'immagine sbalzata, quasi a indirizzare e guidare la nave. Il Vascelluzzo fu realizzato tra il 1575 e il 1585, dietro autorizzazione dell'Arcivescovo di Messina e del Senato, dail'Arciconfraternita dei Marinai. È il più insigne e grande monumento argenteo del Sud e la sua manifattura è collegata a fatti cos: inattesi e provvidenziali che la fede popolare non ha esitato a definire "miracoli".

04v

Si deve ad alcuni di questi avvenimenti la presenza del Vascelluzzo nella processione del Corpus Domini, nel corso della quale sfila per le vie della città decorato con un gran numero di n:iazzetti di spighe di grano e dotato di un prezioso reliquiario contenente alcuni capelli di Maria di Nazareth. Gli episodi miracolosi che la Chiesa messinese ricorda, per giustificare la tradizione della processione del Vascelluzzo, sono diversi. Uno di essi si ricava da uno scritto del Barenio e si riverisce alla vita di S. Alberto; gli altri si possono ricavare da scritti di vari autori come il Reina, il Samperi, il Gallo e altri.

II primo episodio ci viene dalle vicende del post-Vespro quando la città era ancora impegnata a difendersi dagli assalti degli Angioini che volevano indurla con la forza a ritornare sotto la loro mala signoria. I messinesi, autorità e popolo, che eroicamente continuavano a resistere, sostenuti anche dal loro fervore religioso ed animati dalle esortazioni del frate carmelitano S. Alberto, si rivolsero alla Madonna della Lettera per essere liberati dalla fame. Inspiegabilmente tre navicelle alla fine della Messa celebrata dal Santo, superato lo sbarramento del porto, scaricarono una grande quantità di grano.

Un altro episodio assai significativo dell'interesse materno della Madonna della Lettera verso la sua diletta Messina, si ebbe nel 1603 quando la Sicilia e Messina in particolare, che non poteva contare su un vasto entroterra agricolo e orticolo, erano afflitte da una nuova tremenda carestia. I messinesi, per non morire di fame, armarono alcune navi corsare e presero a pattugliare lo Stretto, abbordando velieri e -catturando qualunque imbarcazione cercasse di attraversarlo. La notizia della mala intenzione dei messinesi raggiunse i porti levantini, sicché i capitani delle navi dirette in Occidente, per evitare di incappare nella razzia, preferivano affrontare il più lungo percorso del Canale di Sicilia. E fu in questo tempo che si ebbe un altro avvenimento giudicato miracoloso. Ecco la tradizione. Nell'anno 1603 una nave partita da Volo, in Grecia, con un carico di 500 salme di grano, per evitare le insidiose acque dello Stretto, controllato dai pirati messinesi, scelse per il suo viaggio verso Napoli la via più lunga del Canale di Sicilia.

02v

Si era appena allontanata dalla costa, in direzione sud-ovest, quando all'improvviso si abbatté sul mare un tremendo fortunale che, nel volgere di pochi istanti, le strappò il timone e le vele. I marinai, presi dallo sgomento, per salvarsi dall'imminente catastrofe che si profilava ineluttabile, alleggerirono le stive gettando in mare una parte del carico e tutte le artiglierie. Malgrado ciò la nave; sospinta da un vento gagliardo, avanzava sempre velocissima, alla deriva, verso una sua autonoma e misteriosa destinazione. Sopraffatti dalla paura avendo anche perso le barche di salvataggio, i marinai si rimisero alla sorte e questa indicò, come loro protettrice, la Madonna del Piliere di Messina .

I vento, la nave entrò in panne e si fermò. I marinai allora costruirono una zattera e vi mise quattro uomini estratti z sorte. Appena in mare la zattera fu presa da una vortícosa corrente revissimo tempo, la condusse direttamente dentro il porto di Messina.

i davanti ai maggiorenti della città i quattro marinai raccontarono la loro avventura e lo stra¬bse che fosse subito allestita una galea che, assieme a molte altre barche d'appoggio, andasitro alla nave di Volo. Preso il mare la galea messinese si diresse verso lo Ionio, alla cieca. data dalla Madonna della Lettera, non tardò molto ad imbattersi nella nave carica di grano. nesi, allora, ripararono alla meglio la nave e a rimorchio, la condussero in porto, dove fu scali tutto il frumento che conteneva. L'insperato fatto convinse ancora di più i messinesi della lenza della loro Santa protettrice. La fede popolare gridò al miracolo e lo stesso Senato, ad .uro ricordo dell' avvenímento, volle donare alla Chiesa peloritana, perché lo portasse ogni t processione, un artistico Vascello votivo tutto d'argento, di cento scudi dì peso, oltre la manifattura detto dalla voce popolare U Vasciddhuzzu.

Un altro episodio simile ai precedenti accadde nel 1636. La Sicilia, e Messina in primo luogo, erano , da una grave carestia. Quell'anno aveva piovuto pochissimo. Le campagne erano secche e il grano raccolto nell'estate precedente era stato quasi tutto esaurito o esportato. Non si sapeva sa fare o a chi rivolgersi quando, il giorno prima di Pasqua, giunsero inaspettatamente in porto vi olandesi cariche di frumento. II Senato le fece scaricare e i fedeli, convinti che quell'arrivo avvenuto per opera miracolosa della Madonna della Lettera, corsero in chiesa a pregare e cantare Te Deum.

03v

IL Vascelluzzo oggi si presenta composto da due parti. Quella bassa, che poggia su quattro gambe di , ha forma di un tavolinetto artisticamente lavorato a bulino e a sbalzo. II piano si alza a forma ,di trapezio tronco e svasato. Ai quattro lati, sulle facce piane, spiccano altrettanti grandi medaglioni cene storiche, mentre agli angoli fanno bella mostra quattro angioletti musicofili, purtroppo dell'oggetto che originariamente tenevano in mano. Teste d'angeli e altre decorazioni floreali ornavavano i lati del tavolinetto. Sui lati esso reca due fori passanti entro i quali vengono infilate delle assi che durante le processioni consentono il suo trasporto a spalla.

La parte alta è dominata da un bellissimo vascello d'argento che riproduce la forma e l'armamento galee trecentesche, verosimilmente un galeone da guerra a vela. All'albero maestro sventolano rosi vessilli rossi e vario sartiame. Dalle murate sporgono otto cannoni per parte, ed altri cannoni ornanono la poppa. In alto a tutto, si alza un sostegno sormontato da una corona regale sul quale, te la processione, viene riposto un cilindretto d'argento contenente, secondo la tradizione, i Capelli con i quali Maria di Nazareth accompagnò la sua lettera ai messinesi.

L'inserimento della teca coi capelli conferisce alla processione carisma religioso e devozionale. Durante l'anno il Vascelluzzo è custodito in una piccola cappella della chiesa di S. Maria di Porto Salva dei Marinai, ubicata vicina piazza S. Vincenzo alle spalle di Casa Pia. Le spighe della sua spoliazione, di solito, vengono distribuite dal parroco ai fedeli che le custodiscono in casa, come auspicio di abbondanza e di fecondità.

La mattina del Corpus Domini, nella chiesa di S. Maria dei Marinai viene celebrata una messa solenne durante la quale il clero distribuisce ai fedeli piccoli pani di grano. A loro volta i fedeli consegnano al clero fasci di spighe di grano appositamente coltivate e raccolte per corredare la composizione. Finita la funzione e arricchito il vascelluzzo con gli addobbi d'uso, alcuni confrati, a spalla e a passo velocissimo, quasi correndo, lo trasferiscono in Duomo dove viene dotato della preziosissima reliquia dei Sacri Capelli. Nel pomeriggio, seguendo un cerimoniale consolidato da una tradizione ormai secolare, esso viene portato in processione per le vie dei centro, seguito e preceduto da una gran folla, da una o più bande musicali, dalle autorità cittadine, dalle Associazioni, Congregazioni e dalle Arcinconfraternite religiose, e dai babbaluci che sono dei fedeli laici incappucciati.

 

Al termine della processione, dopo il sermone e 1a benedizione dell'Arcivescovo, i confrati restituiscono ai canonici del Duomo la reliquia dei Sacri Capelli e immediatamente, di gran corsa, riportano il Vuscelluzzo nella loro chiesa di S. Maria dei Marinai, riponendolo nella cappelletta ad esso riservata: L'usanza di trasferire di gran corsa il simulacro è molto antica. Si deve, in parte, alla preoccupazione che esso durante il percorso possa venire spogliato dei suoi addobbi.

La gratitudine dei messinesi verso la Madonna, si manifestava anche nell'usanza di collocare nelle chiese, davanti a1 SS. Sacramento, lampade che riproducevano piccoli vascelli.

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