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PER MARIA LUISA SPAZIANI

 Devo dire che diffido, di norma, delle impressioni, forti o deboli che siano, e dei giudizi basati solo sulle impressioni: ho peraltro dedicato buona parte del mio impegno didattico e della mia attività di critico letterario alla lotta contro l’impressionismo di certa critica militante e di certa critica accademica anche.

Ma devo riconoscere che la mia assidua frequentazione dell’opera poetica di Maria Luisa Spaziani fu propiziata dalla fortissima impressione che provai, quando ebbi la fortuna di incontrala, nel 1971, a Messina: io professorino, fresco vincitore di un concorso a cattedra di Italiano, Latino e Greco nei Licei; lei professoressa di Lettere nel famoso Istituto Magistrale “Ainis” di questa città.

Parlammo – io timidissimo, lei divertita – del mio concorso: cercavo di comunicarle, non senza una punta d’ingenuo orgoglio, che l’avevo vinto, pur venendo dal mare, dalle barche del Faro, senza raccomandazioni di sorta. «Oh!, un professore pescatore» – disse – «Non fuma pipe portoricane, ma ha dell’hidalgo: segua pure le stelle».

Mi colpirono – e molto mi colpirono, invero – il tono musicalissimo della voce, l’italiano che suonava bellissimo sulle sue labbra, l’ironia finissima del discorso: «Parla in musica», pensai. Lo pensai, e lo penso ancora, come, fatte le proporzioni, De Sanctis sospettava che Ariosto parlasse in ottave. Il passaggio dal parlare in musica al celebrato «canto» (si pensi a Paladino) della sua poesia fu, invero, automatico.

Ebbi pure l’immediata percezione della straripante umanità della Spaziani, che mi parve donna serena, gioiosa e tuttavia avvertita delle contraddizioni dell’esistenza.

Vent’anni dopo, in un convegno nazionale, organizzato da Antonio Mazzarino, indimenticato preside della gloriosa Facoltà di Magistero dell’Università di Messina, in occasione del congedo della Spaziani stessa, portai una mia relazione sulla sua poesia, che prendeva le mosse dalla silloge messinese Il mio Sud, (Il Gabbiano, 1989), dove quelle mie giovanili impressioni trovavano una netta conferma, nei modi “scientifici” dell’analisi del testo. Leggo, scusandomi per l’autocitazione:

«Il Sud appare fissato in quattro figure principali, nella produzione poetica “meridionale” della Spaziani: a) come eco, traccia intuita o vagheggiata dei primordi; b) come luogo della contraddizione (Dicono i marinai); c) come refrigerante pausa del male di vivere; d) come mito, rimemorato e rimpianto, della fraternità degli esuli, dei pellegrini. Tale metaforizzazione del Sud non costituisce, però, l’approdo ultimo della poesia, bensì uno dei veli sotto cui si cela la visione del mondo (e l’io più segreto) della Spaziani».

Uscendo, nel pomeriggio, c’incontrammo sulle scale, mi guardò benevola e sorridendomi disse: «L’hidalgo vede bene».

Il complimento solleticò il mio amor proprio più della vittoria al concorso a cattedra.

Ultima modifica il Lunedì, 08 Gennaio 2018 18:48
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