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IN COLLINA

- di Giuseppe RANDO -

È, questa, la prima mattina (dopo decenni) in cui mi sento completamente

libero da impegni di lavoro: un mezzo miracolo per uno stacanovista come
me. Un mezzo miracolo da festeggiare: me ne andrò per i campi, senza una
meta, non curandomi affatto del tempo che passa; magari raccoglierò pere
coscie, mele lappeddi e olive ‘mpassuluti; poi mi sdraierò sull’erba presso
un arancio e seguirò il volo degli uccelli o il gioco delle nuvole nel cielo.
Certamente, non mi annoierò: io non so – non ho mai saputo – cosa sia la
noia.
Anzi, visto che ci sono, faccio una promessa solenne: da oggi in poi, non
mi occuperò più di recensioni, di articoli e di saggi critici, perché il tempo
vola, la vecchiaia incombe e non posso più trascurare una mia antica
passione letteraria che ho finora trascurato per fare il mio dovere di
studioso.
Prendo congedo, insomma, dal mio lavoro di critico letterario non per
disamore (sono «una bestia da» … letteratura), né per saturazione, ma per
inseguire un sogno.
Però, a questo punto, prima di andarmene felice per i campi, non posso
esimermi dal confessare che è un motivo di orgoglio per me avere fatto
ricerca scientifica («Scienziato sono», direbbe Montalbano) ad alti livelli e
di avere conseguito risultati non comuni nel mio settore disciplinare: sono
«lo studioso siciliano» (Stefano De Luca scripsit), unico e solo, che, con i
suoi saggi «innovativi» (Idem), ha rivoluzionato, di fatto, la critica
alfieriana. E si scandalizzi pure, per questa mia franchezza antiaccademica,
qualche professorino imbecille, asservito alle vuote procedure
accademiche: «Quello che si può provare, non è vanteria», come diceva un
famoso campione mondiale americano di pugilato.
Mi sono invero scivolate sulle spalle, come pioggia a primavera, le invidie
stratosferiche, le malefatte impensabili, le opposizioni furbesche di molti
mediocri, soprattutto di baroni e baronelli ignoranti, che hanno frenato la
mia carriera, rubandomi almeno un decennio di ordinariato (rimando, per la
completezza dell’informazione al mio Resistere a Messina, Pellegrini
Editore, 2021).
Forse, per chi farà domani la storia dell’Università tra prima e seconda
repubblica, la mia vicenda professionale evidenzierà, come limpida cartina
al tornasole, le falle enormi di un sistema sclerotico e attardato sul piano
scientifico e culturale.
Ma, alla fine (diciamolo!), con l’aiuto di Dio ho vinto io. Voglio, perciò,
sperare che la mia testimonianza valga a rafforzare il rinnovamento in

corso nell’Università, a vantaggio della scienza e dei giovani studiosi che
verranno. Certo, in qualunque altra Università d’Italia e d’Europa, avrei
avuto successi stratosferici (magari mi avrebbero fatto ministro) e avrei
contribuito, più di quanto abbia fatto e faccia, alla crescita culturale,
politica ed economica del territorio.
Ma sono nato e vissuto – ahinoi! – in una bellissima ma periferica
«provincia dell’Impero» (per dirla con Umberto Eco), dove predominano,
nonostante significative eccezioni ed evidenti segni di rinnovamento,
logiche paramafiose, baronali, clientelari e familistiche, che non mirano
alla tutela e all’incremento della libera attività di ricerca: donde, il basso
livello della produzione scientifica locale nelle classifiche nazionali e
internazionali (nella prima Valutazione della Qualità della Ricerca, relativa
agli anni 2004-10, solo cinque settori disciplinari di Messina sono risultati
«eccellenti» e, tra questi, il mio, L-FIL-LETT/10, Letteratura Italiana).
Ma basta. Mi sono lasciato prendere la mano dalla mia naturale
disposizione alla critica costruttiva: «Trahit sua quemque voluptas»
(Virgilio), o, in siciliano, «U piaciri du sceccu è ‘a ramigna”».
Ora, mi aspettano i campi soleggiati. Magari assaporerò, con voluttà
siciliana, un’arancia prematura, alla faccia dei mediocri, dei baroni e dei
baronelli messinesi. Viva Cariddi e i liberi, competenti e democratici
studiosi messinesi.
A futura memoria.

Ultima modifica il Venerdì, 18 Novembre 2022 16:05
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