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Riflessioni profonde di un docente pittore Massimiliano Ferragina di Roma

Roma. Massimiliano Ferragina vive a Roma, è  calabrese. Roma gli ha dato tanto: è  un pittore conosciuto ed apprezzato. Docente al Liceo Artistico di Via Ripetta a Roma, ogni giorno  si confronta con la paura del Covid, con la gente, con le facce e le storie della gente, costretta comunque a lavorare ed a cavalcare la massa che frequenta,assiduamente bus e metropolitana. Ecco le sue riflessioni profonde:"Lo percepisci che non sei al sicuro. Troppe persone intorno a me. Si comincia a tossire, starnutire, tirare su col naso, si comincia a stare male. Non respiri. La mascherina correttamente indossata per dieci ore ti soffoca, ti stringe il respiro, corto, caldo, rifatto. Lo vedi che non c'è sicurezza. Siamo tanti, dobbiamo andare a lavoro, le cose da fare sono una marea, non ho il coraggio di fermarmi. Potrei. Ma non voglio. Potrei dichiararmi fragile, inventarmi un malessere, starmene al caldo del mio letto, della mia bella casa, ma non riesco, mai riuscito, mai riuscirò. Quanti italiani soffrono in questo momento per la perdita del lavoro? Ed io non posso offenderli. Sento la responsabilità. Si parla tanto di medici ed infermieri che si addormentano in corsia, in ambulanza, se solo potessi mi accascerei anche io sulla mia cattedra, ma non posso, gli studenti "sani" che vengono a scuola hanno bisogno di vedere un prof sorridente, ben vestito, profumato, luminoso. Ma non si parla di noi. E sorrido. Perchè lo vedo che il sorriso passa anche dagli occhi. E allora prendo la metro, stracolma di occhi, bocche, nasi, prendo il tram stracolmo di fiati, respiri, mani che toccano. Prendo i mezzi un'ora prima del solito e al ritorno attendo treni vuoti. Ma nessun treno è vuoto. Siamo costretti a viaggiare come nulla fosse, sperando che "Dio ce la mandi buona". L'unica misura di sicurezza. Che Dio ce la mandi buona. Penso a chi vive in campagna, in paese, in posti ameni ed isolati, con un po di invidia, ma forse è solo un mio pensiero che alcuni luoghi siano più sicuri di altri, penso che a quarant'anni non meritavo questo. Una città che mi ha dato tutto quando non avevo niente ora è il mio veleno. La mia morsa. La mia fine forse. Ma sorrido. Prendo la metro in mezzo a centinaia di uomini e donne che coraggiosi ed inconsapevolmente sfidano il virus, subdolo, terribile, che noi stessi trasmettiamo. Oggi sono ancora qui. Devo lavorare, devo entrare in un bar e chiedere un caffè, devo pensare che il mio rischio quotidiano è necessario per la comunità, l'altro è vitale, non mortale. Accanto a me siede la paura, ma la caccio via a pedate, mi guardo intorno e scopro che tante "paure" sono sedute intorno a me. Sorrido, mi guardo nel riflesso del finestrino, la prova che sono qui, vivo, sano, attento, responsabile, e sale il desiderio di dire "posso farcela anche oggi". Penso a loro che verranno a scuola, a quelli che si sono ammalati, alle loro case, famiglie, alla loro adolescenza segnata da tutta questa morte, e il mio viaggio verso il lavoro diventa pesante ed allo stesso tempo mi sento "necessario" piccolo ma grande. Per pochi, molti, nessuno. E scendo al capolinea. Li trovo lì. Quel "buongiorno prof" mi ricorda che posso farcela ancora. Sono un insegnante!

Preferisco mettere una foto sorridente... su facebook".

C' è  un libro anche donato al Papa Francesco dal titolo "

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